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il 23 ottobre 2007.
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La recente messinscena di Circle Mirror Transformation, firmata da Valerio Binasco e co-prodotta dal Teatro Stabile di Torino e del Teatro di Roma, si impone nel panorama teatrale contemporaneo come un’opera di altissimo livello teatrale e culturale. Permette infatti al grande pubblico di avvicinarsi alla grande scrittrice americana Annie Baker, vincitrice del Pulitzer 2014, con la sua drammaturgia del non detto, dell’intravisto, del non apertamente dichiarato. Non è interessata all’evento, nel senso tradizionale del termine, ma alla sua pressione sotterranea. I suoi personaggi non si raccontano, emergono e l’emersione è sempre parziale.
Binasco dimostra una comprensione formidabile della drammaturgia della Baker, sposandone la natura più intima e radicale. Il regista ligure rifiuta programmaticamente le accensioni spettacolari, assecondando una narrazione microscopica che evita esplosioni narrative per lasciare solo intravedere l’immenso vissuto emotivo che si cela dietro le azioni ordinarie dei personaggi.
Il primo grande pregio della messinscena risiede nella scenografia essenziale firmata da Guido Fiorato. Lo spazio rappresenta un vecchio scantinato a cui si accede tirando su una saracinesca molto arrugginita: è qui che prende vita la piccola scuola di teatro per principianti in cui è ambientata la vicenda. Dentro ci sono solo file di sedie, grandi specchi e un dispositivo circolare dove i corsisti si siedono per osservare cosa fanno i compagni. Questa radicale nudità dello spazio azzera le distrazioni visive e costringe lo spettatore a focalizzarsi interamente sull’interazione dei corpi. Senza oggetti a fare da filtro, la vicinanza, la distanza e la postura degli attori diventano i veri elementi architettonici dello spettacolo.
In questo spazio il cast compie un lavoro straordinario di micro-geografia teatrale, dove i corpi tracciano le distanze psicologiche dei protagonisti: un progressivo avvicinamento durante un esercizio a terra, un angolo della sala cercato come rifugio o un contatto visivo evitato camminando lungo il perimetro, si trasformano in silenziose rivelazioni drammaturgiche. La recitazione si fa così estremamente fisica nella sua apparente staticità.
Binasco governa con precisione millimetrica la complessa struttura temporale del testo, articolata sulle sei settimane del corso. Lo spettacolo si apre con un prologo che detta immediatamente il codice stilistico dell’opera: un inizio sospeso, dominato dal silenzio che abitua il pubblico alla ritualità metodica degli esercizi. Da quel momento, il racconto si sviluppa a partire dalla prima settimana, procedendo per blocchi temporali ben definiti. I frequenti intervalli tra una sessione e l’altra, non spezzano la tensione, ma agiscono come ellissi narrative. I passaggi temporali vengono resi attraverso un uso magistrale delle luci di Alessandro Verazzi e del suono di Filippo Conti, evitando soluzioni didascaliche: il tempo si compie tramite bui fluidi e transizioni luminose sfumate, accompagnati da una sottile micro-ambientazione sonora. In questi squarci di oscurità, lo spettatore intuisce che, nel fuori scena, le vite dei personaggi stanno cambiando inesorabilmente.


La forza motrice dello spettacolo risiede nell’equilibrio di un cast straordinario che lavora costantemente per sottrazione, offrendo un ritratto magistrale di cinque solitudini. Pamela Villoresi interpreta Marty, l’insegnante di recitazione e animatrice del corso: dietro la sua facciata di accogliente empatia, l’attrice fa emergere con delicatezza le crepe di una profonda fragilità personale. Lo stesso Binasco veste i panni di James, marito di Marty e partecipante al corso, incarnando la figura di un uomo colto ma emotivamente bloccato il cui stare in scena è fatto di sguardi densi e di una rigidità corporea che si scioglie solo nel momento di finzione teatrale. Andrea Di Casa, nel ruolo di Shultz, un falegname cinquantenne reduce da un divorzio doloroso, offre l’interpretazione forse più disarmante dello spettacolo: la sua vulnerabilità sentimentale emerge tutta dai gesti impacciati e dai tentativi frustrati di creare una connessione umana. Alessia Giuliani porta in scena Teresa, una ex attrice trasferitasi da New York in cerca di pace, infondendo nella sala una carica di energia apparentemente magnetica che tuttavia maschera una profonda instabilità e il bisogno nevrotico di fuggire da passate relazioni tossiche. Infine, Maria Trenta interpreta Lauren, una diciannovenne introversa e pragmatica che con i suoi dubbi costanti sull’utilità degli esercizi, rappresenta lo sguardo disincantato del pubblico; la sua straordinaria evoluzione mostra con fermezza il passaggio alla consapevolezza adulta attraverso posture difensive e silenzi ostinati.

In definitiva, questa versione di Circle Mirror Transformation si impone come una memorabile lezione di teatro contemporaneo. Rinunciando all’enfasi e valorizzando la potenza del non detto, la messinscena dimostra come il grande dramma possa nascere dal più piccolo e silenzioso dettaglio quotidiano. Uno spettacolo di assoluto valore, capace di ridefinire le potenzialità espressive della parola e del silenzio sulla scena attuale.
[Foto di scena di Virginia Brown]
Scheda tecnica
Circle Magic Transformation di Annie Baker, traduzione Monica Capuani e Cristina Spina, regia di Valerio Binasco.
Con Valerio Binasco, Pamela Villoresi, Alessia Giuliani, Andrea Di Casa, Maria Trenta.
Scene Guido Fiorato; costumi Alessio Rosati; luci Alessandro Verazzi; suono Filippo Conti; video Simone Rosset; regista assistente Fiammetta Bellone; assistente regia Eleonora Bentivoglio; assistente scene Lorenzo Lostagno; assistente costumi Rosa Mariotti.
Produzione Teatro Stabile di Torino-Teatro Nazionale, Teatro di Roma-Teatro Nazionale.
Foto di scena di Virginia Brown.
Visto al Teatro Argentina di Roma il13 giugno 2026.