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Fogli e Parole d'Arte

Rivista d'arte on line, ha ricevuto il codice ISSN (International Standard Serial Number)
1973-2635
il 23 ottobre 2007.

Fogli e Parole d'Arte è diretta da
Andrea Bonavoglia (Vitorchiano)
e distribuita on line dalla società Ergonet di Viterbo.

Fogli e Parole d'Arte

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Spettacoli sulle scene e sugli schermi

Ferdinando, di Annibale Ruccello, per la regia di Arturo Cirillo

 

Arturo Cirillo ripropone dopo dieci anni la sua versione di Ferdinando del grande Annibale Ruccello. Il regista e attore si è spesso confrontato con la drammaturgia del compianto autore campano, prematuramente scomparso a seguito di un incidente stradale. E lo ha sempre fatto con estrema cura e attenzione ai profondi significati di una scrittura teatrale ribelle e sempre tesa alla denuncia delle ipocrisie e delle turpitudini della società contemporanea. Basti pensare ai suoi rimarchevoli allestimenti di Le cinque rose di Jennifer e de L’ereditiera, che gli valse il Premio Ubu.

Scritta nel 1985, la commedia Ferdinando è andata in scena per la prima volta nel febbraio 1986 al Teatro Verdi di San Severo, per la regia dello stesso autore (anche nel ruolo di Don Catello) e con l’indimenticabile Isa Danieli nei panni di Donna Clotilde. Lo spettacolo ottenne il meritato successo solo dopo alcuni anni, forse per la sua potente forza dissacratoria. Una commedia intrinsecamente crudele che lancia i suoi strali contro l’apparente perbenismo di una società malata e in pieno disfacimento. Stupisce pertanto che un frequentatore di Ruccello così assiduo come Arturo Cirillo abbia messo in piedi una regia un po’ timida e quasi timorosa di esplicitare i diversi piani di lettura di un testo fortemente innovativo. Come si deduce da alcune sue dichiarazioni rilasciate ai giornali, Cirillo intravede correttamente le possibili fonti di ispirazione di Ruccello che vanno da Il gattopardo di Tomasi di Lampedusa, a Teorema di Pasolini, fino a Le serve di Genet. Ma poi, nella pratica registica, non osa più di tanto.


La rappresentazione è un po’ troppo realistica ed è agganciata alla superficie della trama. I personaggi non emergono a tutto tondo. Manca un affondo nelle loro anime meschine e contraddittorie che ne lasci intravedere il potenziale criminale fin dall’inizio dello spettacolo. Mancano i toni allusivi impiegati da Ruccello e lo spettacolo si risolve in una rappresentazione dei fatti puramente narrativa, privata del portato simbolico e metateatrale del testo.

La scena di Dario Gessati mostra il letto dove giace Donna Clotilde, un comodino, un divanetto, un paio di sedie e uno scrittoio che, sebbene funzionali, fungono da puro arredo scenico. Il fondale è occupato da un drappo rosso. A destra un lussuoso lampadario a terra, forse simbolo dei fasti passati, ma che inspiegabilmente si risolleva quando il giovane Ferdinando, affidato alle cure di Donna Clotilde, soddisfa i desideri sessuali degli altri tre personaggi.
La regia sceglie di eliminare la finestra che, nella messinscena di Ruccello, si affacciava sui campi e da cui provenivano i canti dei contadini, e le porte socchiuse che davano vita al sussurrare, allo sbirciare, durante la notte. Si sceglie invece di mostrare al pubblico tutte le azioni che Ruccello accennava o invitava a immaginare. A destra e a sinistra del drappo vengono lasciati due spazi vuoti utilizzati dagli attori per le azioni di svestizione e vestizione legate al rapporto morboso tra la serva Donna Gesualda (Anna Rita Vitolo) e il prete Don Catello (Arturo Cirillo) e alle tresche tra Ferdinando (Riccardo Ciccarelli) e gli altri tre.

L’azione si svolge all’interno della claustrofobica stanza della villa di Donna Clotilde (Sabrina Scuccimarra), situata lungo la costa vesuviana. Il quando coincide con l’era di passaggio dal Regno delle Due Sicilie al Regno d’Italia, una fase di transizione che in Ruccello comporta un senso di spaesamento e di confusione, un senso di sgretolamento di antichi valori e di assenza di nuove prospettive.

La prima parte dello spettacolo è piuttosto statica ma anche platealmente divertente. Donna Clotilde è una malata immaginaria, assistita dalla cugina povera, Donna Gesualda, da lei denigrata perché figlia della colpa e trattata come fosse una serva. Costretta in un abito chiesastico, la zitella recita il rosario insieme alla falsa inferma e le legge un testo del Seicento scritto rigorosamente in napoletano. A una certa ora arriva sempre il parroco del villaggio, Don Catello, che sostiene di far visita a Donna Clotilde per carità cristiana ma che in realtà, amoreggiando in segreto con Gesualda, spera di ottenere una parte dell’eredità a lei destinata.

Gli attori sono bravi e coesi. Sabrina Scuccimarra è una Donna Clotilde tirannica e capricciosa, piuttosto rabbiosa e inferocita contro l’imposizione della lingua italiana, da lei percepita come lingua straniera e senza passato. Impone a Don Catello di cacciare via il sagrestano dalla parrocchia, non tanto perché sia l’amante del viscido prete bisex, ma perché si chiama Amedeo, nome sabaudo che la baronessa borbonica non può che detestare. La sua frustrazione dovuta all’avanzare dell’età e la sua sessualità inappagata si manifestano soltanto quando arriva il giovane Ferdinando. La Donna Geralda di Anna Rita Vitolo soffre di solitudine più degli altri e mal sopporta il suo stato di sudditanza. Cova una volontà di rivalsa e rivela tutta la sua passionalità repressa e tutto il suo potenziale criminale quando viene attanagliata dalla gelosia nei confronti della baronessa e di Don Catello che se la spassano entrambi con il giovanotto.
Il parroco di Arturo Cirillo appare subito untuoso e devoto al sesso promiscuo, ma solo quando viene rapito dalla sensualità del ragazzo, trova il coraggio di affermare che prova piacere soprattutto quando fa sesso in abiti talari.


Si riscontra pertanto uno iato tra la commedia iniziale e il dramma che segue. Il portato criminale della vicenda arriva ex abrupto proprio perché, dal punto di vista scenico, non emerge abbastanza la complessità dei personaggi e la loro doppiezza.

Ferdinando è meno femmineo ed efebico di quanto dovrebbe essere. Spedito presso la villa di Donna Clotilde dal notaio Trinchera (il nome è lo stesso dell’inventore dell’opera buffa napoletana), fa finta di accettare di buon grado gli insegnamenti di Don Catello che lo prepara alla recita di Natale. I riferimenti alla Commedia dell’Arte e alla tradizione teatrale napoletana sono ripetuti nel testo, ma nello spettacolo vengono solo accennati. Il ragazzo, impegnato nel ruolo di San Michele Arcangelo. indossa un paio di ali e Don Catello, nei panni della Madonna, si mette addosso un velo azzurro durante la prova della recita. Una scena breve, inserita per strappare una risata al pubblico.
In realtà Ferdinando è un impostore piombato nella stanza di Donna Clotilde per impossessarsi dei gioielli che le rimangono e li ottiene dopo aver spinto le sue vittime a mettere in atto tradimenti e gesti criminali. Anche il suo nome è falso. Si chiama Filiberto ed è l’emblema di una società destinata a un futuro fallimentare perché nata sulle rovine di una tradizione culturale svuotata dei suoi valori. Come dice Clotilde, verso la fine del dramma, rivolta al Ferdinando/Filiberto “Tu appartiene a na brutta razza….a na brutta generazione, ca nun tene ricorde…..Chi nun tene passato ….nun tene manco futuro”. (“Tu appartieni a una brutta razza….a una brutta generazione, che non ha ricordi….Chi non ha passato…non ha neanche futuro”).
Peccato che non affiorino agganci alla contemporaneità, caratterizzata da incolmabili solitudini, dalla distruzione di tutti i valori e dal terrore di un futuro incontrollabile dai singoli individui. La crudeltà del banale vivere quotidiano alla quale Ruccello si riferisce è un dato di fatto soprattutto per le nuove generazioni di oggi.

Nonostante duri due ore senza intervallo, lo spettacolo fila liscio come l’olio, non soltanto per la bravura del cast e per la cadenza ritmica collaudata dalla regia, ma anche per la sua facilità. È piacevole e accattivante, ma non sfida il pubblico a riflettere sui significati più profondi del capolavoro di Ruccello.

[Foto di scena di Tommaso Le Pera]

 

Scheda tecnica

Ferdinando di Annibale Ruccello. Regia di Arturo Cirillo.
Con Sabrina Scuccimarra, Anna Rita Vitolo, Arturo Cirillo, Riccardo Ciccarelli.
Scene: Dario Gessati. Costumi: Gianluca Falaschi, Musiche Francesco De Melis. Luci: Paolo Manti. Assistente alla regia: Luciano Dell’Aglio.
Produzione Marche Teatro, Teatro Metastasio di Prato, Fondazione Teatro di Napoli-Teatro Bellini. Foto di scena di Tommaso Le Pera.

Visto al Teatro India di Roma il 2 aprile 2025.

 

 

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