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1973-2635
il 23 ottobre 2007.
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Irriverente, grottesco e arditamente rimesso a nuovo, Zio Vanja di Leonardo Lidi è il secondo appuntamento della trilogia dedicata dal regista a Cechov, che si è aperta lo scorso anno con Il Gabbiano e che si concluderà con Il Giardino dei Ciliegi.
L’insolito spettacolo mira a evidenziare la modernità del drammaturgo e scrittore russo, avvalendosi, tra le altre intuizioni registiche, della efficacissima traduzione del testo, curata da Fausto Malcovati. Il linguaggio è semplice, nitido, assolutamente contemporaneo e spesso assume un retrogusto decisamente beckettiano. "Oggi è bel tempo" dice Elena", "Sarebbe bello impiccarsi" risponde Vanja.
Lidi si concentra sulla forza della parola e sulle capacità comunicative dei personaggi, tutti, chi più chi meno, caratterizzati da un insanabile vuoto esistenziale e da una incapacità di vivere che, a tratti, sembra paralizzarli dentro una bolla di solitudine. Sono frustrati e spesso disillusi, ma sono anche goffi, maldestri e confusi da ossessioni varie. Cechov amava il vaudeville e Lidi gli dà man forte spingendo l’acceleratore su una comicità che a tratti sfiora l’assurdo e che ben si integra con la tragicità del testo. Una commistione raramente presa in considerazioni da molti registi italiani, ma particolarmente cara all’autore russo che in una lettera, scritta poco prima di morire, lamentò che le sue pièce fossero pubblicizzate sui cartelloni come "dramma".
La scena di Nicolas Bovey è occupata esclusivamente da una monumentale parete frontale, costruita con assi di betulla, con una stretta seduta lungo il lato inferiore e un limitatissimo sopralzo posto in avanscena. Alcune azioni avvengono dietro il grande apparato ligneo, da dove provengono gli echi di rapide conversazioni, sbuffi, lagne e commenti di ogni genere. Poi gli attori risbucano da dietro e commentano i fatti tenuti nascosti allo sguardo del pubblico. La nudità della scena rafforza l’atmosfera soffocante e depressa che avvolge gli abitanti e gli ospiti della villa di campagna, lontana da tutto e da tutti. I costumi. gli accessori e le acconciature anni Sessanta di Aurora Damanti sottolineano il cattivo gusto di chi vive in provincia e, allo stesso tempo, contribuiscono alla caratterizzazione dei personaggi.


Zio Vanja, interpretato da un Massimiliano Speziani all’apice del suo talento artistico, striscia in scena in posizione orizzontale in compagnia di un simpatico cagnolino nero che mordicchia la sua ciabatta. Amarezza e inerzia in una sola immagine. Con lui, la fedele balia Marina (Francesca Mazza), con la testa oberata da enormi bigodini, una vestaglia fucsia e in bocca una mezza sigaretta spenta. Da brava contadina si lamenta del cambiamento di orari dei pasti dovuta all’arrivo del professor Serebrjakov (un Maurizio Cardillo convincente nel renderlo ridicolo) e della sua giovane seconda moglie Elena (Ilaria Fallini).
Il celebre professore è ormai in pensione, pieno di acciacchi e noioso. In un momento di eccessiva comicità, si cala le braghe da seduto, alza un lato della mutanda e osserva sconsolato il suo apparato genitale ormai inerme. Non lo sopporta nessuno. La moglie, divisa tra il desiderio di un amante più giovane e il suo perbenismo da signora borghese. Vanja che ha sempre lavorato per la gestione della proprietà senza mai ricevere un giusto compenso dal vecchio sapientone.
Massimiliano Speziani incanta per la sua varietà di timbri e di toni, che gli permette di lasciar trasparire tutti i moti dell’animo di Vanja. Il suo disprezzo per i successi immeritati del professore, il suo rimpianto per aver sprecato i suoi 47 anni di vita, la sua paura che Serebrjakov venda la tenuta togliendogli di mano la sua unica ragione di vivere. Indimenticabile la postura contratta del corpo che assume quando reprime il suo forte desiderio di abbracciare la bella Elena, della quale è segretamente innamorato da anni. In questa versione il guardiano (Tino Rossi) funge da doppio di Vanja da vecchio. Compare solo due volte in scena con un mazzetto di fiori in mano, quasi a suggerire che Vanja, continuerà a donare la sua vita a qualcun altro senza ricevere nulla in cambio. C’è poi un Vanja che beve di gusto con il dottor Astrov (un Mario Pirello in gran forma), un Vanja rabbioso che spara al professore, un Vanja disperato che vuole suicidarsi con la morfina. Un personaggio multiforme sostenuto da un’ottima prova d’attore.
Suo compagno di sventura è il medico Astrov, un gigione fallito e un sognatore pervicace che si presenta tutti i giorni a casa di Vanja, non tanto per curare il vecchio Serebrjacov, quanto per corteggiare la sua giovane moglie. Con indosso un completo chiaro e una camicia gialla, il dottore si scola un bel po’ di vodka insieme a Vanja. E’ pieno di fissazioni e si scaglia contro la stupidità degli intellettuali per poi imbattersi in una attualissima dissertazione sui mali del disboscamento che distrugge l’ecosistema e favorisce il cambiamento climatico.
Il tema del rispetto della natura presente nel testo cechoviano viene amplificato e rimarcato da un cambio di strategia registica. Sulla parete lignea vengono proiettati i disegni molto infantili di Astrov che ritraggono paesaggi campestri, illustrati da lui stesso per far colpo sulla bella Elena. Certo, le immagini mostrano animali al pascolo e alberi sproporzionati e l’illusione di un rimboschimento salvifico viene annientata dalla foto finale che mostra una scena di devastazione bellica, forse in Ucraina.
Molto centrato e ben approfondito il rapporto che si instaura tra Elena e Sonja (Giuliana Vigogna), la timida nipote bruttina di Vanja, perdutamente innamorata di Astrov. Quando sono sole, le due donne si tolgono la maschera e si confessano le reciproche fragilità. Sonja è molto ingenua e la bella Elena la sollecita ad agire, a guardare oltre la sua infelicità, a tirarsi su da terra, a farsi un bel pianto per poi andare, finalmente, a riposare. In un certo senso sono rivali in amore, ma qui l’amicizia e la complicità sono molto più importanti delle avances di Astrov che Elena, comunque,non disdegna. Tutto questo emerge in virtù della profondità interpretativa di Giuliana Vigogna e di Ilaria Falini.

Lidi può dunque contare su un cast di ottimo livello, un gruppo di bravissimi attori con i quali lavora da tempo. Lo scavo sui personaggi, sul loro modo di rapportarsi con gli altri è stato effettuato con una minuziosa cura per i dettagli. Anche i personaggi muti o quasi, sono ben interpretati e contribuiscono a creare una molteplicità di punti di vista sulle stesse realtà. Marija (Angela Malfitano) è la suocera del cattedratico e lo stima infinitamente. Se ne sta sempre seduta con il viso incollato su un libro per poi uscirsene con una battuta che dice di smetterla con "questi opuscoli". Domenico Agrusta, nei panni del parassita Telegin, ne accentua la goffaggine e la gratitudine nei confronti di chi lo ospita. E’ l’unico ad accontentarsi veramente di poco.
Soprattutto verso il finale dello spettacolo, Lidi utilizza tecniche della sit-comedy, con tanto di risate del pubblico registrate, mentre Vanja sintetizza con un PUM onomatopeico il suo doppio tentativo di spararsi quando viene a sapere che è in arrivo l’ispettore generale. La tenuta non viene venduta e Vanja si lascia strappare dalle mani la boccetta di morfina per un terzo tentativo di suicidio. Non gli resta che la rassegnazione mentre l’occhio di bue si restringe sul suo urlo silenzioso.
"Riposeremo!", sospira Sonja, mentre il buio inghiotte gli attori e tutti noi.
Applausi calorosi anche al cagnolino nero che esce con gli altri da dietro le quinte per prendersene un po’ anche lui.
Scheda tecnica
Zio Vanja di Anton Cechov, regia di Leonardo Lidi.
Con: Giordano Agrusta, Maurizio Cardillo, Ilaria Falini, Angela Malfitano, Francesca Mazza, Mario Pirello, Tino Rossi, Massimiliano Speziani, Giuliana Vigogna.
Scene e luci: Nicolas Bovey. Costumi: Aurora Damanti, Suono: Franco Visioli. Produzione: Teatro Stabile dell’Umbria, Teatro Stabile di Torino-Teatro Nazionale. Spoleto Festival dei Due Mondi.
Foto di scena concesse dall’Ufficio Stampa.
Visto al Teatro Vascello di Roma l’11 aprile 2024.