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il 23 ottobre 2007.
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Spettacolo magnetico e ipnotizzante il Moby Dick alla prova di Elio De Capitani andato in scena al Teatro Vascello di Roma. L’adattamento teatrale in Blank Verse del romanzo di Melville di Orson Welles, ancora inedito in Italia, venne messo in scena dal suo autore al Duke of York ’s Theatre di Londra il 16 giugno 1955, senza orpelli scenici e con il chiaro intento di associare l’ossessione distruttiva di Achab a quella di Hitler e di Mussolini.
Il patto che il capitano della Pequod stringe facilmente con tutti i marinai, costringendoli a collaborare con lui nell’ardua impresa di uccidere la balena bianca, rimanda alla cecità delle masse che seguono i folli piani dei potenti del mondo. De Capitani ha ben compreso l’entità di questo fenomeno che, oggi più che mai, permette ai potenti di giocare a Risiko per accaparrarsi nuovi stati e fondare nuovi imperi. L’intera civiltà occidentale ha provocato il riscaldamento e il cambiamento climatico ma non sa cedere, continua a escogitare soluzioni, incapace "di accettare l’impossibilità della conoscenza assoluta", come scrive De Capitani nelle sue note di regia.
Più o meno indirettamente lo spettacolo allude a tutto questo. I riferimenti alla Bibbia, al Milton di Paradise Lost e a Shakespeare rimandano alla hybris che spinge alcuni a non accettare i propri limiti umani e a lanciarsi in progetti smisurati, come l’aspirazione al controllo totale della natura e dei destini umani. La caccia alla balena è densa di significati simbolici. Con pochi mezzi scenici, il palcoscenico si trasforma nella tolda della Pequod e la platea diventa l’oceano. Ma, prima di tutto c’è il teatro che Welles utilizza anche per riassumere il romanzo. Gli attori in scena fanno le prove del Re Lear, ma il regista, interpretato da De Capitani, decide di passare alle prove di Moby Dick. Giulia Viana, nei panni di Cordelia, ci resta male. Accetta, tuttavia di interpretare Pip, il ragazzino pazzo tanto caro ad Achab. C’è molto Shakespeare nella pièce. Achab è un Re Lear che non conosce redenzione e, forse, anche un Macbeth impazzito per la sua sete di potere, che non ha bisogno delle profezie delle Streghe per correre verso la sua autodistruzione. Il prologo di Henry V viene pronunciato dal regista per invitare il pubblico a colmare le lacune della scena attraverso la sua immaginazione. Non è soltanto la meraviglia del Blank Verse, mirabilmente tradotto da Cristina Guidi, a far di questo spettacolo una poesia. La ricostruzione immaginaria derivante dai vuoti della scena e guidata dai pochi elementi scenici assomiglia alla ricerca del significato del non detto in poesia e alla creazione di infiniti spazi interiori da parte di chi la legge. In questo senso lo spettacolo è anche molto poetico.
Sulla scena, una zona di buio rischiarato da luci bluastre, appaiono tre alti praticabili, una poltrona da barbiere che è trono e cassero, alcuni tavoli di metallo su rotelle, un grande telo/vela sullo sfondo.


Dopo il sermone di padre Mapple (sempre De Capitani) che nella cappella di Nantucket arringa i suoi compagni di bordo su Giona e la tempesta che ha affrontato, parte la navigazione a bordo della Pequod, "nobile nave, ma una nave malinconica" come sussurra Ismael (Angelo Di Genio), narratore interno che sa già come andrà a finire la storia. Se ne sta quasi sempre in disparte, preferibilmente in avanscena dove è posto un microfono utilizzato da Cristina Crippa per annunciare i cambi di scena.
Ci sono dieci attori, costretti a recitare un doppio ruolo. Sono tutti di altissimo livello, capaci di dar forma al senso di ogni frase attraverso la loro gestualità. Nonostante lo spettacolo sia essenzialmente corale, alcuni personaggi, oltre ad Achab, vengono caratterizzati con cura. Come Starback (Marco Bonadei), primo degli ufficiali in seconda, che appare sempre impensierito e preoccupato perché ha capito prima degli altri la natura perniciosa e vendicativa di questa spedizione. Stubb (Enzo Curcurù), secondo ufficiale, è sempre sorridente e regala conforto agli altri marinai. Flask (Michele Costabile), terzo ufficiale, è molto grossolano e detesta la balena bianca.
L’ equipaggio è metafora dell’intera umanità perché ne fanno parte uomini provenienti da ogni parte del mondo. Ci sono Tashtego (Alessandro Lussiana), un indiano d’ America, un africano e un uomo dei mari del sud.
La traversata è scandita da canti popolari, rielaborati dai tradizionali seashanties, diretti a vista da Mario Arcari. Ma anche i rumori prodotti dai tavoli metallici colpiti da marinai, intenti a remare per accelerare la corsa della Pequod, trascinano l’immaginario del pubblico sulla nave.
Sembrano mossi da uno spirito invisibile che li conduce allo scontro finale. Le maschere grigie che indossano suggerisce l’idea che i marinai abbiamo cancellato temporaneamente il loro sé per perseguire un unico obiettivo.


Elio De Capitani è un Achab aggressivo e violento, ossessionato dalla volontà di trafiggere il capodoglio, lo stesso che in una precedente battuta di caccia gli aveva tranciato mezza gamba, sotto al ginocchio. Parla di vendetta, ma la sua sfida è mossa da una hybris che lo illude di poter controllare la forza della natura. La sua parola ha un potere incantatorio che trasforma ogni sua frase in un comando. Ma è anche un uomo che ha bisogno della compagnia di Pip, caduto in mare, salvato per caso e diventato pazzo, che prova affetto per il capitano e che prevede nelle sue allucinazioni la tragica fine della sua impresa titanica. Il parallelismo tra Pip e il fool di Lear è evidente anche a coloro che non hanno letto la tragedia shakespeariana di recente.
La scena della caccia finale è serratissima e frastornante. L’intero equipaggio è schierato davanti alla platea/oceano. Dietro i marinai muovono a destra e a sinistra i tavoli metallici, a seconda del movimento del mare, e ci battono sopra i palmi delle loro mani, creando un frastuono che non turba Achab, alto sul cassero, al centro della scena. Volano ordini di avvistare la balena e di arpionarla. L’umanità più nascosta del titanico Achab appare anche quando fronteggia da solo il capodoglio. Colpiscono il suo sguardo sbigottito, la sua immobilità e il suo mutismo. Ci troviamo di fronte a un’interpretazione magistrale di Achab e, come se non bastasse, alla materializzazione della balena in scena. Come? La soffice stoffa bianca che occupa il fondale si srotola fino al proscenio e si muove in alto con l’aiuto di una qualche fonte d’aria, mentre un paio di attori nascosti dal telo lo sistemano fin quando non assuma la forma del testone di Moby Dick. Ad Achab non resta che lasciarsi inghiottire dal biancore della stoffa. La nave viene distrutta e tutti vengono risucchiati negli abissi dell’oceano. Tutti meno Ismael che chiude lo spettacolo con il breve racconto del suo salvataggio. Buio. Scroscio di meritati applausi. Un capolavoro assoluto.
[Foto di scena di Marcella Foccardi]
Scheda tecnica
Moby Dick alla prova di Orson Welles, adattato -prevalentemente in versi sciolti- dal romanzo di Herman Melville.
Con Elio de Capitani, Cristina Crippa, Marco Bonadei, Enzo Curcurù, Alessandro Lussiana, Massimo Somaglaino, Michele Costabile, Giulia Viana, Vincenzo Zampa, Mario Arcari.
Traduzione di Cristina Viti. Uno spettacolo di Elio De Capitani. Musiche dal vivo di Mario Arcari. Direzione del coro: Francesca Breschi. Costumi: Ferdinando Bruni. Luci Michele Ceglia. Suono : Gianfranco Turco. Assistente regia: Alessandro Frigerio. Assistente scene: Roberta Monopoli. Assistente costumi: Elena Rossi. Una coproduzione Teatro Dell’Elfo e Teatro Stabile di Torino-Teatro Nazionale.
Foto di scena di Marcella Foccardi.
Visto al Teatro Vascello di Roma il 14 marzo 2025.