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Rivista d'arte on line, ha ricevuto il codice ISSN (International Standard Serial Number)
1973-2635
il 23 ottobre 2007.
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L’Edipo re, nella versione curata e diretta da Andrea De Rosa, è un capolavoro teatrale incentrato sulla rischiosa ma necessaria ricerca della verità, sullo stridente contrasto tra l’indagine razionale e la vertigine dell’inconoscibile. L’adattamento, tradotto da Fabrizio Sinisi in un linguaggio scarno ed essenziale, è sostanzialmente fedele alla tragedia sofoclea che viene contratta nella più breve rappresentazione di una inchiesta che amplifica le tensioni esistenziali e le implicazioni universali del canone sofocleo.
In scena c’è anche Apollo, che in Sofocle non compare, e che parla attraverso la voce del veggente Tiresia e di due messaggeri, tutti interpretati dal magnetico Roberto Latini. Apollo, signore degli oracoli, viene presentato come un essere capriccioso, ambiguo, contorto, arrogante, vendicativo. Le sue parole sgomentano e turbano gli animi di chi le ascolta perché svelano atroci verità. La sua presenza in scena permette che l’umano e il divino interagiscano in modo diretto, conferendo alla rappresentazione un carattere decisamente rituale capace di coinvolgere il pubblico in modo intenso e spingendolo a riflettere sull’assurdo che domina l’esistenza.
La scena di Daniele Spanò consiste in un apparato installativo composto da fari teatrali messi alla rinfusa sullo sfondo e che, spostandosi lentamente in avanti, formano un emiciclo al centro del palcoscenico che rappresenta il tempio di Apollo. Una schiera di pannelli dorati, sempre sul fondo, attrae i raggi luminosi per rimandarli al pubblico. Più in avanti colonnine di lampade incandescenti e analogiche, tubi al neon e riflettori di ogni genere. In avanscena sei pannelli di plexiglass sporcati da un po’ di vernice bianca per nascondere gli occhi dei personaggi che vi si pongono dietro. In fondo, nel tempio di Apollo, una larga striscia di scotch adesivo bianco svolge la stessa funzione per il cieco indovino Tiresia. Il disegno luci di Pasquale Mauri alterna stralci di luce accecanti a inquietanti zone d’ombra. Tutti gli elementi scenici, compresi i costumi di Graziella Pepe e i suoni di G.U.P Alcaro, non descrivono e non raccontano, ma evocano stati d’animo, contrasti interiori e si fanno simbolo del bilico tra la conoscenza della verità e l’inconsapevolezza di ciò che siamo.
Come sempre a teatro, la materia prima dello spettacolo è costituita da un cast di attori di alto livello. Oltre al grande Roberto Latini, si distinguono Marco Foschi nella parte di Edipo, Frédérique Loliée nei panni di una Giocasta sensuale e materna allo stesso tempo, Fabio Pasquini che incarna un Creonte umanissimo e comprensivo e, infine, Francesca Cutolo e Francesca Della Monica, le uniche coreute sopravvissute allo smembramento del Coro. Una canta, all’inizio della rappresentazione, una melodiosa litania in lingua greca, l’altra lancia un urlo sottilissimo capace di dar forma al dolore della gente di Tebe dilaniata dalla peste.

Non vediamo la città, ma la disperazione di Edipo evoca immagini di immenso dolore. Il re è ossessionato dalla voglia di ascoltare la voce di un dio e di interrogare l’oracolo. Lo ripete più volte e vuole sapere le parole esatte pronunciate da Apollo. Al punto che Sinisi ha giustamente definito questa versione di Edipo re ‘una tragedia del linguaggio’. Edipo grida “chi è l’assassino di Laio?”, a tutta voce e gli viene risposto più di una volta che si trova tra loro, accrescendo a dismisura la sua angoscia. Ma quando Tiresia gli dice “Sei tu” non ci vuole credere, forse perché ancora non ce la fa a sopportare lo schianto emotivo che questa rivelazione comporta oppure perché si sopravvaluta. Lui, che ha saputo illuminare l’enigma della Sfinge che tormentava la città di Tebe. Lui che si considera un uomo giusto e che di fatto lo è. Il linguaggio ambiguo del dio, conduce Edipo ad una convulsa indagine retrospettiva che lo porta a scoprire che il suo passato è una lunga sequenza di orrori e delitti. I dialoghi si susseguono a ritmo febbrile e manifestano il complesso groviglio delle emozioni provate dagli umani. Giocasta fa ipotesi che escludano la colpevolezza di Edipo ma vengono puntualmente contraddette dalle testimonianze dei messaggeri. La disperazione del figlio-marito lo porta ad accusare Creonte di aver ordito una congiura ai suoi danni per strappargli il potere. Alla fine, lo strazio della verità che non ha saputo vedere induce Edipo a strapparsi gli occhi. Non lo fa in scena. L’accecamento è narrato dal dio nel potente monologo che De Rosa aggiunge nell’adattamento, contando sulla consueta fluidità del registro vocale di Roberto Latini. Ne risulta un assolo intenso e disarmante.
Stroncato dal dolore, Edipo si trascina carponi verso l’avanscena, poi si alza appoggiandosi a mo’ di bastone su un tubo al neon. Una fiamma di luce nella semioscurità. Guarda il pubblico pronunciando una frase presa in prestito dal Coro di Sofocle “Non dite mai di un uomo che è felice, sinché non sia arrivato il suo ultimo giorno”.


La rigorosa regia di De Rosa, l’intelligente traduzione di Sinisi e la capacità degli attori di vivere le emozioni dei loro personaggi fanno sì che il pubblico sia fortemente partecipe a uno spettacolo che ci riguarda.
Applausi a non finire.
[Foto di scena di Andrea Macchia]
Scheda tecnica
Edipo re di Sofocle. Traduzione di Fabrizio Sinisi. Adattamento e regia di Andrea De Rosa. Con: Francesca Cutolo, Francesca Della Monica, Marco Foschi, Roberto Latini, Frédérique Loliée, Fabio Pasquini. Scene: Daniele Spanò. Luci . Pasquale Mari. Suono :G.U.P. Alcaro. Costumi: Graziella Pepe. Costumi realizzati presso Laboratorio di Sartoria del Piccolo di Milano- Teatro d’Europa. Allieva attrice: Maria Trenta. Produzione TPE-Teatro Piemonte Europa, Teatro di Napoli- Teatro Nazionale, LAC Lugano. Foto di scena di Andrea Macchia.
Visto al teatro Vascello di Roma il 6 marzo 2025.