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Rivista d'arte on line, ha ricevuto il codice ISSN (International Standard Serial Number)
1973-2635
il 23 ottobre 2007.
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Lo spettacolo diretto e interpretato da Riccardo Leonelli al TeatroBasilica, basato sul testo lucido e feroce di Gianni Guardigli, usa gli ultimi giorni del Nazismo non come una semplice ricostruzione storica, ma come uno specchio deformato del nostro presente. L’intera operazione si configura come un potente monito contro le tragedie contemporanee, con un riferimento esplicito alle stragi in Palestina. Il dramma non si limita a storicizzare il passato, ma denuncia con forza l’orrore di ogni cieco genocidio, la deumanizzazione bellica e la violenza sistematica in nome di una presunta superiorità geopolitica o ideologica.
Questa urgenza civile è amplificata da una scelta scenica radicale che ribalta le aspettative del pubblico: la scenografia minimalista sceglie deliberatamente di non dare l’idea visiva e letterale di un bunker di cemento. Sul palco non ci sono pareti grigie, ma pochi oggetti emblematici; il letto non è una branda militare, bensì un materasso buttato a terra e coperto da un plaid beige scuro. Più in là un bauletto dal quale estrae oggetti e una sedia. Sulla parete destra la bandiera nazionalsocialista con tanto di svastica in bella vista e a sinistra una foto di Hitler. Questa mancanza di realismo strutturale diventa la vera forza espressiva della messinscena: la clausura, l’isolamento e l’oppressione rivelano una proiezione strettamente mentale del protagonista.


All’interno di questo spazio astratto e claustrofobico si consuma il dramma di Fritz, il postino e il violinista personale di Hitler. Quella a cui assistiamo è un’allucinata scomposizione dell’identità. Sebbene l’uomo si rivolga formalmente a interlocutori immaginari, la percezione dominante per lo spettatore è quella di un io diviso che dialoga tragicamente con i due se stesso, un processo schizofrenico in cui l’uomo si fa contemporaneamente carnefice e vittima. Da una parte pulsa il rimosso ideologico che si aggancia ai discorsi originali di Hitler e alle grida registrate della folla oceanica, che irrompono nel bunker attraverso il disegno sonoro dello spettacolo. Davanti a questo bombardamento audio, Leonelli reagisce modulando la propria voce in modo metallico e marziale, quasi a voler emulare la ferocia di quei comizi storici per non affogare nel silenzio. Dall’altra emerge, con un tono che si fa improvvisamente strozzato, intimo e sussurrato, il risveglio doloroso della coscienza. Questa lacerazione vocale e psichica si fa evidente quando Fritz ripete il racconto dell’ultimo giorno di Eva Brown da sposata. In quel frammento di memoria emerge una reazione paradossale e profondamente umana: il postino sembra provare un’infinita, quasi grottesca pietà per la coppia dittatoriale, umanizzando i mostri della Storia nell’attimo del loro crollo e svelando la totale dipendenza affettiva del suddito verso i suoi carnefici. In questa scissione psichica, la lampada a petrolio posizionata vicino al violino assume una fortissima valenza metaforica. Se il violino rappresenta l’arte e l’umanità originaria di Fritz che il Nazismo ha corrotto, la debole luce della lampada simboleggia l’ultimo, tremante lumicino della coscienza e della ragione. E’ una fonte fragile che tenta disperatamente di fare luce nella totale oscurità ideologica in cui l’uomo è sprofondato.
A consolidare questa atmosfera contribuisce in modo decisivo l’apparato visivo e sonoro. I costumi curati da Marinella Pericolini mostrano i segni del collasso attraverso un abito logoro, mentre il tessuto sonoro e le musiche di Francesco Pepicelli agiscono come una vera e propria gabbia acustica di distorsioni e silenzi tesissimi.

La recitazione di Riccardo Leonelli è magnetica e viscerale, capace di reggere in totale solitudine il peso di un testo potentissimo. L’opera di Guardigli scava nell’ambiguità dell’uomo comune che ha abdicato al proprio pensiero critico, trasformando la parola in un labirinto contraddittorio.
La forza di questa operazione risiede nella sua spietata attualità. Lo spettacolo riesce nel compito più alto del teatro civile: farci percepire Fritz non come un mostro lontano nel tempo, ma come un doloroso e pericolosissimo monito vicino alle tragedie dell’attualità geopolitica che si consumano oggi sotto i nostri occhi.
Scheda tecnica
La disfatta. Gli ultimi giorni nel Bunker; con e diretto da Riccardo Lionelli.
Musiche a cura di Francesco Pepicelli; costumi Marinella Pericolini; foto di scena di Liviana Lattanzi.
Visto al TeatroBasilica di Roma il 16 maggio 2026.