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1973-2635
il 23 ottobre 2007.
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Non convince del tutto il Ritorno a casa diretto da Massimo Popolizio che ne interpreta anche la parte di Max, il padre padrone di un aggregato familiare tutto al maschile. Gli attori sono tutti di livello e lo spettacolo mantiene una certa fedeltà all’ambiguo testo di Pinter, se si esclude il finale a sorpresa che ne delimita la portata drammatica.
Certo, mettere in scena Pinter è una sfida coraggiosa, perché i suoi dialoghi risuonano di significati sotto testuali. Inoltre, come si sa, anche la traduzione di un semplice titolo può implicare un piccolo tradimento. Homecoming. per rimanere in tema, non ha lo stesso significato di Ritorno a casa perché la parola home trascina con sé il significato connotativo di luogo di appartenenza e di affettività in modo decisamente più pronunciato rispetto all’equivalente in italiano. Comunque la cultura teatrale è fatta di reinterpretazioni, adattamenti e, addirittura, di riscritture. Quel che conta è la validità del risultato.
Nel caso in questione, colpisce la spaccatura tra il testo e la sua performance. Popolizio punta un po’ troppo sul comico grottesco e la rappresentazione risulta, a tratti, sopra le righe, troppo agita, troppo urlata e poco attenta alle numerosissime pause e ai silenzi che chiosano il testo originale. Le famose pause che Pinter utilizza per lasciare immaginare al pubblico il “non detto” che impedisce una vera comunicazione tra i personaggi. Il ritmo dell’azione, inoltre, risulta troppo incalzante e tenuto su di tono, soprattutto nella prima parte, da una recitazione rabbiosa che rende esplicita la disfunzionalità del gruppo di famiglia. 
Ma andiamo per ordine. L’azione si svolge in una vecchia casa nella periferia di Londra. La scena di Maurizio Balò è occupata da un’ampia stanza che funge da sala da pranzo e da salotto. Il vecchio frigorifero sulla sinistra lascia intuire che la cucina sia piuttosto piccola. Sopra il tavolo un ritratto della Regina Elisabetta che si riflette nel grande specchio dorato posto sopra il divano antistante. Al centro l’ampia poltrona di Max sulla quale nessun altro può sedersi. Sul fondo, a sinistra, una scala che conduce alla zona notte e, a destra, un arco a forma quadrata che si affaccia su una specie di ingresso, vuoto e desolato. La carta da parati è di un rosso bordeaux che accentua il senso claustrofobico dell’interno, in netto contrasto con il chiarore dell’ambiente che permette l’unica via d’uscita.
Il capofamiglia Max è un ex macellaio piuttosto brutale e arrogante. La sua volontà di dominio si lega al vanto eccessivo della sua passata virilità. Incensa le virtù della moglie defunta ma non si fa scrupoli a definirla “puttana”. Aggredisce tutti senza un apparente motivo. Definisce “ frocio” il fratello più giovane Sam (Paolo Musio) perché non si è sposato e non ha avuto figli. A sua volta, il pover’uomo si ritaglia una fettina di potere affermando più volte di essere il miglior tassista di Londra. Il figlio Lenny (Christian La Rosa) è un ex pappone che si vanta delle sue prodezze sessuali. L’altro figlio Joey (Alberto Onofrietti) aspira a diventare un pugile per affermare il suo dominio fisico su altri uomini. È un po’ stupido e lo vediamo spesso praticare esercizi ginnici, mentre Lenny non perde occasione di accendere il radiogrammofono per mettersi a ballare da solo. Queste trovate sceniche non compaiono nelle accurate didascalie di Pinter ed è probabile che Popolizio le abbia pensate per vivacizzare la scena.
Il fragile equilibrio del gruppo familiare viene sovvertito dall’arrivo inaspettato del fratello Teddy (Eros Pascale) e di sua moglie Ruth (Gaja Masciale). Vengono dagli Stati Uniti dove hanno lasciato i loro tre figli. Lui è un professore universitario di filosofia, lei una ex modella impegnata a far da madre. Pinter la ritrae nel triplo ruolo di moglie, madre (qui nei confronti di Joey) e puttana (dal punto di vista di Max e di Lenny).

Affascinato dal potere di Ruth di trasformarsi da oggetto sessuale a donna libera, capace di esercitare il suo potere sui maschi, Popolizio accentua un po’ troppo il fascino erotico della nuova arrivata, trascurando gli altri ruoli che viene chiamata a esercitare all’interno della famiglia del marito. Una famiglia che la vorrebbe tenere con sé per essere finalmente accudita da una figura femminile. La Ruth di Maja Masciale è una bomba di sesso che non esita a concedersi ai due fratelli di Teddy. Quando si siede per mostrare la bellezza delle sue gambe, emette gemiti di piacere che turbano i frustrati che la osservano. È inevitabile che tutti (eccetto Sam) vogliano farne una prostituta, per permetterle di mantenersi da sola e, magari, per guadagnarci qualche sterlina. Come da copione, lei accetta la proposta di lavoro, ma pretende un appartamento di tre stanze con bagno a loro spese e stila un contratto tutto a suo favore. Quello che nel dramma di Pinter non viene svelato, appare molto plausibile nello spettacolo. Il suo comportamento terribilmente sfacciato e provocante lascia pensare che Ruth da giovane si prostituisse e che Teddy l’avesse sposata e trascinata in America per toglierla dalla strada. L’assoluta freddezza con cui Teddy accetta di tornare da solo negli Stati Uniti conferma quella che in Pinter rimaneva un’ipotesi.
Pinter induce il pubblico a interrogarsi sulle dinamiche dei rapporti umani. Popolizio racconta fatti, come dimostra il finale a sorpresa inventato di sana pianta. Recita e dirige con grande professionalità. Ma lo spettacolo rimane in superficie e molte questioni restano inesplorate.
Scheda tecnica
Ritorno a casa di Harold Pinter. Traduzione di Alessandra Serra. Regia di Massimo Popolizio.
Con: Massimo Popolizio, Christian La Rosa, Gaja Masciale, Paolo Musio, Alberto Onofrietti, Eros Pascale.
Scene: Maurizio Balò. Costumi: Gianluca Sbicca e Antonio Marras. Luci: Luigi Biondi. Suono: Alessandro Saviozzi. Produzione Compagnia Umberto Orsini, Teatro di Rom-Teatro Nazionale, Piccolo Teatro di Milano-Teatro d’Europa. In collaborazione con AMAT Associazione Marchigiana Attività Teatrali e Comune di Fabriano.
Foto di scena di Claudia Pajewski, dall’Ufficio Stampa.
Visto al Teatro Argentina il 9 maggio 2025.