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1973-2635
il 23 ottobre 2007.
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Potente e fortemente inquietante, la versione del capolavoro di Williams curata da Leonardo Lidi e andata in scena al Tetro Vascello di Roma. Il grande drammaturgo statunitense avrebbe applaudito a piene mani questo spettacolo che restituisce al testo tutta l’originaria carica eversiva che denuncia l’ipocrisia della società americana di allora. Composto nel 1955, il dramma, che valse al suo autore il secondo premio Pulitzer, venne depotenziato e tradito da registi teatrali e cinematografici. Primo fra tutti Elia Kazan, al quale venne affidata la regia della prima assoluta al Morosco Theatre di New York, il 24 marzo 1955. Il testo subì vistosi tagli e venne epurato dai riferimenti all’omosessualità di Brick e da tutto quello che potesse offendere la sensibilità del pubblico. Ne venne fuori uno sconsolato romance. La famosa versione filmica di Richard Brooks, con una sensualissima Elizabeth Taylor nei panni di Maggie e Paul Newman nei panni di suo marito Brick, è un melodramma che si chiude con un lieto fine piuttosto incongruo. Williams, esasperato da queste manipolazioni, rimise mano all’opera nel 1975.La prima pubblicazione del 1955 conteneva un testo con due finali differenti. Quella più recente presenta un’ulteriore correzione del finale, un riferimento ancora più chiaro all’omosessualità di Brick e un linguaggio più volgare. Versione, quest’ultima, pienamente rispondente alla volontà dell’autore.
Da qui parte in quarta Lidi, rendendo piena giustizia al capolavoro di Williams. Ritorna al grande statunitense sei anni dopo la sua versione circense di Zoo di vetro e dopo la sua trilogia dedicata a Čechov (Il gabbiano, Zio Vanja, Il giardino dei ciliegi). Lidi accosta i due autori perché entrambi usano famiglie disfunzionali per far emergere cambiamenti sociali e perché entrambi scavano nelle ferite interiori dei personaggi logorati da rimpianti, dalla solitudine, da amori non ricambiati e da fallimenti vari.

Tutti i componenti della famiglia Pollitt, una ricca famiglia del Sud degli USA, vengono scavati con una certa crudeltà. Sono tutti, chi più chi meno, divorati dalla volontà di arricchirsi e, ora che sanno che Big Daddy è malato terminale di cancro al colon, si riuniscono nella tenuta di famiglia per festeggiare il suo ultimo compleanno. Il ricco proprietario di piantagioni di cotone non sa di essere destinato a morte imminente e la moglie Big Mama vuole credere alla menzogna che Big Daddy abbia semplicemente uno spasmo al colon. Solo il figlio Brick, alcolizzato e costretto a camminare con una gruccia per la rottura di una gamba, è totalmente disinteressato alla vita e quindi anche ai soldi. La morte del suo amato Skipper è la vera causa del suo immenso dolore, raddoppiato da un matrimonio bianco con la gatta Maggie che reclama costantemente la volontà di diventare madre. Suo fratello Gooper e sua moglie Mae, genitori di una masnada di ragazzini, sono due rapaci che fingono amore nei confronti di Big Daddy, ma che hanno già preparato un piano da far firmare al vecchio per ottenere il massimo dell’eredità. Per fortuna si vedono poco perché sono veramente insopportabili. I cinque figli, inoltre, sono evocati da una sola bambina (Greta Petronillo) tutta di rosa vestita.
I veri protagonisti sono Maggie e Brick. L’azione si dovrebbe svolgere nella loro camera da letto che le scene e le luci di Nicolas Bovey trasformano in un mausoleo di marmo bianco illuminato da algide luci bianche. Un chiarore abbagliante dal quale è impossibile ripararsi. Niente porte, niente finestre. Solo i corpi degli attori che sono il punto di forza di questa regia.
La morte è sempre in scena, concreta e carnale, attraverso la costante presenza fisica di Skipper (Riccardo Micheletti), l’amato compagno di bevute e di partite di calcio di Brick, forse portato al suicidio da un rapporto sessuale con Maggie, voluto da lei. Soltanto nominato nel testo di Williams, qui è testimone silente dell’inferno che si scatena in famiglia. Cammina in mutande avanti e indietro trasportando uno specchio a figura intera che riflette personaggi e pubblico e che, a volte, accompagna le entrate e le uscite degli attori in scena. Si avvicina spesso all’amico porgendogli bottiglie di vetro quasi del tutto vuote, come se lo volesse invitare a succhiare l’ultimo goccio di whisky per alleviare l’ angoscia provocata dalla sua morte e il disgusto che prova per un matrimonio che non riesce a tollerare. Tutto questo accade mente Brick (uno straordinario Fausto Cabra) subisce le tirate di Maggie (un’eccelsa Valentina Picello), quando parla con Big Daddy (un intenso Nicola Pannelli) e durante tutti i duelli verbali tra familiari. Rannicchiato a terra privo di forze, Brick tace o risponde a monosillabi.

Valentina Picello, abitino scollato azzurro e capelli rossi tirati su alla meglio, è una Maggie divisa tra il desiderio di una ricchezza che le impedisca di ricadere nella povertà, e dalla voglia di avere un figlio da Brick, del quale sembra innamorata. Si scatena in un lungo monologo in cui esprime con un certo umorismo tutto il suo disprezzo nei confronti della famiglia di Brick, prendendosela anche con i ragazzini “mostri senza testa” che picchierebbe volentieri. Contemporaneamente dà sfogo alla sua femminilità umiliata e al suo desiderio di diventare madre. È ironica e pungente, arrabbiata, isterica e fragile al contempo. Si emoziona ed emoziona il pubblico. Prova d’attrice superlativa perché la Picello abita il personaggio con tutta sé stessa.
Altra scena di rilievo è l’incontro di Big Daddy con il suo figlio prediletto Brick che, in questo caso parla un po’ di più. Mettendo da parte la sua autorevolezza patriarcale, il padre vuole aiutare il figlio alcolista. Discutono animatamente, ma Big Daddy sembra capire quale sentimento legasse Brick al compagno Skipper. Disgustato dal comportamento di tutti, Brick dice al padre la verità sul suo stato di salute. Ha un cancro in fase terminale.
Big Mama (una grande Orietta Notari) viene colta da una crisi di nervi, ma Gooper (un impeccabile Giordano Agrusta) e consorte (una Giuliana Vigogna al suo meglio) sono tutti contenti, anche se fingono di non esserlo. Proseguono i litigi ma tutto ritorna come prima.
Non c’è sviluppo né catarsi in questa tragedia familiare. Maggie fa un regalo al povero Big Daddy dicendo di essere incinta. Non ci crede nessuno ma Brick, questa volta, accetta la menzogna. Lo spettacolo si chiude con Maggie e Brick l’una vicina all’altro, con lui che prende in prestito dal padre quel “Da morire da ridere” beffardo che lascia senza fiato. Conclusione migliore non si poteva sperare.
Applausi calorosi per uno spettacolo difficile da dimenticare.
Scheda tecnica
La gatta sul tetto che scotta di Tennessee Williams. Traduzione di Monica Capuani. Regia di Leonardo Lidi.
Con : Valentina Picello, Fausto Cabra, Orietta Notari, Nicola Pannelli, Giuliana Vigogna, Giordano Agrusta, Riccardo Micheletti, Greta Petronillo. Nicolò Tomassini.
Scene e Luci: Nicolas Bovey. Costumi: Aurora Damanti. Suono: Claudio Tortorici. Assistente alla regia: Alba Maria Porto. Produzione Teatro Stabile di Torino-Teatro Nazionale. Teatro Stabile del Veneto.
Visto al Teatro Vascello il 20 maggio 2025
Foto di scena di Luigi De Palma.