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Rivista d'arte on line, ha ricevuto il codice ISSN (International Standard Serial Number)
1973-2635
il 23 ottobre 2007.
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Andrea Bonavoglia (Vitorchiano)
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Jameos del Agua (1966-1987), la caverna
Lanzarote è un’isola diversa da tutte le altre. È teatrale e drammatica nel suo paesaggio aspro e pauroso. Il silenzio regna ovunque, spezzato solo dal rumore del vento e del mare. Con i suoi tanti crateri con la bocca aperta verso il cielo, con la sua terra nera e rossiccia, con il suo vento costante che erode e muta l’aspetto del territorio, con la forza impetuosa dell’Oceano che si infrange sugli scogli in un moto perpetuo, sembra un altro pianeta, o l’Inferno di Dante. Non ci stupisce che qui siano state girate alcune scene del film 2001: Odissea nello spazio di Stanley Kubrick! Anni di eruzioni di inaudita violenza, precedute da tremendi terremoti, hanno cambiato per sempre la geologia dell’isola. Colate laviche hanno ricoperto gran parte del territorio, cancellando la vita.
Lanzarote è l’opera più bella e riuscita dell’artista Manrique, che sognava di creare una connessione profonda fra architettura e paesaggio. César Manrique è il demiurgo di Lanzarote: il suo intervento l’ha resa un luogo unico sul pianeta, in cui Natura e Arte dialogano in una compenetrazione continua. Negli anni in cui il turismo di massa esplodeva, egli la difese dai suoi effetti distruttivi, opponendosi all’edilizia selvaggia e facendo propri i principi chiave della sostenibilità, quando questo termine ancora non esisteva. Chi arriva a Lanzarote noterà che le abitazioni nei villaggi sono rimaste quelle tradizionali, bianche e basse, con le porte dipinte di verde o di blu se affacciate verso il mare. Gli insediamenti turistici sono dislocati in zone precise della costa, e gli edifici sono anch’essi bianchi, e riflettono il sole in modo accecante. E poi, come non notare le sculture cinetiche di Manrique presenti nelle rotatorie degli incroci, con solidi colori primari che si muovono in giochi sollecitati dal vento, che qui è una presenza costante e vitale.
César Manrique nasce nell’isola di Lanzarote, ad Arrecife. Dopo un’infanzia felice, a contatto con la natura, e la triste esperienza della guerra civile, che lui rimosse totalmente da sé, si iscrive ad Architettura a Tenerife, ma dopo due anni molla tutto e si trasferisce a Madrid, dove si diploma Maestro d’arte e pittura. In seguito alla morte della moglie, nel 1964 va a vivere a New York. Qui la sua opera viene apprezzata, espone in alcune prestigiose gallerie d’arte ed entra in contatto con Fernando Botero, René Magritte e Andy Warhol. Nel 1968 decide di tornare definitivamente a Lanzarote, dove morirà nel 1992 in un incidente d’auto. Nei venticinque anni in cui visse nella sua isola, Lanzarote divenne la sua tela: un’opera totale, in cui la conservazione della natura originale del luogo corre parallela alla sua trasformazione, sempre attraverso interventi che nascono dalla lettura del paesaggio e si fondono con esso. Manrique vuole proteggere Lanzarote dall’onda sfiguratrice del turismo del boom economico, ma al tempo stesso vuole aprirla al mondo. Egli sognava la fusione tra Arte e Natura, un connubio che si riflette in molte delle sue creazioni, dove cercava di armonizzare l’intervento umano con l’ambiente, creando opere che sembravano nascere dalla terra stessa. Opere intrise di Land Art e di Pop brillante, in cui l’architettura viene trattata come un’opera plastica. Egli usa come materiali la pietra lavica, che rimanda alla natura vulcanica dell’isola e gli intonaci bianchi, che riprendono l’architettura vernacolare del luogo, che lui aveva studiato approfonditamente in uno dei pochi volumi pubblicati, Lanzarote. Arquitectura inédita, studio che gli aveva premesso di conoscere le tipologie edilizie tradizionali, per poterle poi rielaborare.

Jameos del Agua (1966-1987), auditorium
Nello scrigno del Jameos del Agua utilizza il fitto reticolo di grotte vulcaniche che corre sotto l’isola per creare un locale contemporaneo, con ristorante, piscina e un incredibile auditorium sotterraneo. Manrique non distingue fra spazi interni e spazi esterni: nel Jameos utilizza il tubo vulcanico prodotto da una eruzione, che nel tratto terminale del suo percorso ha tre voragini, determinate dal crollo del soffitto, per creare ambienti abitabili, con tre grandi fonti di luce. Il laghetto naturale, creatosi per infiltrazione dell’acqua marina nella cavità vulcanica, abitato da singolari granchi albini ciechi, apre questo percorso, in cui lo spazio interno tipico di una grotta viene improvvisamente trasfigurato per creare spazi abitabili, senza alterare la conformazione naturale del luogo. Quando Rita Hayworth lo visita lo definisce “l’ottava meraviglia del mondo”.

Fondazione Manrique (1968-1992), L’energia della Piramide, acciaio dipinto, 1990-1991,
scultura eolica posta all’ingresso della Fondazione
La sua abitazione, costruita presso il Taro di Tahiche, sede della Fondazione a lui dedicata nel 1992, ci lascia sbalorditi. Approfittando della scoperta di una depressione del terreno e di cinque piccole grotte, prodotte da bolle vulcaniche, trasforma la depressione in un giardino ipogeo di cactus e di palme, inserendovi due piscine, mentre le grotte vengono convertite in salottini con al centro un albero, con divani il cui colore, bianco, rosso, giallo, dà il nome alla rispettiva grotta (o “burbuja”). Crea una sorta di casa nella roccia, con ambienti che sfruttano la particolare conformazione del terreno. La geologia cruda e primitiva dell’isola viene arredata con un lineare stile anni Sessanta, in cui l’esperienza dello spazio diventa dinamica e immersiva, permettendo un gioco di punti di vista sempre diversi. Per facilitare il contatto tra il soggetto all’interno della stanza e la natura esterna, Manrique lavora sul tema del margine, rappresentato dalla finestra, barriera fisica e sutura visiva. Porta l’esterno all’interno della stanza, lasciando letteralmente colare, attraverso la cornice di una finestra, una lingua di roccia lavica che si allunga all’interno di una grande stanza, creando un’escrescenza scura e informe che si impone in un ambiente dove tutto è luce e candore. L’artista più volte dichiarò che il modello che aveva ispirato il suo salto dalla rappresentazione alla costruzione dello spazio, dalla natura rappresentata alla natura ricostruita secondo criteri estetici, era stato Claude Monet, il pittore che aveva fatto del suo giardino a Giverny una vera e propria opera d’arte.

Fondazione Manrique (1968-1992), la cavità centrale con la piscina

Fndazione Manrique (1968-1992), La burbuja roja (il salotto rosso ricavato dalla bolla vulcanica)

Fondazione Manrique (1968-1992), finestra

Fondazione Manrique (1968-1992), Murale,
frammenti di roccia vulcanica (contorni) e maioliche (parti interne), 1992
Stesse caratteristiche presenta la casa di Lagomar, realizzata in una cava di pietra lavica, oggi museo con annesso ristorante. Si narra che l’attore Omar Sharif ne sia rimasto profondamente colpito, al punto da acquistarla immediatamente, per perderla in una partita di bridge subito dopo. A Timanfaya, sulla cima di un vulcano dormiente, che domina le distese di lava e lapilli create nel Settecento da una devastante eruzione durata sette anni, Manrique ha appoggiato un disco volante di vetro e basalto, creando il ristorante “El Diablo”. Il diavolo è anche il logo delle Montañas del Fuego, che lui stesso disegna nel ’68 e che oggi è l’icona del Parco Nazionale di Timanfaya, creato a metà degli anni Settanta. Negli anni Settanta ristruttura una piccola fortificazione militare, posta a circa 400 metri di altezza, convertita nel 1973 a belvedere. Al termine di un sinuoso corridoio, la vista si apre improvvisamente e ci si trova in una grande sala piena di luce, che ospita un bar. Manrique inserisce nella zona più a est della sala un divano, dallo sviluppo curvilineo, che presenta sedute su entrambi i lati. L’elemento di arredo ci invita alla sosta e, in base a dove ci si siede, indirizza lo sguardo verso gli elementi di maggiore interesse della sala: le installazioni artistiche, il camino di pietra lavica e il magnifico panorama delle isole a nord di Lanzarote, che si può contemplare da una coppia di grandi vetrate, da cui poi si accede a un percorso esterno.

Lagomar (“casa di Omar Sharif”), il cortile interno con la piscina

Il ristorante “El Diablo” (1971), nel parco di Timanfaya
Il logo del Parco Nazionale di Timanfaya (1968)
Nel 1990 viene inaugurato il Jardin de cactus, la cui realizzazione era iniziata nel 1977. Il giardino, piantumato con cactus e piante succulente, venne realizzato in una ex cava per l’estrazione della cenere vulcanica, abbandonata e diventata una discarica. È un altro esempio di costruzione immersiva, dove una serie di percorsi, che si snodano tra cactus e monoliti, permettono allo spettatore di muoversi liberamente fra i terrazzamenti dell’anfiteatro botanico. Divenuto uno dei giardini di cactus più importanti del mondo, è anche un grande esempio di riqualificazione ambientale. All’ingresso di questo complesso Manrique colloca un’installazione artistica che funge da landmark: un enorme cactus metallico posto in un’aiuola di sabbia vulcanica. Si tratta di un’opera molto cara all’artista, e suggerisce spunti riflessivi importanti: l’opera d’arte, infatti, sconfina nel mondo naturale, diventa “arte-naturaleza”. La natura contamina l’arte e ne diventa modello, l’arte si fa organica. Come già accennato, all’interno del complesso si trovano vari monoliti che vengono trattati in modi differenti. In particolare ne spiccano tre, attorno ai quali Manrique ha sviluppato un sistema di laghetti che contribuiscono a sottolinearne la presenza. In questo caso l’artista ha agito in maniera opposta rispetto al caso del cactus metallico: l’elemento naturale è trattato come se fosse un’opera scultorea, diventa “naturaleza-arte”.

Mirador del Rio (1974), il cafè con una vetrata panoramica

Jardin de cactus (1977-1990), visione panoramica

Jardin de cactus (1977-1990), particolare
César Manrique fu genius loci dell’isola di Lanzarote. Architetto, artista, ambientalista, visionario anticipatore di scenari alternativi al consumo di massa, ha reso l’isola il suo capolavoro. La sua mente creativa ha lasciato come eredità un esempio virtuoso di turismo sostenibile e un patrimonio naturale e architettonico unico. Occupandosi della sua isola per più di vent’anni, ha fatto sì che Lanzarote, nel 1993, venisse nominata dall’UNESCO “Riserva della Biosfera per la protezione e conservazione dell’ambiente”. Sulla scia di quanto affermato da Fernando Gomez Aguilera nel documentario César Manrique. Utopia Manrique, si può ben dire che egli amò profondamente la sua isola e parlò la sua lingua, entrando in una profonda empatia con essa, tanto che l’isola lo scelse per rivelargli i suoi segreti e la sua bellezza occulta.
Didascalie delle immagini
Jameos del Agua (1966-1987), la caverna
Jameos del Agua (1966-1987), auditorium
Fondazione Manrique (1968-1992), L’energia della Piramide, acciaio dipinto, 1990-1991, scultura eolica posta all’ingresso della Fondazione
Fondazione Manrique (1968-1992), la cavità centrale con la piscina
Fondazione Manrique (1968-1992), La burbuja roja (il salotto rosso ricavato dalla bolla vulcanica)
Fondazione Manrique (1968-1992), finestra
Fondazione Manrique (1968-1992), Murale, frammenti di roccia vulcanica (contorni) e maioliche (parti interne), 1992
Lagomar (“casa di Omar Sharif”), il cortile interno con la piscina
Il ristorante “El Diablo” (1971), nel parco di Timanfaya
Il logo del Parco Nazionale di Timanfaya (1968)
Mirador del Rio (1974), il cafè con una vetrata panoramica
Jardin de cactus (1977-1990), visione panoramica
Jardin de cactus (1977-1990), particolare