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Fogli e Parole d'Arte

Rivista d'arte on line, ha ricevuto il codice ISSN (International Standard Serial Number)
1973-2635
il 23 ottobre 2007.

Fogli e Parole d'Arte è diretta da
Andrea Bonavoglia (Vitorchiano)
e distribuita on line dalla società Ergonet di Viterbo.

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Spettacoli sulle scene e sugli schermi

Gramsci Gay, per la regia di Matteo Gatta

 

Spiazzante e decisamente disturbante, Gramsci Gay, in scena al Teatro Basilica di Roma, delude le aspettative che il titolo può suscitare. Niente di comico né, tantomeno, di sconcio. Lo spettacolo di Studio Doiz, vincitore della Borsa Teatrale Anna Pancirolli 2022, denuncia la pervasività del capitalismo che viene assorbito anche dalle classi subalterne, come se si trattasse di un ordine immodificabile delle cose.

Lo spettacolo trae spunto da un fatto realmente accaduto. Il 10 novembre 2019, un murales raffigurante il volto di Gramsci su una parete del carcere di Turi (Bari), venne deturpato con la scritta gay sulla fronte del grande politico e filosofo sardo. Il gesto anonimo fu liquidato come sfregio fascista e omofobico.

Lo spettacolo, diretto da Matteo Gatta e magistralmente interpretato dal giovane Mauro Lamantia, è diviso in due parti.

La prima si svolge poco più di un secolo fa. La scena è occupata da qualche fila di sedie tutte diverse l’una dall’altra. Lamantia entra tutto agitato e fremente nei panni di un Antonio Gramsci non ancora trentenne (che solo un anno prima aveva fondato l’Ordine nuovo con Togliatti, Terracini e Tasca). Il volto incorniciato da boccoli neri, un paio di occhialetti tondi, un completo marrone chiaro con cravattina. Il vociare indistinto della folla che lo aspetta si interrompe di botto. Siamo nel 1920 e il giovane Gramsci tiene un comizio in seguito al brutale fallimento del cosiddetto sciopero delle lancette, passato alla storia per il numero di operai partecipanti (duecentomila), per la sua durata di dieci giorni e per la violenza estrema attraverso la quale i poliziotti ostacolarono la rivolta. Gli operai scesero in piazza a Torino per protestare contro l’istituzione dell’ora legale. Le strade erano invase da poliziotti inferociti che massacrarono e arrestarono migliaia di rivoltosi. L’agitazione si risolse in un’orgia di sangue, ma il giovane Gramsci/Lamantia interloquisce con il pubblico per convincerlo che la forza bruta del potere non può bastare a fermare un’azione rivoluzionaria. La strada dell’agitazione è quella giusta da imboccare. Con un linguaggio lucido, chiaro e pertinente, accusa la sinistra e gli intellettuali di non aver mai sostenuto la classe operaia in modo concreto e di non aver mai sentito in profondità i bisogni del popolo che continua invano ad aspettare che qualcosa cambi.


Gramsci/Lamantia sostiene con profonda convinzione il valore della cultura che libera le menti dalle bugie del potere e che aiuta a comprendere il senso della vita, il posto che vi teniamo e il rapporto che intratteniamo con gli altri. Sa bene quanto lo studio sia faticoso (lui che per permetterselo lavorava al catasto all’età di nove anni). Ma lo studio è necessario perché sviluppa l’intelletto e conduce alla formazione di una coscienza critica che permetta di capire la propria funzione nella vita, i propri diritti e i propri doveri. La cultura non è un insieme di date e di dati, ma è lo strumento necessario alla formazione di una coscienza politica che induca a trasformare la società e a non subire passivamente le ingiustizie del potere.

Gli occhi neri dell’oratore brillano per il fervore delle sue argomentazioni che giungono alle nostre orecchie con una freschezza che ci rende fortemente partecipi a discorsi rielaborati dagli scritti di Gramsci (Lettere e Quaderni dal carcere). Parole di un secolo fa che vengono pronunciare con estremo ardore e che vengono accompagnate dagli studiatissimi gesti irrequieti di un attore vibratile e dotato di una inconsueta potenza espressiva.

Segue un buio. Quando le luci si accendono le sedie sono tutte accatastate sul fondo. Ne rimane solo una per l’imputato Nino Russo che ha imbrattato il murales con il volto di Gramsci. Una foto di Mattarella viene appesa al muro di sinistra. Siamo ai nostri giorni e Russo/Lamantia sta seduto in prima fila con indosso sneakers, jeans e bomber. Si stenta a riconoscerlo per quanto risulti diverso nella gestualità e nella parlata dialettale di un profondo Sud, zeppa di improperi e maledizioni varie. Si gira verso uno spettatore e sbraita la sua condizione di disoccupato. Il suo racconto è tutto squinternato e riporta i recenti avvenimenti della sua sterile esistenza. Un lavoro in un ristorante di Milano appartenente a suo cugino, sei mesi a servire i clienti e poi un incidente che gli costa il licenziamento: il suo sangue dal naso dentro il piatto di un commensale. Non gli manca Milano che descrive come una città troppo laboriosa dove chi sta fermo è un negro, ma dove ti puoi fare tranquillamente una canna per strada. Sicuramente non ha la minima idea di chi sia Antonio Gramsci ma gli tocca l’interrogatorio del commissario. Si siede scocciato sulla sedia e risponde come può alle domande di rito.

Quando gli si chiede la residenza, risponde ”da mia madre” e alla domanda “cosa ci facevi fuori dal carcere?” risponde “stavo facendo il teatro dei pupi”. Non sa che dire e ha una tremenda paura di fare la fine di Cucchi. Interviene poi Massimo Gramellini del Corriere con le sue domande paternalistiche. Gli chiede se sia disoccupato e perché abbia preso di mira proprio Gramsci, il fondatore del Partito Comunista Italiano. Nino non sa di cosa si stia parlando e rimane ammutolito. Ricomincia a blaterare quando la madre gli dice di averla delusa ancora una volta. Ma quel “gay” scritto sul volto di uno sconosciuto, era rivolto al padre che aveva abbandonato la famiglia per rifarsi una vita con un uomo.


I tre personaggi con cui parla sono solo voci fuori scena. In questo modo la solitudine di Nino diventa assoluta e incolmabile come la sua ignoranza e il suo essere totalmente inconsapevole della sua schiavitù. Gli esce un po’ di sangue dal naso prima che il buio lo risucchi nel nulla.

Decisamente efficace il testo del giovane Iacopo Gardelli, dove la seconda parte può fungere da risposta alle domande poste nella prima. Il crollo della cultura e la crescente ignoranza che caratterizza gran parte della società dei nostri tempi, fa sì che tutti pensino solo ai fatti propri. Si accetta tutto e non si ha voglia di reagire a un neo-capitalismo vorace che ha già tolto di mezzo la classe media. Se risuscitasse, Gramsci inorridirebbe.

Bella anche la regia di Matteo Gatta che punta molto sulla dialettica con il pubblico e con le voci fuori palco.

L’interpretazione di Mauro Lamantia è perfettamente credibile sia quando entra nella parte di Gramsci sia quando veste i panni del coatto. Un vero e proprio camaleonte della scena, che sa calcare con passione ed estrema professionalità.

[Fotografie di scena di Luca Luperto]


Scheda tecnica

Gramsci Gay
Interpretato da Mauro Lamantia. Drammaturgia di Iacopo Gardelli. Regia di Matteo Gatta. Uno spettacolo di Studio Doiz. Produzione Accademia Perduta/ Romagna Teatri. Tecnica e voci di Mattia Sartoni. Costumi e scene di Gaia Crespi.

Visto al Teatro Basilica il 10 gennaio 2025.

 

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