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1973-2635
il 23 ottobre 2007.
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Finalmente anche a Roma, al Teatro Argentina, la mastodontica epopea teatrale sull'Afghanistan basata sul progetto del Tricycle Theatre di Londra, da sempre impegnato nel teatro politico. L'operazione mira a ricostruire una immagine complessa e articolata dei difficili rapporti di quel Paese mai pacificato con il mondo occidentale.
La versione inglese andata in scena nel 2009 con la di Nicolas Kent e Indhu Rubasingham si basava su diciotto drammi brevi scritti da diversi drammaturghi inglesi e durava dieci ore.
Quella italiana curata da Ferdinando Bruni e da Elio De Capitani è più breve (quasi sette ore compresi gli intervalli) e si divide in due parti, composte da cinque stazioni ciascuna. Il grande gioco copre il periodo storico che va dal 1824 al 1996, mentre Enduring Freedom racconta cinque episodi dall'ascesa dei Talebani e del terrorismo islamico (1996) ai giorni nostri.
L'operazione è di alto livello, sia per l'ottima traduzione dei testi inglesi curata da Lucio De Capitani, sia per la grande idea registica di commentare e di contestualizzare storicamente i singoli drammi attraverso le incantevoli proiezioni documentaristiche di Francesco Frongia. Lo spazio scenico è occupato da un fondale posto in diagonale bianco. Non si ricorre all'uso di concreti oggetti di scena e, nonostante le mappe, le foto d'epoca e i docuvideo, le storie narrate sembrano sempre sospese tra realismo e immaginazione poetica. L'operazione, nel suo complesso, è volutamente didattica e informativa, ma rimane pur sempre una rielaborazione artistica.

I drammi sono ovviamente diversi tra loro sia per la struttura che per la scrittura, ma grazie alla traduzione che restituisce il taglio diretto e le battute essenziali che caratterizzano più o meno tutti i testi originali, lo spettatore si trova ad attraversare una coerente e organica varietà di situazioni.
I primi tre drammi scelti sono Trombettieri alle porte di Jalalabad di Stephen Jeffreys, La linea diDurand di Ron Hutchinson e Questo è il momento di Joy Wilkinson. Il primo racconta la drammatica ritirata dell'esercito inglese dall'Afghanistan, che costò la vita di centocinquantamila uomini. Sarebbe comico se non rappresentasse cose vere, il secondo pezzo dove Sir Mortimer Durand si affanna per convincere l'emiro Abdur Rahaman Khan a definire
un confine tra l'Afghanistan e l'India Britannica, progetto inutile e inconcepibile per la mentalità tribale del Khan. Meno convincente dal punto di vista drammaturgico, ma non per questo meno interessante è il terzo dramma che si concentra sulla fuga notturna di Amanullah Khan con la moglie Soraya. Il re che aveva democratizzato il paese islamico dal 1919 al 1929, si trova su un automobile in panne in preda al terrore di tradimenti e di imboscate.

Con gli ultimi due drammi della prima parte, Legna per il fuoco di Lee Blessing e Minigonne di Kabul di David Greig, la Storia del paese fa un bel salto in avanti. Si plana sul periodo tra il 1979 e il 1996, che vede l'invasione sovietica del 1979 e l'errore fatale degli Americani di armare, in piena guerra fredda, i mujahiddin ribelli, una scelta miope che più tardi si ritorcerà su tutto l'Occidente. Il GrandeGioco termina con la barbara uccisione da parte dei Talebani del presidente Najibullah (1996) che aveva sognato un Afghanistan moderno.
I registi mettono molto in risalto la relatività della parola democrazia in un paese fondamentalmente multietnico e diviso in tante minoranze sempre in conflitto tra loro e oberate dall'egemonia della maggioranza pashtun. L'Afghanistan è vittima dell'Occidente ma anche del suo assetto politico interno. Bruni e De Capitani sottolineano fenomeni denunciati dai drammaturghi, ma spesso taciuti dai media.
La seconda parte, Enduring Freedom, scorre più agilmente rispetto alla prima e, non soltanto perché tratta di avvenimenti più vicini nel tempo, ma anche perché alcuni drammi sono meno dimostrativi e più immaginifici.
C'è qualcosa di visionario e di metafisico ne Il leonedi Kabul di Colin Teevan che racconta dell'assurdo incontro allo zoo di Kabul della direttrice operativa di un'agenzia dell'ONU con un mullah talebano. Per comunicare i due hanno bisogno dell'intercessione di un interprete perché i talebani non parlano direttamente alle donne. Rabia che voleva notizie di due suoi collaboratori scomparsi, viene a sapere della loro atroce fine. Il dramma fa emergere la assoluta difficoltà di dialogo tra due culture lontanissime tra loro. I concetti di bene e di male, di giustizia e dei diritti dell'individuo sono inconciliabili. Anche gli interventi delle Associazioni non governative sono fraintesi dai popoli per i quali operano, come emerge da Dalla parte degli angeli di Richard Bean.

Miele di Ben Okert si incentra sulla figura del comandante Massaud che tenta di ottenere dagli americani una presa di distanza dai Talebani e dai Pakistani e che viene assassinato pochi giorni prima dell'11 settembre. L'illusione di essere un eroe di un soldato inglese in missione è al centro di Volta stellata di Simon Stephens, vincitore di sette Laurence Oliver Awards nel 2013 per la riscrittura del romanzo Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte di Mark Haddon. Ma il dramma più poetico e onirico, l'unico che potrebbe essere rappresentato da solo, è Come se quel freddo della drammaturga e poetessa americana Naomi Wallance. In un non luogo disastrato due sorelle, una, la più grande, in abiti più occidentali e la più piccola completamente nascosta da un burqua azzurro, progettano di partire per l'Inghilterra. Un soldato statunitense sogna di essere a casa sua e quando si sveglia tenta di ricordare dove abbia visto le ragazze. Ma la sensazione è che forse si siano incontrati in un sogno pochi istanti prima di morire.
Gran finale di un'operazione difficile che, nonostante la mole di storia e di storie individuali, riesce a mantenere un ritmo scorrevole e a tratti avvincente. Questo ovviamente lo si deve anche al nutrito cast di attori che dimostrano di essere tutti all'altezza delle loro parti. La regia risulta chiarificante, esplorativa, sospesa nel giudizio e priva di risposte univoche. Uno spettacolo necessario che ci riguarda.
Scheda tecnica
AFGHANISTAN: IL GRANDE GIOCO E ENDURING FREEDOM di Lee Blessing, David Greig, Ron Hutchinson, Stephen Jeffreys, Joy Wilkinson, Richard Bean, Ben Ockrent, Simon Stephens, Collin Teevan, Naomi Wallace.
Traduzione di Lucio De Capitani.
Scene e costumi: Carlo Sal. Video: Francesco Frongia. Luci: Nando Frigerio. Suono: Giuseppe Marzoli.
Con: Claudia Coli, Michele Costabile, Enzo Curcurù, Alessandro Lussiana, Fabrizio Matteini, Michele Radice, Emilia Scarpati Fanetti, Massimo Somagliano, Hossein Taheri, Giulia Viana.
Regia di Ferdinando Bruni ed Elio De capitani.
Produzione Teatro dell'Elfo, Emilia Romagna Teatro Fondazione in collaborazione con Napoli Teatro Festival, con il sostegno di Fondazione Caripi e Tricycle Theatre di Londra.
Teatro Argentina di Roma dal 17 al 23 ottobre, poi in tournée.