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Fogli e Parole d'Arte

Rivista d'arte on line, ha ricevuto il codice ISSN (International Standard Serial Number)
1973-2635
il 23 ottobre 2007.

Fogli e Parole d'Arte è diretta da
Andrea Bonavoglia (Vitorchiano)
e distribuita on line dalla società Ergonet di Viterbo.

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Spettacoli sulle scene e sugli schermi

L’anitra selvatica di Henrik Ibsen, per la regia di Thomas Ostermeier

  

Peter Ostermeier

 

Andato in scena al Teatro Argentina per soli due giorni, il dramma ibseniano diretto dal grande Ostermeier, che ha collaborato alla drammaturgia insieme a Maya Zade, è un capolavoro assoluto. Direttore artistico della Schaubühne di Berlino dal 1999, Ostermeier conferma le sue straordinarie doti registiche e, questa volta, gli attori hanno veramente superato se stessi. Infatti, grazie a prove estenuanti, sembrano persone vere e non attori che recitano. Il loro agire è assolutamente naturale, spontaneo, diretto, tanto da coinvolgere ancor più lo spettatore nei loro conflitti personali.

Il testo di Ibsen viene liberato dalla sua patina ottocentesca ma lo scontro tra verità e menzogna, che era già moderno ai suoi tempi, rimane invariato in tutta la sua complessità. Ostermeier si è limitato a tradurlo in un linguaggio verbale e scenico più attuali perché il dramma ci riguarda da vicino.


Al centro della vicenda si confrontano due famiglie. Quella del vecchio Werle (Thomas Bading), impresario ricchissimo e privo di scrupoli morali, suo figlio Gregers (Marcel Kohler), paladino indefesso della verità non tanto per reali principi etici, quanto per chiudere i conti con il padre che non lo ha mai considerato più di tanto, e la Signora Sӧrby (Stefanie Eidt), la nuova consorte del capitalista rapace. Poi c’è la famiglia povera del vecchio Ekdal (Falk Rockstroh), ex socio in affari di Werle, sbattuto in galera a causa di un tracollo finanziario comune dal quale l’altro si è tenuto fuori. Ekdal, suo figlio Hjalmar (Stefan Stern), sua moglie Gina (Marie Burchard) e la loro figlia Hedvig (Magdalena Lermer) vivono nella menzogna e nell’ illusione che permettono a tutti di tirare avanti alla meno peggio. Per salvare le apparenze, Werle li mantiene a distanza. Dopo aver trovato un lavoretto fittizio da fotografo a Hjamar, lo fa sposare con la con la sua serva e amante Gina che ha partorito Hedvig, affetta da una graduale tendenza alla cecità, ereditata dai problemi oculari di Werle.


Chi più chi meno, sono tutti fragili e instabili ma trovano un modo per vivere in pace. La loro estrema vulnerabilità viene messa in risalto dalla piattaforma rotante di Magda Willi che sostiene le case delle due famiglie. L’interno elegante di un angolo del salotto borghese di Werle, contrasta fortemente con la casa disordinata e arredata alla meglio di Ekdal. Divano, tavolo, sedie dai colori spaiati, una specie di bancone dove Gina fa il lavoro che spetterebbe al marito (consegnare a clienti invisibili foto scattate da Hjalmar) e la stanza degli alberi dove l’anitra selvatica ferita viene accudita da Hedvig. Il tutto trasmette un senso di claustrofobia perché non c’è una via d’uscita verso l’aria aperta del fuori.

L’anitra che si accontenta di rinunciare al suo ambiente naturale è metafora o simbolo non solo di Hedvig. che qui aspira a diventare giornalista senza poter andare a scuola per la sua vista compromessa, ma anche di tutti gli abitanti della casa. Il vecchio Ekdal si vanta delle glorie passate me esegue i lavoretti che Werle gli ha procurato. Hjalmar, il personaggio più deplorevole di tutti, crede di essere un grande fotografo e aspira a salire la scala sociale. Si vanta di una sua prossima invenzione d’avanguardia ma affida alla figlia non vedente il compito di scrivere al computer al suo posto, facendosi promettere di non dirlo a nessuno. É pieno di sé anche se è un mantenuto nullafacente che si deve far prestare un vestito per andare alla festa dei Werle. Gina non lo stima ma se lo fa bastare. Hedvig gli ubbidisce sempre perché lo ama moltissimo. Insomma è una famiglia disfunzionale che ha trovato il modo per vivere in tranquillità.

Finché non arriva Gregers che si istalla in casa loro con discrezione e che, passo dopo passo, svela a Hjalmar che Hedvig non è figlia sua e che sua moglie era l’amante di Werle.

La verità è inesorabile, spietata, inflessibile. Quanto è giusto conoscerla per vivere una vita sopportabile? Perché rivelarla a chi trova una relativa pace nella menzogna? Ostermeier non dà risposte e lascia che le domande rimangano in mente agli spettatori dopo teatro.

Hjalmar dà di matto. Ripudia la figlia che è disposta persino a uccidere la sua amata anitra per dimostrare il suo profondo amore per il padre. Il suo sforzo è inutile. Il mitomane senza cuore dimostra tutta la sua abiezione.

Hedvig si spara e a nulla servono i tentativi di rianimarla del dottor Relling (David Ruland) che, constatata la morte della ragazza, dice riferendosi a Hjalmar. “Fra tre mesi la piccola Edvig non sarà altro per lui che un bel tema per declamazioni”. E nel frattempo la piattaforma gira sempre più vorticosamente in un frastuono di musica metal che lascia gli spettatori senza fiato.


La regia ellittica di Ostermeier ha un ritmo variabile. Nella prima parte del dramma, dove la prima tragedia è già accaduta, i tempi sono più lenti e si dà molta importanza ai movimenti e alle battute degli attori, alle pause, ai silenzi. I profili dei personaggi sono complessi ma ben delineati. Werle non appare troppo crudele ma come un uomo che ha capito le regole del suo gioco. Allo stesso modo Gregers non è presentato come un fanatico della verità, ma come un figlio che vuole mettersi la coscienza a posto e che vuol far luce sulle malefatte di un padre che lo ha represso.

Prossemica, mimica facciale, linguaggio del corpo e i tempi delle battute sono stati studiati con precisione chirurgica, anche se a noi sembri che gli attori si muovano con la naturalezza del qui e ora. La seconda parte è più convulsa ma sempre curatissima nei dettagli. Qui, più che mai, entra in gioco il tema delle colpe che ricadono sui figli.

Lo spettacolo è un viaggio nell’animo imperfetto degli esseri umani. Un viaggio doloroso che mostra le crepe, le contraddizioni e i dubbi ineludibili che la vita comporta.

 

Scheda tecnica

L’anitra selvatica di Henrik Ibsen. Adattamento di Maja Zade e Thomas Ostermeier. Regia di Thomas Ostermeier.
Con Thomas Bading, Marie Burchard, Stefanie Eidt, Marcel Kolher, Magdalena Lermer, Falk Rockstroh, David Ruland, Stefan Stern.
Scenografia: Magda Villi. Costumi: Vanessa Sampaio Borgmann. Musiche: Sylvan Jacques. Drammaturgia: Maja Zade. Luci: Erich Scheider. Produzione Schaubüne Berlin. In coproduzione Festival d’Avignone, Teatro di Roma-Teatro Nazionale.
Spettacolo in lingua tedesca con sottotitoli in italiano.
Foto di scena fornite dall’ufficio stampa.

Visto al Teatro Argentina il 24 gennaio 2026

 

 

 

 

 

 

 

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