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Fogli e Parole d'Arte

Rivista d'arte on line, ha ricevuto il codice ISSN (International Standard Serial Number)
1973-2635
il 23 ottobre 2007.

Fogli e Parole d'Arte è diretta da
Andrea Bonavoglia (Vitorchiano)
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Spettacoli sulle scene e sugli schermi

Le Baccanti dei Marcido Marcidorjs e Famosa Mimosa

 

Gran festa al Teatro Vascello per celebrare i quaranta anni di ricerca teatrale dei leggendari Marcido Marcidorjs e Famosa Mimosa. La loro versione de Le Baccanti da Euripide trasforma il palcoscenico in un altare profano. La scena, come sempre curatissima e imponente, non è solo un fondale ma un corpo vivo che respira con gli attori. La regia di Marco Isidori restituisce quel senso di sacro terrore euripideo, fuggendo dalla recitazione classica per abbracciare un linguaggio di suoni viscerali e geometrie spezzate. Un’ opera che non si guarda, ma si subisce come una possessione.

C’è tutto della bellissima tragedia scritta tra il 406 e il 407 a.C. da un Euripide laico e poco ligio a rispettare le regole. Il suo Dioniso non ha virtù, è solo feroce e la violenza esclude una vera e propria catarsi. Isidori prende la palla al balzo e, come papà Beckett insegna sulla irrappresentabilità del tragico nei tempi moderni, non permette agli spettatori di uscire risollevati. Anzi, la tragedia affonda in un grottesco esagerato, in parte legato alla comicità dell’avanspettacolo napoletano.

La prima immagine, firmata da Daniela Dal Cin, è un colpo d’occhio monumentale. Un Vesuvio in piena eruzione con ciliegie abitacolo da dove sbucano le facce delle Baccanti ci fa capire che non siamo in un’Atene di marmo, ma in una terra di mezzo tra il mito e l’avanspettacolo più acido. Non è un semplice fondale, ma parte integrante di un dispositivo scenico bifronte. Accanto alla sagoma del vulcano si muove, su binari paralleli, la struttura del Palazzo di Penteo: due macchine sceniche, che dialogano e si contrappongono, rivelando un’intelaiatura di tubi a vista. E’ un’architettura precaria e semovente che mostra allo spettatore le proprie “viscere” meccaniche, trasformando il mito in un ingranaggio teatrale a vista.

Lo vediamo nell’ingresso di Tiresia (Maria Luisa Abate) che irrompe suonando una pianola in un frac dalle code all’insù sopra una tuta beige: un’immagine che sembra uscita da un caffè-concerto espressionista.

Questa aggiunta prima della tragedia vera e propria è una dichiarazione di poetica che viene confermata dal Dioniso sciantosa del grande Paolo Oricco. Il suo Dioniso è un miracolo di equilibrio tra l’osceno e il divino. La sua fisicità non è mai casuale: ogni posa, ogni mossa rubata dal repertorio della rivista, diventa un atto di dominio. Oricco abita la scena con una muscolarità nervosa, quasi traumatica, trasformando la seduzione del Dio in una parata crudele.
E’ una fisicità che trova il suo naturale contrappunto nel linguaggio materico forgiato da Marco Isidori. La sua non è una semplice riscrittura ma una vera partitura ritmica che impone agli attori una fonetica dell’eccesso: le parole non sono veicoli di significato, ma oggetti fisici scolpiti dagli attori con una forte intensità corporea. La scrittura è talmente densa e complessa da sprigionare un potere quasi ipnotico e una forza rituale e oscura. Non è una lingua che spiega ma che ferisce, agendo come il reagente necessario a far precipitare il mito nel grottesco.

 

Sempre in bilico tra sensualità e furore, Dioniso è giunto a Tebe per vendicarsi del fatto che il re Penteo e i suoi sudditi non lo considerino figlio di Zeus e di Semele, negando in questo modo la sua natura divina. A tal fine, ha indotto un germe di follia in tutte le donne tebane che sono fuggite su Citerone per celebrare riti in suo onore. Riti, come in Euripide, solo violenti e sanguinari.

In questo massacro fisico, riportato dal messaggero e, ovviamente, non rappresentato, i costumi di Daniela Dal Cin diventano epifanie. Non vestono gli attori, ma li espandono: come l’estensione che mostra improvvisamente le immagini delle vacche, evocando lo sbranamento rituale non con le parole, ma con un’apparizione grafica che squarcia la scena. Allo stesso modo le bocche spalancate e assetate di sangue coprono a mo’ di maschere i volti delle baccanti che fungono da coro. Sono rosse come il fuoco, perché raccontano una violenza inaudita.

La smania del rito non risparmia neanche i padri e i vecchi. Quelle strutture in peluche verdi che Tiresia e Cadmo (Marco Isidori) indossano sono una parodia geniale del travestimento rituale. Rappresentano l’edera, la pianta sacra a Dioniso, ma la Dal Cin la rende sintetica, finta, quasi un accessorio da teatro dei burattini. Serve a sottolineare l’aspetto ridicolo di questi due vecchi che cercano di farsi “baccanti” con un entusiasmo goffo e buffonesco, trasformando il rito in una recita scolastica.

 

 

Ma è nel destino di Penteo che la recitazione esplode definitamente come confine dove il riso grottesco si trasforma in un grido soffocato. La sua trasformazione non è solo un cambio d’abito ma una vera e propria eviscerazione simbolica. Quella dei nastrini rosa che srotolano dai fori della sua corazza è una delle invenzioni visive più potenti di Daniela Dal Cin. I nastri rosa rappresentano visivamente le interiora o il sangue che scappa dal rigore del re. Prima ancora che le Baccanti lo facciano a pezzi fisicamente sul Citerone, Dioniso lo sta già svuotando della sua autorità maschile e guerriera. Il colore rosa, associato ai nastrini, serve a umiliare Penteo trasformandolo in oggetto fragile, quasi un giocattolo o una bambola grottesca E’ la vendetta di Dioniso che riduce la superbia del sovrano in un ammasso di fronzoli femminili.

Quando cala il sipario su queste Baccanti non c’è sollievo, ma la consapevolezza di aver assistito a un rito necessario e spietato. Il trionfo dei Marcido sta proprio in questa capacità di restituirci un Euripide privo di polvere accademica, dove la maestosità della macchina scenica e la ferocia del linguaggio collidono fino a stordire. Uscendo dal Vascello resta l’eco di una battaglia che non ha vinto nessuno, se non il Teatro stesso nella sua forma più pura, ostinata e orgogliosamente “altra”. Un compleanno per i quarant’anni della compagnia che non è una celebrazione nostalgica, ma un nuovo violentissimo inizio.

 

Scheda tecnica

Istruzioni per l’uso del Divino Amore: Mana enigmistico. Le Baccantidi Euripide che “precipitano” a contatto col reagente Marcido.
Riscrittura e regia di Marco Isidori.
Con Paolo Oricco, Maria Luisa Abate, Valentina Battistone, Ottavia Della Porta, Alessio Arbustini, l’Isi;
assistente alla regia Mattia Pirandello; luci Fabio Bonfanti; scene e costumi Daniela Dal Cin; coproduzione: Marcido Marcidorjs e Famosa Mimosa/ Teatro Stabile di Torino-Teatro Nazionale.

Foto di scena fornite dall’Ufficio Stampa.

Visto al Teatro Vascello di Roma il 5 maggio 2026.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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