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Fogli e Parole d'Arte

Rivista d'arte on line, ha ricevuto il codice ISSN (International Standard Serial Number)
1973-2635
il 23 ottobre 2007.

Fogli e Parole d'Arte è diretta da
Andrea Bonavoglia (Vitorchiano)
e distribuita on line dalla società Ergonet di Viterbo.

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Spettacoli sulle scene e sugli schermi

La Ferocia, per la regia di Michele Altamura e Gabriele Paolocà

 

Sempre nell’ambito di Romaeuropa Festival, torna a Roma La Ferocia dall’omonimo romanzo di Nicola Lagioia, per la regia di Michele Altamura e Gabriele Paolocà che ne sono anche interpreti insieme a un buon cast di attori.

Più o meno invariato, lo spettacolo reca ancora i segni della difficoltà di ridurre per la scena un romanzo verboso e massiccio, caratterizzato da uno stile criptico e oberato di figure retoriche che ne rendono difficile la lettura. Inspiegabilmente vincitore del Premio Strega e del Premio Mondello 2015, il romanzo ha messo a dura prova l’ingegno di Linda Dalisi che ne ha curato l’adattamento testuale per la scena. La complessa storia della ricchissima famiglia Salvemini, orchestrata dallo spietato imprenditore edile Vittorio con la complicità e il disprezzo dei suoi figli infelici, viene letteralmente prosciugata attraverso l’eliminazione delle parti descrittive del paesaggio pugliese e delle riflessioni sulla psicologia dei personaggi. Il linguaggio opulento viene semplificato e liberato dal pesante fardello di metafore, similitudini e figure di parola varie. La struttura del racconto diviene più lineare, dialoghi e monologhi vengono snelliti, ma lo spettacolo rimane condannato a una invadente prevalenza del parlato sull’azione scenica.  

Non a caso, la scenografia di Daniele Spanò pone a destra del palcoscenico una cabina di registrazione, illuminata da una luce bluastra, dove il giornalista e podcaster Danilo Sangirardi (Gaetano Colella) introduce la storia e ne introduce e commenta alcune fasi, in funzione di narratore. Il resto del palcoscenico è occupato dall’interno della villa borghese dei Salvemini, separato dall’avanscena e dal pubblico da porte scorrevoli trasparenti. Alte piante infestanti, inizialmente sul fondo della scena e poi spostate in avanti dagli attori, simboleggiano il dramma che si estende a macchia d’olio su questa famiglia.

Vittorio Salvemini (un Leonardo Capuano al meglio delle sue capacità attoriali), padre padrone affamato di potere e di denaro, giunge a Bari negli anni ’70. Da allora ha dato vita dal nulla a un impero che estende i suoi cantieri in tutto il mondo. Ha costruito il complesso di ville di Porto Allegro nel Gargano passando attraverso la corruzione e i suoi rapporti con un giro sporco di uomini che contano.

 Il dramma si apre con la morte di Clara, la bella figlia di Salvemini dedita al sesso e alla droga, che viene trovata coperta di sangue e priva di vita sulla provinciale che collega Bari a Taranto. Ferocemente anaffettivo nei confronti della figlia e di tutti i membri della sua famiglia, Salvemini cuce la bocca a un cocainomane addetto all’autopsia e fa passare l’omicidio della figlia per un suicidio.  

Sa bene che Clara è rimasta vittima di un qualche uomo di potere in seguito a un’orgia. La figlia si è sempre prestata a soddisfare le voglie di chi ha permesso al padre di avvelenare il sottosuolo pugliese per cementare le coste di quella bella terra. Come tutti i membri della famiglia Salvemini, Clara soffriva di un male di vivere profondo che la ha portata all’autodistruzione.  Il fratello Ruggero, oncologo, sostiene il padre. La moglie accetta a malincuore i misfatti del marito per non rinunciare ai suoi privilegi. Soltanto il figlio illegittimo Michele si è ribellato fuggendo a Roma dove sbarca il lunario scrivendo qualche articolo di giornale e ora torna, novello Oreste eschileo, per scoprire la verità sulla morte della sorella e per fare giustizia. Ma è mezzo psicopatico e il suo carattere mostra lati estremamente infantili. Non c’è soluzione, non c’è riscatto e i riferimenti alla tragedia greca non sono esaustivi. Qui non si salva nessuno e manca una Atena risolutrice. Certo, le colpe dei padri ricadono sui figli, ma le colpe di Salvemini sono quelle di un intero sistema sociale dominato dal Leviatano di un neocapitalismo efferato che sta cancellando qualsiasi valore umano. Questo, credo, sia il senso dello spettacolo dove il la deriva sociale è strettamente legata alle atrocità predatorie che disgregano i rapporti familiari.

Clara rimane sempre presente in scena come fosse un fantasma al quale tutti si rivolgono. Il compianto della sua morte è alla base dei momenti più intensi dello spettacolo. Mi riferisco alle parole di Annamaria, moglie di Salvemini (interpretata da un eccelsa Francesca Mazza), che al funerale della figlia recita i bigliettini di condoglianze che contengono anche insulti volgari verso Clara. Impassibile, la donna dà voce a quello che la comunità pensa della figlia e sembra resuscitare la povera ragazza, trasformandola in una divinità dell’ade.

Per il resto, lo spettacolo si snoda attraverso una serie di quadri statici, illuminati dalle algide luci di Giulia Pastore. Scene troppo parlate e poco agite che non esprimono appieno la complessità emotiva della storia. La recitazione appare spesso più televisiva che non teatrale e non riesce a coinvolgere più di tanto il pubblico. Le atrocità, la disumanità e la ferocia invece di turbare gli animi di chi osserva il loro trionfo, rischiano spesso di provocare un senso di noia.     

 

 

Scheda tecnica

La Ferocia, dal romanzo odi Nicola Lagioia. Ideazione VicoQuartoMazzini. 
Con: Michele Altamura, Leonardo Capuano, Enrico Casale,Gaetano Colella, Francesca Mazza, Marco Morellini, Andrea Volpetti.
Adattamento di Linda Dalisi. Scene: Daniele Spanò. Luci: Giulia Pastore. Musiche e sound designer : Pino Basile. Costumi: Lilian Indraccolo. Foto: Francesco Capitani. Produzione Scarti- Centro di Produzione teatrale d’Innovazione, Elsinor, Lac Lugano Arte e Cultura, Romaeuropa Festival, Teatri di Bari, Teatro Nazionale.

Visto al Teatro Argentina il 4 ottobre 2024.

 

 

 

 

 

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