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Rivista d'arte on line, ha ricevuto il codice ISSN (International Standard Serial Number)
1973-2635
il 23 ottobre 2007.
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Profondo, essenziale e penetrante, Il gioco della vita di Giuseppe Oppedisano, andato in scena al piccolo Teatro Testaccio di Roma, è un viaggio nei meandri dolorosi della coscienza di un ricco imprenditore che si è lasciato soppiantare dal cancro della ludopatia che lo ha sempre tenuto in bilico tra senso di colpa e desiderio di giocare. L’attrazione fatale dell’azzardo ha sempre avuto la meglio e lo ha trascinato nell’abisso del fallimento.
Si chiama Marco (interpretato dallo stesso autore del testo), è sposato con Giulia (Maurizia Grossi) e ha una figlia adolescente (Fabiana Paolone).
La prima scena lo vede seduto sul divanetto del piccolo salone di casa, con una mano scorre il cellulare e poi con l’altra afferra una pistola e se la punta alla tempia. Un buio istantaneo separa l’immagine dall’entrata in scena di Giulia ed Elena in procinto di partire per una brevissima vacanza in Calabria. Sulle prime sembrano entrambe un po’ viziate dal benessere, tutte prese come sono da due collane dorate decorate con piccoli corni rossi e dagli enormi cappelli di paglia che indossano con allegria.
Quando Marco entra in scena con il viso rabbuiato, Giulia si preoccupa al punto di voler rinunciare alla gita e lo tempesta di domande per capire la ragione dell’evidente malessere di suo marito. La giovane Elena appare molto turbata e insiste sulla necessità di stare insieme. Marco rivela di aver perduto tutto al gioco mandando su tutte le furie Giulia. Elena è sbalordita ma non inveisce contro il padre che le spinge ad andarsene.
Una scena breve ma intensa e carica di stati d’animo contrastanti. In virtù delle eccellenti doti interpretative degli attori e del fluido ritmo dell’azione, la scena si arricchisce di significati non detti ma suggeriti dalla semantica gestuale e dalla mimica facciale degli attori. Marco ripete più volte “è colpa mia”, lo fa in modo ossessivo, ma il suo volto e i suoi gesti, anche piccoli, esprimono la sua disperazione in modo sempre diverso.


Dopo aver costretto la famiglia ad andarsene, Marco scrive una lettera d’addio con valore testamentario in cui rassicura moglie e figlia di aver lasciato per loro la casa e una polizza sulla vita.
Subito dopo entra Sophia (Chiara Condrò), la sua killer a pagamento, giunta prima del previsto. Spigliata e sicura di sé, estrae la pistola ma Marco la prega di prendere tempo. La donna cita numerosi filosofi nell’intento di riflettere con Marco sui possibili significati della vita. Il dialogo è piuttosto serrato e tocca molti dubbi e nodi esistenziali. Si accenna al precario equilibrio tra dovere e desiderio, tra razionalità e istinto, tra disperazione e accettazione dei limiti umani. Marco e Sophia si fanno domande che molti non osano farsi e tergiversano tra il desiderio di sottrarsi alla morte e la voglia di rassegnarsi al sonno eterno. Ben presto si capisce che la killer è l’alter ego di Marco. A un eventuale monologo, carico di dubbi e contraddizioni, Oppedisano preferisce un dialogo serrato che vivacizzi la teatralità della scena. Una scelta drammaturgica che, tra le altre cose, rende i dilemmi di Marco universali.
Sophia sparisce quando rientrano in scena Giulia ed Elena che non sono partite e che si stringono a Marco. Forse l’amore e il sostegno dei famigliari favoriranno la guarigione di Marco dalla devastante ludopatia. Moglie e figlia sembrano presenti anche quando non sono in scena, con la loro dolcezza, le loro premure e il loro perdono.
Testo pregevole che riflette sul male di vivere senza cadere nella retorica e che indaga a fondo la psicologia del protagonista e delle dinamiche familiari attraverso un linguaggio poetico, essenziale e di immediata efficacia teatrale. Il ritmo registico è vario e incalzante e l’interpretazione attoriale, come già detto, di alto livello.
Applausi scroscianti assolutamente meritati.

[Foto di scena di Laura Camia]
Scheda tecnica
Il gioco della vita di Giuseppe Oppedisano. Con : Chiara Condrò, Maurizia Grossi, Fabiana Paolone e Giuseppe Oppedisano. Luci e fonica Dario de Francesco, Regia di Giuseppe Oppedisano. Aito Regia: Giorgia Piracci. Assistente: Alessandro Ferri Mosca. Foto di scena di Laura Camia.
Visto al Teatro Testaccio il 13/12/2025.