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Fogli e Parole d'Arte

Rivista d'arte on line, ha ricevuto il codice ISSN (International Standard Serial Number)
1973-2635
il 23 ottobre 2007.

Fogli e Parole d'Arte è diretta da
Andrea Bonavoglia (Vitorchiano)
e distribuita on line dalla società Ergonet di Montefiascone.

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Spettacoli sulle scene e sugli schermi

Il Don Giovanni di Molière secondo Binasco

 

 

La versione del capolavoro molieriano curata e diretta da Valerio Binasco è calata nella contemporaneità pur rimanendo in buona parte fedele all'originale. Molto di più dei vari Don Giovanni successivi che videro il libertino come un personaggio diabolico, ateo o esistenzialista. I contemporanei criticarono il Don Giovanni di Molière tacciandolo di immoralità e Corneille ne scrisse una parafrasi in versi nel 1673 che venne delegata a sostituire la vecchia e dimenticata commedia molieriana per ben 174 anni.

Per molti versi Don Juan ou le Festin de Pierre (1665) è molto più vicina alla sensibilità moderna di quanto non si pensi. Il seduttore parla tanto dei suoi desideri, ma combina poco in scena. Crede che l'amore vada consumato in fretta, prima che si trasformi in noia. Secondo lui cambiare amanti è sinonimo di libertà e di esercizio di potere sugli altri. Il Don Giovanni molieriano non è un ateo vero e proprio ma uno scettico che preferisce non parlare di Dio.

Binasco coglie tutto questo, lo incamera nello spettacolo, ma va ben oltre. Il suo libertino, interpretato da un brillante Gianluca Gobbi, è un ragazzone bulimico piuttosto trasandato, un disubbidiente compulsivo che ama trasgredire le regole imposte dai benpensanti. Ha le braccia tatuate e indossa un chiodo borchiato e un paio di pantaloni un po' sdruciti e impolverati. Sguaiato nei movimenti, si agita sulla scena alla ricerca di qualcosa che gli procuri piacere. Vuole tutto e subito e sembra poco consapevole di se stesso come i giovani e i meno giovani di oggi. Come il suo doppio è un ipocrita che recita la parte del devoto per raggiungere i suoi scopi. E' un grande attore che trova nel servo Sgannarello il suo principale spettatore. Interpretato dall'ottimo Sergio Romano, il servo commenta le "tirate" del suo padrone e lo rimprovera per la sua incredulità. Ma la sua fede è, come in Molière, pura superstizione.

Il testo viene abbastanza rispettato nonostante qualche taglio qua e là (come, ad esempio, la scena del creditore, IV, iii) e l'assottigliamento dei dialoghi che hanno il pregio di scorrere più agili. Sono la traduzione in un italiano di oggi, non privo di espressioni becere, e la performance nel suo complesso, gli elementi che più tradiscono volontariamente Molière. Binasco mette molto in risalto gli elementi metateatrali che sono impliciti, ma non dichiarati, nel testo originale. Le numerose espressioni come " facciamo unascena ", " mi fa applaudire a cose che mi fannoaccapponare l'anima ", " che tirata, l'avete imparata amemoria " ci ricordano continuamente che siamo a teatro. Per non parlare della scena 1,iii, dove Donna Elvira, vestita da suora con la sigaretta in mano, recita come Don Giovanni avrebbe dovuto difendersi dalle sue accuse. Ed è così fino alla fine.

 

Altro elemento peculiare della regia di Binasco è l'inserimento di numerosi topoi della Commedia dell'Arte nei movimenti e nelle azioni sceniche, soprattutto nei primi due atti. Sgannarello a volte si muove come Arlecchino, e nella scena delle contadine vestite da squinzie che si contendono Don Giovanni, il povero servo cerca di separarle attraverso rocambolesche acrobazie. Scelta che esalta gli elementi farseschi presenti nella commedia e che ricorda i rapporti stretti che le varie versioni francesi seicentesche del mito di Don Giovanni instauravano con i canovacci dei Comici dell'Arte.

Lo spettacolo ha una buona tenuta scenica, ma, nell'insieme, appare un po' disorganico. Il comico e il drammatico non sono ben bilanciati come in Molière. La prima parte, che copre i primi due atti, è una vera e propria festa del teatro con una prevalenza di accenti farseschi, la seconda scivola in una drammaticità a tratti monocorde, con toni beckettiani nel terzo atto, e la noiosa rampogna del padre al figlio scapestrato nel quarto.

Le belle scene di Guido Fiorato accompagnano i vari movimenti dello spettacolo e, nonostante i diversi cambi nascosti da un sottile tendaggio interno, sospendono sempre l'azione in un tempo indeterminato.


 

Dopo il prologo con poche battute d'amore da Tirso de Molina proiettate su velatino e commentate da Stairway to Heaven dei Led Zeppelin, lo sguardo si apre su un non luogo caratterizzato da un alto muro scrostato e due materassi da barbone (quello di Don Giovanni è doppio) dove si sdraiano i due protagonisti. Il secondo atto si svolge in un bar di paese alla buona con le lucine accese. Tutta la seconda parte si svolge in luoghi che ricordano la pittura metafisica. Ottima l'idea di immobilizzare il Commendatore in un tableau vivant e di eliminare le fiamme dell'Inferno. Il ragazzone fa l'attore fino alla fine. Prima fa finta di morire per spaventare il povero Sgannarello che non vede la statua. Poi muore davvero come obbliga la tradizione.

Gli attori sono bravi e ben coesi e contribuiscono non poco alla riuscita di uno spettacolo ben fatto, nonostante la pecca di cui si è parlato. Quando si affrontano i giganti, del resto, si corre sempre il rischio di qualche scivolone.

  

Scheda tecnica

DON GIOVANNI di Molière. 
Scene: Guido Fiorato. Costumi: Sandra Cardini. Luci: Pasquale Mari. Musiche: Arturo Annecchino. 
Con:Vittorio Camarota, Fabrizio Contri, Marta Cortellazzo Wiel, Lucio De Francesco, Giordana Faggiano, Elena Gigliotti, Gianluca Gobbi, Fulvio Pepe, Sergio Romano, Ivan Zerbinati. 
Regia di Valerio Binasco.

Visto al Teatro Argentina di Roma nel gennaio 2019.

 

 

 

 

 

 

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