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1973-2635
il 23 ottobre 2007.
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Operazione teatrale potente, originale e necessaria questo Hamlet in purple scritto e interpretato dal talentuoso Valentino Mannias (Premio Ubu 2024). Non si può definire una riscrittura del capolavoro shakespeariano perché non lo è e non lo vuole essere. Hamlet in purple attraversa e trae spunto da Amleto per affrontare problematiche attuali come la morte del teatro, il crescente abuso di potere di governi che strozzano la libertà di pensiero e, come se non bastasse, il moltiplicarsi di guerre interminabili. Tempi oscuri in cui il teatro è spesso puro intrattenimento che si guarda bene dall’interrogarsi sulle problematiche dell’oggi.
Il viola del titolo è un simbolo liturgico legato al lutto e alla Quaresima, periodo dell’anno, in cui era assolutamente proibito agli attori di andare in scena. Il colore funebre trasforma lo spettacolo in un rituale sacro che celebra la morte del teatro nelle nostre democrazie, stritolate tra logiche di dominio e indifferenza verso i più deboli.

Il testo è stato tradotto in endecasillabi da Mannias per ricreare in scena la musicalità del pentametro giambico shakespeariano. Del testo modello sintetizza gli snodi essenziali, riducendo le scene a brevi scambi di battute. Il dolore di Amleto per morte del padre, il suo rapporto con Ofelia, il suo metateatro, la scenata alla madre e l’uccisione di Polonio, il piano di Claudio di spedirlo in Inghilterra per farlo uccidere, il suo ritorno, il duello con Laerte, che viene solo raccontato, e l’arrivo di Fortebraccio. Molta risonanza acquista la guerra dei norvegesi che si combatte fuori dal chiuso del castello. I monologhi sono in parte accorciati e il resto della performance si permette a volte un tono colloquiale che non intacca la potenza espressiva del testo.
La scena, occupata da un teatrino, vede Mannias, nelle vesti di Amleto e di Claudio, accompagnato da una marionetta e cinque burattini e dalle musiche originali eseguite dal vivo da Luca Spanu.
I membri della corte di Elsinore (Gertrude, Polonio, Laerte, Rosencrantz e Guildenstern ) sono creature lignee che prendono vita solo quando Mannias presta loro voce e movimento. Rappresentano una società disumanizzata, priva di volontà e facilmente manipolabile.
All’inizio nel buio, schiarito appena da luci violacee, si odono le voci delle guardie che commentano l’avanzata delle truppe norvegesi e raccontano delle inquietanti apparizioni di un fantasma. Una voce fuori scena, torbida e disumana pronuncia solo poche parole che rivelano l’assassinio del Re per mano di suo fratello Claudio. Poi il siparietto del teatrino si apre e compare il volto biaccato di Amleto che si fa simbolo assoluto del teatro.


Mannias non recita la parte di Amleto, la abita, nonostante sia impegnato a interpretare Claudio e a dar voce a tutti gli altri personaggi di legno.
La sua recitazione è viscerale, intensa, penetrante ed è caratterizzata da infinite variazioni vocali e timbriche, ottenute anche attraverso un uso particolare dei microfoni al modo di Carmelo Bene e di Roberto Latini. Passa da sussurri appena bisbigliati a grida violente con estrema naturalezza e la sua voce ha il potere di attraversare la sensibilità del pubblico.
La sua idea registica di interpretare contemporaneamente Amleto e Claudio lo costringe a uno sdoppiamento parossistico. Claudio è un assassino usurpatore senza scrupoli, Amleto è un uomo di pensiero, poco incline all’azione e che uccide per vendicare la morte del padre. La scena di confronto tra zio e nipote comporta un ribaltamento totale del corpo e della voce. Mannias passa dalla postura inquieta e contratta di Amleto a quella rigida e autoritaria di Claudio nel giro di un paio di secondi. Quando si parlano, Mannias lancia una battuta come Amleto e la riceve come Claudio creando un effetto di eco deformante. Il fatto che Mannias dia voce a tutti ma incarni fisicamente solo i due rivali sottolinea che il vero conflitto non sia tra Amleto e la corte, ma un suo duello interiore. I burattini rappresentano il mondo esterno “senza anima”, mentre Claudio e Amleto sono le uniche due entità umane pulsanti, intrappolate nello stesso destino. Del resto Amleto, nel cercare vendetta, rischia di diventare ciò che odia. Il viola avvolge entrambi: uno per il peccato che ha commesso, l’altro per il sangue che dovrà versare. Amleto non combatte contro un nemico esterno ma con il proprio riflesso oscuro.
L’attore è posseduto dai personaggi anche quando dà vita e movimento ai burattini di Is Mascareddas. Questa scelta stilistica è anche una critica feroce alla politica contemporanea, vista come una gestione di burattini senz’anima, burocrati del potere che si lasciano trascinare da fili invisibili.
Al suo fianco Luca Spanu, autore delle musiche e curatore del sound design, suona il cristallofono, il liuto e il violoncello. La musica non si limita ad accompagnare lo spettacolo, ma ne è parte integrante. I suoni del primo sono limpidi e taglienti ed evocano il soprannaturale e la presenza del fantasma del Re. Il liuto rinascimentale è usato per le scene a corte e il violoncello contribuisce a costruire la partitura emotiva dello spettacolo e dà corpo al dolore e al lutto amplificando il dramma interiore dei personaggi. Spesso la musica è la voce della psiche Amleto che si scontra con i rumori del mondo. Spanu, inoltre, interpreta la parte di Orazio, l’unico amico di Amleto e l’unico superstite.

Il teatro di figura mette in risalto la solitudine di Amleto. La corte di Elsinore è un piccolo mondo di legno abitato da simulacri, una massa che non pensa ma che viene mossa dai fili di una propaganda invisibile.
In questo deserto di oggetti, Mannias inserisce il dispositivo del teatro nel teatro. Amleto non sceglie attori in carne e ossa per smascherare il Re, ma manipola egli stesso i simulacri lignei, rafforzando l’identificazione di Amleto con il teatro. Dà istruzioni teatrali “accordate il gesto alle parole, la parola al gesto avendo cura di non superare la modestia della natura.” (III,2). Suggerimenti che supportano la sua tesi che il teatro sia uno specchio posto difronte alla natura. Maestro di teatro, Amleto, in questo caso ricorda le sue raccomandazioni a sé stesso perché è lui che muove gli attori burattini. Assistiamo al culmine della disumanizzazione. Mannias è costretto a fare il burattinaio nel tentativo di scuotere una realtà che ha perso ogni battito vitale. In questo gioco di specchi, la fotografia incorniciata di Ofelia brilla come l’unico reperto di umanità perduta. Amleto la sbatte in faccia alla madre, Gertrude, come un atto di accusa civile: è il richiamo alla sofferenza di una persona reale, l’unico volto vero in una corte di pezzi di legno, sacrificata all’altare dei giochi di potere.
Proprio come nella scena omessa in cui Ofelia, impazzita di dolore, offre fiori ai membri della corte, Mennias e Spanu offrono al pubblico fiori secchi affinché li porgano sulla cassetta bara dove giace il cadavere della marionetta di Amleto. Idea registica geniale che rende gli spettatori partecipi di un rito funebre del teatro che, paradossalmente, lascia prevedere una sua rinascita. L’altissima qualità dello spettacolo ci fa sperare nel meglio.
Mannias attraversa Shakespeare per scuoterci dal torpore, consegnandoci un Amleto che si fa testimone di una civiltà che sta crollando.
Spettacolo denso di significati che ha il coraggio di usare il passato per urlare le urgenze del nostro tempo. Applausi fragorosi e sinceri da parte di un pubblico fortemente coinvolto.
Scheda tecnica
Hamlet in purple. Traduzione, regia e drammaturgia di Valentino Mannias.
Musiche originali e sound design di Luca Spanu; marionette: Is Mascareddas; interventi vocali: Emanuela Orrù e Federica Orrù; disegno luci: Andrea Gallo; foto di scena di Dietrich Steinmetz; produzione: Bluemotion.
Visto all’Angelo mai il 21 marzo 2026.