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il 23 ottobre 2007.
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La scena è spoglia, strutturalmente funzionale alla struttura del messaggio, circolare nel suo sofferto irrisolvibile delirio da camera.
Va in scena al Teatro Il vascello (Roma, 8-13 gennaio 2019) l’ultima puntata della trilogia americana di Cirillo, in lavorazione da tempo, e che ora affronta, dopo Tenessee Williams e Edward Albee, il nodo O’Neill, con ‘La lunga giornata verso la notte’, un testo del 1941, andato in scena solo nel 1956, ma poi premio Pulitzer.
O’Neill, premio Nobel nel 1936, e sarà un caso che lo sia stato appena due anni dopo Pirandello? Ne parleremo a breve.
In scena quattro formidabili attori.
Elena Scolari, recensendolo alla sua prima uscita a Milano, nel febbraio del 2018, pur lodando gli interpreti, avanzava una riserva comprensibile: “Il tono è grave fin da subito, non c’è crescendo […] L’angoscia ininterrotta finisce per togliere verità”. Un rilievo comprensibile, ma secondo me limitativo, che non coglie la natura profonda del testo. Concordo piuttosto con Eugenio Murrali, che parla dell’essenza della tragedia moderna, del conflitto irrisolvibile tra essere e non essere. Una scelta impossibile, che sta alla base dell’angoscia io direi kierkegaardiana che si scatena in scena, in un crescendo che definirei a spirali wagneriane, e che anima la crescente crocefissione reciproca dei personaggi, poi resipiscenti e autoflagellantesi, in un continuo reflusso di pietas e autocoscienza autopunitiva, non priva di risvolti psicanalitici e dense ambivalenze. Per dirla con Melanie Klein … non si può distruggere l’oggetto buono senza pagarne un prezzo di disintegrazione.
Il figlio grande, attore frustrato e alcolista, non può distruggere il padre, di cui è la fotocopia, senza distruggere se stesso; e non può distruggere il fratello prediletto, che invidia a morte, senza distruggere l’unico affetto vero e la propria funzione protettiva, e il sogno di un riscatto in lui e nel suo futuro, per altro tragicamente naufragante in una da tutti istericamente negata annunciata morte per tubercolosi.
La madre, disintossicata fallimentare, non può distruggere il marito senza perdere amore e protezione, e senza mettere in questione tutta la propria vita. Il fratello minore, aspirante poeta, che sostituisce un figlio morto (ma che ora non deve morire), e che è alla base della tossicodipendenza materna, non può distruggere gli affetti che lo proteggono e gli fanno da palcoscenico. Il padre nevrotico, alcolizzato, patologicamente tirchio, attore fallito – pur colossale nella propria latitanza e nel tentativo di negare ogni addebito – non può vivere senza amarli tutti, e senza implicito perdono.


Nessuno di loro può fuggire dal carcere dell’unica vita ormai possibile, tra le nebbie di un passato che torna crudele e ossessivo, e quelle di un futuro impossibile. Come nel ‘Enrico IV’ di Pirandello ormai prigionieri della propria pazzia.
Insomma un testo teso espressionisticamente. Un urlo lungo. Ma magistrale.
Ed è proprio questo il punto che non pare colga la Scolari.
I riferimenti di O’Neill, dietro la patina naturalistica, erano la tragedia greca e il teatro espressionistico di Strindberg, a cui io aggiungerei Pirandello. La tragedia greca è così: tutto l’antefatto esplode nell’istante tragico, in cui si concentra e prolunga, e l’espressionismo strindberghiano ne è l’attualizzazione in chiave borghese, psicologica, pre psicanalitica. Ma cosa aggiunge Strindberg ai greci? Direi la claustrofobia e la confessionalità, nella spirale delle rivelazioni di miserevoli perversioni. L’uomo non è più eroico, ma kafkianamente ‘insetto prigioniero’, succube della propria debolezza. Non sfida gli dei, ma ne è stritolato, e stritolato prima di tutto da se stesso. Del resto Kafka adorava Strindberg.
A questo però O’Neill aggiunge una certa verbosità confessionale, un certo sofferto logismo razionalizzante, che secondo me è tipico di Pirandello, di quel Pirandello che Giovanni Macchia così brillantemente sintetizzava nella formula della ‘stanza della tortura’. Una stanza della tortura che è appunto l’esplodere ‘psicanaliticamente’ della coscienza delle proprie contraddizioni e ambivalenze. Noi siamo la nostra tragedia, e sartrianamente gli altri il nostro inferno, sì, certo, ma anche il nostro unico paradiso.
E perciò il meraviglioso tremito delle mani, e la gestualità di Milva Marigliano (la madre), che ben sottolinea Murrali. Una gestualità che parla il dolore laddove la parola tace, e il silenzio dilaga di inesorabile verità. Perché non si può mentire la verità.
Ma si diceva … ‘La stanza della tortura’.
I protagonisti, come in ‘L’angelo sterminatore’ di Bunuel, non possono lasciare la stanza della propria vita. Ma diremmo non possono lasciare la scena, perché il teatro è e non è la propria vita. Sono belve in gabbia in un circo crudele.

Le pieces avanguardistiche di Strindberg erano cinque, ma riunite sotto il titolo di ‘teatro da camera’. E però erano considerate dall’autore come cinque movimenti musicali.
Potremmo dire allora che abbiamo visto un quartetto espressionistico di Alban Berg, per quattro voci. Un quartetto di stridori e silenzi. Ma anche lo sdoppiamento pirandelliano tra recita e recita della vita. Ma anche il circo.
Questo ci dice l’impianto scenico, su cui si muovono tutti con intensa maestria gli attori. Un impianto scenico intervallato da nebbie suggestive che invadono la scena, fantasmizzandoli, e dove a tratti scandisce un monito minaccios dall’esterno (la morte … nei lager?) una inquietante lamentosa sirena da fabbrica.
Però qui ‘arbeit’ non ‘macht frei’. Il lavoro della coscienza non produce libertà.
L’impianto scenico è minimalista, da camera, simbolico.
Un cerchio a terra e delle poltrone. E all’esterno, nella penombra, quattro specchi da camerino teatrale, da cui i personaggi in scena appaiono e dileguano.
Uno spettacolo estenuante sì, per il tono alto fisso, ad approfondimento crescente. Ma che meritava gli indefessi applausi finali.
Scheda tecnica
Lunga giornata verso la notte, di Eugene O’ Neill.
con Milvia Marigliano, Arturo Cirillo, Rosario Lisma, Riccardo Buffonini;
scene Dario Gessati, assistente Maddalena Moretti; costumi Tommaso Lagattolla, assistente Donato Di Donna; luci - Mario Loprevite;
regia Arturo Cirillo, assistente alla regia Mario Scandale.
A Roma, Teatro Il Vascello, 8 – 13 gennaio 2019
Un ringraziamento per la collaborazione a Lucia Rho