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Rivista d'arte on line, ha ricevuto il codice ISSN (International Standard Serial Number)
1973-2635
il 23 ottobre 2007.
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Diciamolo subito. Peter Stein è stato tra i primi registi, fuori dalla Russia, a riconoscere la vena ironica e, addirittura comica, del suo amatissimo Anton Ĉhecov. Lo dimostrano le sue messe in scena, risalenti agli anni ’80 e ’90, de Il giardino dei ciliegi, Tre sorelle e Zio Vanja. Non sorprende, pertanto, che il suo recente Crisi di nervi. Tre atti unici di Anton Čechov, in scenaal Teatro Quirino di Roma, sia uno spettacolo di ottimo livello. Composti quando l’autore, sconsolato da due fiaschi precedenti, decise di avvicinarsi alla commedia francese e al vaudeville, i suoi atti unici (otto in tutto) sono caratterizzati da una crudele comicità che smaschera tutte le apparenze alle quali si aggrappano i nobili e i borghesi della Russia di fine Ottocento. Stein mette insieme L’orso (1888), I danni del tabacco (1886) e La domanda di matrimonio (1888) e li adatta, insieme a Carlo Bellamio, per mettere ancora più in evidenza le nevrosi e le idiosincrasie dei personaggi.
La regia lucida, tagliente e, come sempre, inappuntabile, si basa fondamentalmente sulla parola e sull’attore. Prossemica, gestualità e variazioni vocali sono studiate insieme a un cast d’eccezione con precisione millimetrica. Ogni singola battuta deve aderire al movimento dell’attore o porsi in contrasto con i suoi gesti. Un lavoro ostico perché i personaggi, chi più chi meno, sono esseri tormentati, litigiosi, contraddittori e, in alcuni casi, anche malati o fobici.
I tre atti unici vengono rappresentati uno dietro l’altro, separati da due brevissime pause a sipario chiuso per permettere i rapidi cambi di scena. Ideati da Ferdinand Woegerbauer, gli arredi sono essenziali e funzionali all’azione.
Si parte con L’orso che ruota intorno alla storia di una vedova vestita a lutto (una straordinaria Maddalena Crippa) che dalla morte del marito, avvenuta sei mesi prima, si è rinchiusa in casa con la ferma intenzione di non uscirne più finché è viva. Il fondalino, le sedie a dir poco malferme, il tavolo e il suo abito sono rigorosamente in nero. Al suo fianco un vecchio e timoroso maggiordomo (un convincente Sergio Basile) la invita a uscire. Ma la donna persevera nel suo lutto ostentato e artefatto. Quando rimane sola, afferra la foto incorniciata del defunto marito e gli sputa in faccia tutto il suo disprezzo. L’uomo la tradiva spesso e volentieri e non perdeva occasione per farle del male. Poi di nuovo il velo sul capo e pianti a dirotto. Questa lagnosa routine viene bruscamente interrotta dall’arrivo di un creditore del marito (un vigoroso Alessandro Sampaoli) che pretende con violenza di avere i soldi indietro immediatamente. Seguono scontri e litigi sempre più infuocati.
Quando la donna indignata si ritira in camera, l’orso cammina avanti e indietro, spacca una sedia, mugugna, digrigna i denti e manifesta una spietata misoginia nei confronti delle donne sentimentali. Al suo ritorno in scena, la vedova lo sfida a duello armata di pistola. Affascinato dalla determinazione della signora, l’uomo cambia le carte in tavola e ci riserva un finale inaspettato. Comica ma incisiva, la breve pièce suggerisce l’assurdità delle relazioni umane, dove l’odio e l’amore spesso si combinano in modo inestricabile.

Segue I danni del tabacco, un monologo riflessivo e, a tratti, struggente interpretato da un eccellente Gianluigi Fogacci. Il protagonista, asmatico e tabagista, è costretto dalla dispotica moglie a tenere una conferenza sui malanni provocati dal fumo. Il vecchio professore ne sa ben poco e spesso lascia il leggio per confessare al pubblico le proprie disgrazie. Lo fa con grazia e strappa la quarta parete con un’intensità emotiva che commuove e che lascia percepire la sua solitudine esistenziale. La sua consorte possiede un collegio per sole femmine e una scuola di musica. Per trarre maggior profitto dalle sue attività, lo costringe a fare da economo, a insegnare numerose materie di cui non sa un bel niente e a condurre dibattiti. A giudicare dal frac sdrucito che indossa, non se la passa tanto bene, anche perché è padre di sei figlie, tutte nate nel tredici di un mese. Un numero simbolico delle sue sfortune. Non sopporta la moglie che lo tratta come uno schiavo e vorrebbe scappare lontano, ma ormai è vecchio. Non può liberarsi dalle grinfie della consorte che lo viene a spiare da dietro le quinte.
Il matrimonio viene presentato come un’istituzione profondamente in crisi, un improbabile collante di una società in completo disfacimento. Il filo rosso di questo tema cuce insieme i tre atti unici.
La domanda di matrimonio è una parossistica esplosione di attacchi di rabbia, di tic nervosi e di eccessi di nevrastenia. Un ricco ereditiero (un impeccabile Alessandro Averone) va nella tenuta del vicino per chiedere la mano della figlia (una vivacissima Emilia Scatigno). Il padre (Sergio Basile) lo abbraccia con entusiasmo. Non gli sembra vero di potersi liberare della sua ragazza cocciuta e prepotente. Certo, il giovanotto è piuttosto malaticcio, fobico e imbranato. Soffre di tachicardia, di dolori all’anca e di molti altri acciacchi. Non è innamorato della ragazza ma, tenendo con dell’età che avanza, decide di affrontare la sfida del matrimonio. Il padre non fa in tempo ad andare a cercare una bottiglia per festeggiare, che i due iniziano a litigare in merito al possesso di un prato che confina con i loro due terreni d’appartenenza. Lei lo caccia, ma quando il padre le parla della proposta di matrimonio, la ragazza sprofonda in una plateale crisi isterica.


Il pretendente viene fatto rientrare, il padre si allontana e i due ricominciano a battibeccare sulla bellezza dei rispettivi cani. L’ostinata stupidità umana oltrepassa il paradosso e al povero padre non resta che agire da mediatore tra i due promessi sposi.
La regia di Stein mantiene un perfetto equilibrio tra i momenti drammatici e quelli comici che a volte si sovrappongono, come spesso accade nella vita. La falsità, l’ingordigia, la nevrosi galoppante e la mancanza di auto-controllo dei personaggi sono al centro dell’interesse del regista berlinese, più attento allo scavo psicologico che non ai fatti. La denuncia sociale di allora vale anche per i nostri tempi. Pur indossando gli eleganti costumi d’epoca di Anna Maria Heinreich, gli attori ci parlano anche di noi.
Spettacolo di grande valore, sostenuto da una compagnia perfettamente accordata che merita tutti i ripetuti applausi del pubblico.
Foto di scena di Tommaso Le Pera.
Scheda tecnica
Crisi di nervi. Tre atti unici di Anton Čhecov. Adattamento di Peter Stein e Carlo Bellamio. Regia di Peter Stein.
Interpreti: L’orso: Maddalena Crippa, Sergio Basile, Alessandro Sampaoli. I danni del tabacco: Gianluigi Fogacci. La domanda di matrimonio: Alessandro Averone, Sergio Basile, Emilia Scatigno.
Scene di Ferdinand Woegrbauer. Costumi di Anna Maria Heinreich . Luci di Andrea Violato. Assistente alla regia: Carlo Bellamio. Produzione Tieffe Teatro, Quirino srl. Foto di scena di Tommaso Le Pera.
Visto al Teatro Quirino, in scena fino all’11 maggio 2025.