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Rivista d'arte on line, ha ricevuto il codice ISSN (International Standard Serial Number)
1973-2635
il 23 ottobre 2007.
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Andato in scena al Teatro Di Documenti, Esuli del tempo Di Stefano D’Angelo è uno spettacolo di altissimo livello, un’esperienza teatrale visionaria, epica, e non priva di quel gusto del paradosso che caratterizza la drammaturgia dell’autore. Si compone di due atti unici, Appunti sulla Guerra di Troia e La caccia composti in momenti diversi e lontani tra loro nel tempo. Raccontano, pertanto, l’evoluzione della scrittura teatrale di Stefano D’Angelo che ha composto Appunti sulla Guerra di Troia dopo una pausa quasi ventennale dedicata esclusivamente alla narrativa e alla poesia. La Caccia risale al periodo in cui l’autore esplorava l’assurdità della condizione umana attraverso una drammaturgia del grottesco, dello scardinamento dei luoghi comuni, dell’utilizzo del vano chiacchiericcio dei media, dell’uso di espressioni trafugate dal fumetto e dal trash.
Appunti sulla Guerra di Troia è un monologo drammatico in prosa poetica, incentrato sull’archetipo di tutte le guerre, e sullo scavo negli abissi esistenziali dell’uomo, perennemente in esilio da sè stesso.
Forte di un cast di spessore, Marco Belocchi dà forma visibile a ogni singola frase del testo e, grazie alle musiche di Fabio Bianchini, create su misura per questo spettacolo, e ai video proiettati sui muri, permette al pubblico una percezione multisensoriale dei significati dello spettacolo.

Per Appunti sulla guerra di Troia, Belocchi guida gli spettatori ad accomodarsi nella sala al pianoterra, costituita da un lungo palcoscenico rettangolare al centro, e da tre file per gli spettatori poste ai suoi lati. Ieratica, immobile, le braccia distese lungo i fianchi, appare sul fondo l’intensa Maria Carla Generali, interprete di un soldato androgino troiano, che di guerre ne ha combattute tante. A sentir lui è morto e rinato almeno quattro volte. Mentre i video mostrano parate militari e scene di guerra di tutti i tempi, l’attrice si sottopone a un body-painting eseguito da Monica Argentino che la trasforma in una figura guerriera che rimanda all’epica greca e alla iconografia degli Indiani d’America. Un rituale ipnotizzante che rende visibile la trasmigrazione identitaria che confonde e disorienta gli esseri umani. Elmo in testa, armatura e pantaloni mimetici indosso, la recluta troiana raggiunge a grandi passi il centro della scena. Racconta la sua versione dei fatti ma, soprattutto, rivendica la verità del suo punto di vista. Omero si è inventato un sacco di balle. I Troiani si accorsero subito dell’inganno del cavallo e reagirono uccidendo gli invasori. Sangue, corpi deturpati e cadaveri ovunque. Scene che ha visto più volte perché ogni sterminio crea le condizioni per una nuova guerra. All’infinito.
Le storie inerenti alla guerra di Troia sono raccontate in ordine sparso e, nel suo insieme, il monologo è volutamente frammentario e non finito. Si parla del Male al quale è difficile sottrarsi perché inflitto da un dio malvagio e distante. Due figure grottesche sbucano in scena nei panni di Hitler (Maurizio Castè) e di Superman (Simone Destrero). I dialoghi tra l’angelo del male, l’angelo del bene e la recluta troiana sono, a dir poco, paradossali. Hitler vorrebbe recitare un’altra parte in commedia, ma ormai è tardi e i due attori devono raggiungere il loco Capocomico.
Maria Carla Generale trasforma ogni battuta in gesto, ogni stato d’animo in movimento corporeo, con una energia interpretativa vigorosa e viscerale. Poi, quando si lascia andare alle sue visioni di civiltà scomparse o quando ricorda la bellezza dei versi omerici, la sua voce si distende e si fa poesia.

Bastano appena 10 minuti per accompagnare il pubblico alla sala sottoterra per assistere a La caccia. Lo spazio scenico rettangolare è occupato dagli oggetti più disparati: un triciclo ribaltato, una bicicletta rotta, due copertoni al centro, un materasso avvolto da una copertina dai colori piuttosto scialbi, mucchietti di libri sistemati alla rinfusa e una valigia malridotta. Seduto su una scala un uomo armato di fucile (Simone Destrero) che più tardi dirà di essere un ornitologo. Si chiama Gianni e il suo amico Leo (Maurizio Castè), economista di professione, richiama la sua attenzione facendo il verso di una cornacchia. I loro nomi sono di copertura ed entrambi indossano maschere umane. È un mondo post atomico invaso da strani extra-terrestri che si nutrono dei denti strappati dalla bocca delle loro poche vittime umane rimaste. Un Blade Runner alla rovescia, molto casareccio e di una comicità esilarane.

Il dialogo è essenziale anche perché i due hanno poco da fare e poco da dirsi. Sulla botola posta sul soffitto si appoggia una scala dalla quale scende una signora ben vestita (Tania Lettieri). Dice di essere un Senatore della Repubblica in cerca di falsi extra-terrestri. Con il suo ingresso in scena, il ritmo dell’azione si fa più incalzante e la destrezza degli attori tiene il passo con il feroce turbinio di accuse e di menzogne sparate dal Senatore. Attraverso vari stratagemmi e dopo accese discussioni con i due alieni, riesce a convincerli di essere umani. Gianni si spara e Leo viene ucciso dal Senatore. È lui l’unico umano fra tutti, l’essere più crudele capace di manipolare gli altri e di ribaltarne i ruoli. Ancora conflitti che provocano crisi identitarie. Ancora una volta esuli nel tempo che verrà.
Un capolavoro assoluto.
Scheda tecnica
Esuli nel Tempo, due atti unici di Stefano D’Angelo. Regia di Marco Belocchi.
Con Maria Carla Generali, Maurizio Castè, Simone Destrero, Tania Lettieri.
Scene e costumi: Maria Letizia Avato. Musiche: Fabio Bianchini. Interventi pittorici: Monica Argentino. Aiuto regia: Grazia Rita Visconti. Video: Fabio Bianchini e Marco Belocchi. Luci e fonica: Paolo Orlandelli. Ufficio stampa Compagnia: Andrea Cavazzini. Produzione: Ass. culturale Genta Rosselli
Foto di scena di Maria Letizia Avato
Visto al Teatro Di Documenti l’11 maggio 2025.