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Fogli e Parole d'Arte

Rivista d'arte on line, ha ricevuto il codice ISSN (International Standard Serial Number)
1973-2635
il 23 ottobre 2007.

Fogli e Parole d'Arte è diretta da
Andrea Bonavoglia (Vitorchiano)
e distribuita on line dalla società Ergonet di Viterbo.

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Spettacoli sulle scene e sugli schermi

Il Gabbiano di Čechov,attraverso lo sguardo di Filippo Dini

 

Spettacolo ardito, sottilmente ironico e non privo di momenti grotteschi, Il Gabbiano diretto da Filippo Dini, che interpreta anche la parte di un Trigorin stralunato, trascina la vicenda nella nostra miserevole contemporaneità. Il Gabbiano è un testo moderno che mostra una umanità sull’orlo del baratro e riflette sulla necessità di rinnovare l’arte teatrale e letteraria in generale. Niente di più simile all’umanità di oggi. Ma sempre con le dovute differenze che spetta a Dini mettere in risalto. Impresa coraggiosa perché richiede molta attenzione per non creare incongruenze e per far sì che il pubblico meno giovane, che associa Čechov alla malinconia, non protesti troppo. Strano a dirsi, perché Lev Dodin ha presentato a Milano uno Zio Vania imbevuto di comicità e perché Leonardo Lidi con il suo Il Gabbiano e il suo Zio Vania ha riportato Čechov ai nostri giorni.

Il Gabbiano racconta l’assurdità del destino umano e, come afferma Dini stesso, “è uno dei testi più cinici e contemporanei” del drammaturgo russo. Non a caso la sua prima rappresentazione al Teatro Aleksandrinkij di San Pietroburgo nel 1896 fu un clamoroso fiasco che costrinse Čechov a nascondersi dietro le quinte, deciso a non scrivere più di teatro. Per fortuna, due anni dopo Stanislavskij e Dančenko misero in scena per il Teatro d’Arte di Mosca una nuova versione del dramma, che ottenne un enorme successo e che convinse Čechov a riprendere a scrivere.

I personaggi radunati vicino al lago della tenuta di Sorin sono in lutto con l’esistenza, feriti da amori non ricambiati, delusi dai loro sogni mai realizzati, dalla loro solitudine profonda. Si sforzano di tirarsi un po’ su in ogni modo, ma la paralisi finale è inevitabile.

Le ambizioni artistiche del giovane Kostantin e di Nina sono destinate a sfumare. Nessuno trova una via d’uscita al male di vivere, ma non si piangono mai addosso. Non c’è azione scenica nel senso tradizionale del termine e il dramma si snoda verso il finale attraverso dialoghi tra due o tre personaggi al massimo.

Dini presenta una versione abbastanza fedele al testo di partenza che subisce solo piccoli tagli e un paio di aggiunte L’ottima traduzione di Danilo Macrì modernizza il linguaggio e il regista impone un ritmo dinamico alle conversazioni tra personaggi che non sono mai ascoltati dall’interlocutore di turno. La recitazione a volte sembra un po’ troppo urlata e l’assenza di pause e silenzi svilisce inevitabilmente la poesia cechoviana. Ma questo fa parte del gioco di calare nell’oggi spasmodico e vacuo una vicenda risalente alla fine dell’Ottocento.



I costumi di Alessio Rosati sono un po’ scaciati e rimandano alle mode attuali. Nina indossa shorts e maglietta stampata e tutti gli altri sfoggiano vestiti estivi molto colorati e anche un po’ pacchiani. La scena essenziale di Laura Benzi utilizza un fondale con lago e due pareti laterali riflettenti che sottolineano la simbolica prigionia dei personaggi in uno spazio chiuso.

Mentre gli spettatori si accomodano in sala a luci accese, una giovane donna in jeans traffica con un computer e aggeggi tecnologici vari posti a fianco di un vasto drappeggio dove verrà proiettato lo spettacolo dell’inquieto Kostantin. La ragazza è Maša, la figlia dell’amministratore della tenuta, che attende che lo spettacolo del suo amato Kostantin abbia inizio. Quando il maestro Medvedanko si precipita dalla platea verso il palco cantando una canzone d’amore a squarciagola, tutti si accorgono che lo spettacolo era già in atto mentre cercavano il loro posto.

Si capisce subito l’importanza del canto e del teatro nel teatro. Inoltre appare evidente il tema della infelicità provocata dell’amore non corrisposto. Madvenco ama Maša che ama Kostantin che, a sua volta, stravede per Nina, incomprensibilmente invaghita di Trigorin, l’amante della grande attrice Arkadina, corteggiata dal medico Dorn, a sua volta amato da Polina, moglie dell’amministratore Šamraev, che adora solo i soldi. C’è infelicità e disagio esistenziale per tutti che, nella versione di Dini, assumono il carattere di nevrosi o isteria.

 

Cruciale è il tema del metateatro che Dini approfondisce con cura. Prima che arrivi Nina per la quale Kostantin ha scritto una pièce sperimentale, il giovane parla con lo zio Sorin della necessità di rinnovare il teatro. Ripete più volte che il teatro è sempre uguale a se stesso e che manca di varietà di registri. Avvolto in un suggestivo semibuio, recita versi dal Riccardo III e giusto due o tre battute della scena di Amleto con il fantasma del padre. Questa breve sequenza è un’aggiunta.

Dini affida la regia dello spettacolo di Kostantin al giovane Leonardo Marzan proprio per mettere in risalto lo stacco generazionale tra registi, che dovrebbe alimentare un rinnovamento delle forme del teatro. Come accennato, lo spettacolo di Kostantin prevede la proiezione filmica delle semplici azioni quotidiane di una ragazza interpretata da Nina. Arkadina se ne esce con espressioni di dissenso durante la performance e il figlio interrompe bruscamente lo spettacolo. Dopo aver difeso a spada tratta il suo modo di fare teatro, grida a Kostantin di piantala con questo teatro decadente. Il rapporto edipico tra Kostantin e Arkadina e l’odio del giovane nei confronti del patrigno ricalcano quello tra Amleto e Gertrude e l’odio di lui contro Claudio. Questo confronto appare chiaro attraverso citazioni da Amleto che appaiono nel testo. Questa non è una aggiunta ma un parallelismo voluto da Čechov che amava immensamente Shakespeare.

Per mettere ancora più in risalto la metateatralità del suo spettacolo, Dini introduce alcune canzoni pop cantate dagli attori davanti all’asta del microfono, E’anche un modo per dimostrare che alcuni personaggi ce la mettano tutta per tirarsi un po’ su.

 

Maša, dopo aver tanto sofferto per l’amore non ricambiato da Kostantin, decide di sposare Medvedenko per affogare il dolore nella tranquilla routine del matrimonio. Quando si presenta in scena con il pancione e il velo da sposa in testa e canta Skyfall di Adèle, scatena risate molto amare. Un grande esempio di grottesco che ferisce. Anche Nina, instancabile aspirante al successo, si lancia a cantare I Still Haven’t Found What I’m Looking for degli U2, dimostrando di possedere notevoli doti canore.

Il ritmo registico è molto veloce e le scene si concatenano tra loro con brio. Più lento nel quarto atto, privo di lazzi e facezie, perché ambientato in casa dello zio Lorin in procinto di morire, sostenuto da Kostantin e dal medico. Tra la fine del terzo atto e l’inizio dell’ultimo sono passati tre anni. Il vecchio sta sempre peggio e il nipote che non lo ha mai lasciato solo, ha lasciato il teatro per occuparsi di letteratura. Il vecchio bofonchia di aver desiderato tante cose e di non averle mai ottenute e muore rassegnato. Kostantin entra in un’altra stanza e si spara dimostrando di essere molto più fragile dello zio. Finale secco e asciutto. Assolutamente pregevole.

Lo spettacolo dura tre ore, ma il tempo sembra volare. Al di là della struttura scenica, delle trovate registiche e dei ritmi che scandiscono le scene, il merito va ascritto alla destrezza degli attori. Dini ha seguito con attenzione tutti, anche gli interpreti di parti minori, ed è evidente che abbia curato la varietà dei movimenti e dei rapporti di prossemica affinché nessuno venisse meno alle proprie capacità espressive.

Dini è un Trigorin un po’ trasandato e forse anche meschino. Nonostante la leggera balbuzie, si lancia in un lungo e monotono racconto sui suoi spunti di ispirazione e sui tempi di scrittura. Scrive perché gli riesce ma non sembra appassionato del suo lavoro. E’ pigro e ama solo se stesso, la pesca e la natura. Non si capisce perché Nina (Virginia Campolucci) rimanga affascinata da un tipo simile. Giuliana De Sio interpreta con vigore Irina Nikolaevna Arcadina, madre anaffettiva tutta presa da sé stessa. Determinata ed egoista assomiglia alle donne in carriera di oggi. Giovanni Drago interpreta con misura un Kostantin disperato. Valerio Mazzuccato (Petr Nicolaevič Sorin) è straordinario nell’esprimere il suo amore per Kostantin e nei suoi miti e inutili tentativi di fargli capire che la vita va come deve andare. Gennaro Di Biase (II’ja Afanas’evič Samraev) si distingue per la sua rozzezza che non risulta mai caricaturale. Angelica Leo (Polina Andreevna) innamorata del medico, dimostra non senza vanità di essere tenace nel corteggiarlo. Fulvio Pepe (Evgenei Sergeevič Dorn) è molto bravo a curare alla buona i malati senza mai smettere di fare il galante con le donne. Bravo anche Edoardo Sorgente che se la cava molto bene con il canto.

Dini ha lavorato con passione e scrupolo insieme a un folto gruppo di attori ben coesi tra loro. Lo spettacolo merita di essere visto non soltanto per le sue indubbie qualità, ma anche che perché ci mostra una società sull’orlo del baratro. La nostra.

 

[Foto di Serena Pea]

 

Scheda tecnica

Il Gabbiano di Anton Čechov. Regia di Filippo Dini.
Con Giuliana De Sio, Giovanni Drago, Valerio Mazzuccato, Virginia Campolucci, Gennaro Di Biase, Angelica Leo, Enrica Cortese, Filippo Dini, Fulvio Pepe, Edoardo Sorgente.
Regia dello spettacolo di Kostantin di Leonardo Manzan. Dramatug e aiuto regia di Carlo Orlando. Traduzione di Danilo Macrì. Scene di Laura Benzi. Costumi di Alessio Rosati, Luci di Pasquale Mari. Musiche di Massimo Cordovani, Foto e video di Serena Pea. Produzione : TVS, Teatro Nazionale, Teatro Stabile di Torino - Teatro Nazionale, Teatro di Roma- Teatro Nazionale, Teatro Stabile di Bolzano, Teatro di Napoli- Teatro Nazionale.

Visto al Teatro Argentina nel gennaio 2026

 

 

 

 

 

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