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Fogli e Parole d'Arte

Rivista d'arte on line, ha ricevuto il codice ISSN (International Standard Serial Number)
1973-2635
il 23 ottobre 2007.

Fogli e Parole d'Arte è diretta da
Andrea Bonavoglia (Vitorchiano)
e distribuita on line dalla società Ergonet di Viterbo.

Fogli e Parole d'Arte

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Spettacoli sulle scene e sugli schermi

Memorie del sottosuolo, da Fëdor Dostoevskij, dei Marcido Marcidorjs & Famosa Mimosa

 

 

Non c’è che dire, Memorie del sottosuolo dei Marcido è uno spettacolo semplicemente stupendo. L’adattamento del geniale Marco Isidori è lucido, tagliente, ironico e assolutamente contemporaneo. Lo stile eccentrico è fitto di esclamazioni colloquiali (ohibò, Cristo mio) e di chiari inviti rivolti al pubblico dal protagonista senza nome per coinvolgerlo nei suoi sproloqui. Non mancano ipotesi su quello che gli spettatori possano pensare in merito alle sue spavalde affermazioni. “La cicalata”, per dirla con Isidori, viene accorciata per far risaltare i momenti chiave del testo modello e anche per venire incontro alla ridotta capacità di attenzione del pubblico di oggi.
Le parole sono scelte con minuziosa attenzione, fedeli nella sostanza al capolavoro del grande Russo, ma trasportate nella poetica di Isidori. Risulta chiara la volontà di cercare la sonorità giusta di ogni parola. Perché lo studio della foné è al centro della sperimentazione teatrale dei Marcido. Grande lo sforzo di trasformare un testo così complesso, pensato per essere letto a un altro architettato per essere rappresentato. Infinite le aggiunte di termini teatrali per far aderire ancora meglio l’adattamento alla scena e allo straordinario talento attoriale di Paolo Oricco, voce narrante del monologo-confessione che occupa la prima parte del romanzo di Dostoevskij. La seconda, nella quale il protagonista incontra una prostituta, è stata evinta.

Ma Oricco non è del tutto solo sul palcoscenico perché la sua denuncia corrosiva alla società è supportata dal bellissimo Trionfo della Morte dipinto della impareggiabile Daniela Del Cin. Si tratta di una pala che supera i cinque metri di lunghezza, ispirata all’omonimo affresco palermitano del 400. Il cavallo che incombe sulla folla è sostituito da un uccellaccio ischeletrito con gli artigli delle zampe a forma di falce. Predomina su un ammasso umano contemporaneo, fatto di individui muniti di cellulare, anche due a testa, di cuffie e di altri dispostivi tecnologici che concorrono a distanziare gli uni dagli altri. Un’immagine incombente e inquietante che conduce l’attore a sprofondare nell’angoscia esistenziale del suo personaggio.

Oricco indossa una giacca nera, un panciotto, pantaloni neri un po’ larghi e un paio di scarpe da ginnastica bianche, usurate dal tempo. Quando le luci gli illuminano il volto leggermente impiastrato di biacca, attacca il suo monologo senza fermarsi un attimo durante i settanta minuti della rappresentazione.
La sua interpretazione toglie letteralmente il fiato. Un po’ clownesco e, a tratti addirittura scimmiesco, dà consistenza fisica al parlato con un’energia impressionante, dimostrando di possedere una completa padronanza del corpo. Il suo viso sembra fatto di gomma per la singolare capacità di mutare la mimica facciale. Gli occhi sgranati, la bocca che si spalanca per lasciar spazio alla lingua che si spertica in boccacce derisorie, le narici che spesso si dilatano e fremono di rabbia. Cammina avanti e indietro e il suo continuo dimenarsi sulla scena esalta la disperazione e le contraddizioni del suo personaggio che dice e disdice, che passa da uno stato di autoesaltazione o di autodenigrazione a momenti di presa di coscienza dell’impossibilità di capire sé stessi.

Il protagonista si presenta come un uomo malato, maligno e odioso. Un tempo era impiegato e provava un gran piacere a tormentare i suoi clienti. Ora è un nullafacente che preferisce nascondersi nel suo sottosuolo, l’antro oscuro che più tardi Freud chiamerà inconscio. Lo fa per conoscersi a fondo e per tenersi alla larga dalla realtà con la quale fatica a rapportarsi. Non possiede alcuna abilità ma le lascia tutte agli uomini d’affari. Detesta la società che accetta le leggi, i dettati morali, e il rigore della Scienza. Per lui 2+2 fa 5. Si perde nel caos del suo sottosuolo per capire che la coscienza è una malattia. Nei momenti di in cui si sente incline al bello, gli capita di compiere azioni malvagie. Gode perché è marcio e corrotto e poi piange perché non trova una via di uscita. Vorrebbe diventare un insetto (Kafka, forse, ha letto le Memorie di Dostoevskij che, oltre ad essere il faro di tutti i suoi romanzi postumi, ha fatto luce su tutta la letteratura moderna).

Indeciso su tutto e vittima di infiniti tormenti, si accontenterebbe anche di essere un topo umiliato che si vendica per istinto, a differenza de homme de la nature et de la verité che considera la vendetta un atto di giustizia.

Ne dice tante e si arrampica sulle parole per cercare la verità fuori e dentro di sé. Se la prende con chi agisce per interesse personale, con chi si lascia cullare da una banale quotidianità, si arrabbia perfino con il suo sottosuolo che gli procura tanti affanni e tanta angoscia.

Le ultime battute meritano una citazione perché svelano il fine ultimo del teatro:

Voce…l’inesausta…l’autogollista addirittura
Infatti ne ha dovuta rifiatar parecchio il meschino che sono
Scudisciando a valanga Lingua con la sua lingua di carne, il soldatino,
Per trasportar dal lontano lontano,
Fin sul Palco dell’uomo, e ben manifesto,
Un barbaglio feroce: il riflesso speriamo verace,
Di tutti i Voialtri Valenti Gentil Signori assettati ancor laggiù

Nulla da aggiungere, se non la rabbia che uno spettacolo di tale levatura giunga a Roma cinque anni dopo il suo debutto nazionale e grazie all’ospitalità di Numero Cromatico, uno spazio extra-teatrale dedicato al rapporto tra arte e neuroscienze, che gli spettatori, a giudicare dagli applausi entusiastici, non finiranno mai di ringraziare. Questo la dice lunga sulla distrazione delle istituzioni teatrali capitoline, incapaci di programmare un simile capolavoro.

 

Scheda tecnica
Memorie del sottosuolo da Fëdor Dostoevskij. Adattamento drammaturgico e regia di Marco Isidori.
Con Paolo Oricco.
Scenario di Daniela del Cin. Tecniche di Sabina Abate. Luci di Fabio Bonfanti e Paolo Scaglia.  Produzione Marcido Marcidorjs e Famosa Mimosa 2021.
Visto a Spazio Cromatico il 9 aprile 2025
Foto di scena dei Marcido

 

 

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