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Fogli e Parole d'Arte

Rivista d'arte on line, ha ricevuto il codice ISSN (International Standard Serial Number)
1973-2635
il 23 ottobre 2007.

Fogli e Parole d'Arte è diretta da
Andrea Bonavoglia (Vitorchiano)
e distribuita on line dalla società Ergonet di Viterbo.

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Spettacoli sulle scene e sugli schermi

Basso Napoletano, di e con Marco Sgrosso

  

Capolavoro assoluto questo Basso Napoletano di Marco Sgrosso in scena al Teatro Studio Argot in questi giorni piovosi di aprile. Assiepati vicino al piccolo spazio scenico, gli spettatori vivono un’esperienza teatrale immersiva e coinvolgente che li trasporta nelle viscere marce di una Napoli degradata e apocalittica ma sempre resiliente. Accompagnato in scena dal contrabbasso del grande Felice Di Gaudio, Sgrosso attraversa testi di De Filippo, Moscato, Viviani, Manna e tanti altri ancora, dando voce e canto ai volti più diversi della città.

Allievo di Leo de Bernardinis, al quale lo spettacolo è dedicato, Sgrosso tende a una recitazione poetica e simbolica, che non racconta ma evoca. Utilizza spesso la voce in modo musicale e coinvolge tutto il corpo per amplificare i significati di singole parole o battute. Il suo stile è indissolubile dal sodalizio artistico con Elena Bucci. Insieme hanno sviluppato un metodo basato sulla complicità, la memoria e una continua riscrittura scenica che valorizza l’attore come autore del proprio gesto. L’attore non è un esecutore di battute ma, per dirla con Leo de Bernardinis, è “un atleta del cuore” e un creatore di forme.



Sgrosso si muove sulla scena tessendo una tela invisibile di rimandi poetici. La sua capacità di cambiare voce non è un semplice esercizio di stile, ma è il tentativo di dare voce a un’intera città, a quella molteplicità dell’essere che Napoli rappresenta.

Sgrosso non racconta Napoli, la incarna. La precisione millimetrica del gesto e il continuo mutare dello sguardo trasformano l’attore in una creatura proteiforme che attraversa la complessità del testo di Moscato e degli altri autori con una ferocia fisica che lascia senza fiato.

In questo rito scenico, la recitazione di Sgrosso non è mai sola: il contrabbasso di Felice Del Gaudio non si limita ad accompagnare, ma agisce come un secondo attore, un’estensione delle corde vocali del protagonista. Tra i due si instaura una vera jam session drammaturgica, dove la frenesia del corpo di Sgrosso sembra rispondere alle vibrazioni profonde e telluriche dello strumento. Una simbiosi rara: quando la voce dell’attore si spezza in mille rivoli, le corde di Del Gaudio offrono la tessitura ritmica necessaria a sostenere questa molteplicità dell’essere.

All’inizio dello spettacolo il musicista è solo con il suo strumento, in attesa dell’attore che entra con indosso una maschera da Commedia dell’Arte e cita la famosa battuta dal Natale a casa Cupiello di De Filippo, “Lucarie’…scétate so’ ‘e nove”.

Dopo un breve prologo, si toglie la maschera e dà il via a una carrellata di citazioni da opere più o meno note di altri autori napoletani, che, grazie alla regia e alle qualità attoriali, sembrano appartenere a un unico racconto, nonostante la diversità di stili e dei fatti presi in considerazione. La musica crea ponti tra un pezzo e l’altro ma la sapienza attoriale è forse il vero aggregante. Sgrosso mette insieme le voci di Napoli come se fossero tasselli di un mosaico antico. Eduardo, Moscato, Malaparte non sono entità separate, ma schegge di un unico discorso che l’attore ricompone attraverso una gestualità di sintesi. Un collage che non lascia respiro, dove il corpo di Sgrosso funge da collante, passando dalla preghiera all’imprecazione con una naturalezza che solo una profonda sapienza tecnica può restituire.

Il frammento di vita più inquietante e cupo è tratto da La pelle di Curzio Malaparte e serve a Sgrosso per dare quella visione cruda della Napoli ferita dalla guerra e dalla fame. Si tratta dell’atroce episodio in cui si offre un bambino alla griglia, spacciato per un capretto, a un generale americano invitato a pranzo da una povera famiglia disgraziata.
La voce più presente e quella di Enzo Moscato, l’anima barocca e post-moderna dello spettacolo. Da Moscato, Sgrosso attinge quella lingua materica fatta gi immagini poetiche che scavano nel ventre della città. La sua gestualità si fa più complessa e nervosa. “lurida, fottuta città” è l’espressione presa in prestito da Moscato, che Sgrosso ripete più volte nei suoi momenti di rabbia più intensi.
Da Scannasurice trae l’immagine di una puttana che si mette il rossetto per andare a battere nei bassi. La storia del verme che riesce a strisciare dentro una chiesa nonostante sia chiusa, è tratta da L’AnidriteCarbonica, sempre di Moscato, in cui il verme è spesso metafora dell’abitante dei bassi, una creatura che striscia tra il sacro della chiesa e il fango della sopravvivenza. Sgrosso usa questo testo per spingere la sua gestualità verso il grottesco: il suo corpo si contrae, si fa piccolo e viscido.

Annibale Ruccello porta la Napoli delle periferie, quella più pericolosa che Sgrosso traduce in movimenti molto tesi e in un’atmosfera di minaccia sospesa. A tratti appaiono schegge di Domenico Rea o Raffaele La Capria per descrivere il rapporto fisico con la luce, il mare e la materia della città. Alla fine Lucariello di De Filippo si alza dal letto per ricominciare a vivere. Come fa Napoli, nonostante tutto. La vitalità e la forza di questa città è continuamente evocata dalla ricca gestualità di Sgrosso che ci restituisce un’immagine complessa e poliedrica della sua amata Napoli.

 

 

Scheda tecnica
Basso Napoletano variazioni per contrabbasso e voce, dedicato a Leo, elaborazione drammaturgica, mise en espace e voce Marco Sgrosso; contrabbasso Felice Del Gaudio;
ideazione luci e direzione tecnica Loredana Oddone; produzione Le belle bandiere con il sostegno di regione Emilia Romagna e Comune di Russi.

Visto al Teatro Studio Argot il 12 aprile 2026.

Foto di scena fornite dall’Ufficio Stampa.

 

 

 

 

 

 

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