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Rivista d'arte on line, ha ricevuto il codice ISSN (International Standard Serial Number)
1973-2635
il 23 ottobre 2007.
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Andrea Bonavoglia (Vitorchiano)
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Negli eleganti ambienti di Palazzo Bonaparte, a Roma, si terrà fino all’8 marzo 2026 la mostra dedicata ad Alphonse Mucha, artista della Repubblica Ceca, padre e maestro indiscusso di quello stile raffinato e sensuale che ha rivoluzionato l’immaginario visivo del Novecento: l’Art Nouveau. Sono esposte circa 150 opere tra manifesti, libri, disegni, olii e acquarelli, oltre a fotografie e oggetti di arti decorative, che permettono di approfondire la complessità e l’eclettismo dell’opera dell’artista; a esse sono accostate un nucleo di opere italiane che raccontano l’evoluzione dello stile Art Nouveau in Italia, ma anche la bellezza femminile tra ideale rinascimentale e icona moderna. Ospite d’onore della mostra è la Venere di Botticelli (1485-1490), prestata dalla Galleria Sabauda di Torino, sintesi del concetto di bellezza e seduzione nel Rinascimento. Mucha riprende quell’ideale di bellezza, trasformandolo in un linguaggio decorativo moderno, dove le figure femminili hanno lo stesso ruolo catalizzatore che ebbe la Venere nel Rinascimento.
Le donne che popolano i manifesti, i pannelli decorativi e le illustrazioni dell’artista ceco ben illustrano l’ideale di bellezza, non più esclusiva prerogativa del mito colto ma immagine accessibile a tutti. «La bellezza è la proiezione di armonie morali sul piano fisico e materiale. Sul piano morale, la bellezza si rivolge all’affinamento dei sensi, attraverso cui raggiunge l’anima. La bellezza si esprime con l’emozione.» Con queste parole Mucha ci descrive la sua visione e la sua teoria sul significato della bellezza. Egli credeva che l’arte non dovesse limitarsi a essere piacevole alla vista, ma dovesse comunicare un messaggio spirituale per elevare gli spettatori, e soprattutto parlare a tutte le persone.
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Il giovane Mucha ebbe una formazione religiosa cattolica per iniziativa della madre, cattolica praticante. L’ambiente ecclesiastico lasciò tracce profonde nella sua fantasia, attraverso la suggestione delle imponenti cattedrali gotiche, odorose d’incenso e vibranti del suono delle campane. Queste impressioni lo accompagnarono per tutta la vita e segnarono la sua produzione artistica. La sua fortuna artistica fu decisa dalla sorte, che gli permise di conoscere alcuni personaggi munifici che lo apprezzarono quando non era ancora nessuno. Fra questi, il primo fu il conte Karl Khuen-Belasi, che gli commissionò la decorazione dei suoi castelli in Moravia: entusiasta dell’opera realizzata, ne divenne un munifico mecenate, rivestendo un ruolo decisivo per la sua fortuna. Gli consentì di sviluppare le sue inclinazioni artistiche, portandolo anche con sé in un viaggio di formazione in Italia, dove visitarono Firenze, Venezia e Milano. Trasferitosi a Parigi, dopo essersi diplomato presso l’Accademia di Belle Arti di Monaco di Baviera, frequentò l’Accademia Julian, dove conobbe l’arte giapponese, da cui rimase profondamente ammaliato. In Francia dovette anche pensare alla propria sussistenza, dopo che, nel 1889, il conte Belasi interruppe inaspettatamente i suoi aiuti finanziari. Mucha, all'epoca ventottenne, per guadagnarsi da vivere cominciò a lavorare come illustratore per diverse riviste pubblicitarie: in questo modo arrivò ad acquistare gradualmente fama nel mondo artistico francese. Divenne illustratore regolare del settimanale Le Petit Français Illustré, e il suo stile ottenne i primi importanti riconoscimenti. Fu grazie a Sarah Bernhardt, celeberrima attrice parigina incontrata verso la fine del 1894, che raggiunse la sua definitiva affermazione. Quando lei gli commissionò il manifesto per promuovere la commedia teatrale Gismonda, Mucha era un illustratore di libri di discreto successo, ma era del tutto sconosciuto nel campo dei manifesti pubblicitari. La Divina rimase colpita dall’originalità delle sue composizioni a grandezza naturale, in un formato insolitamente alto, caratterizzato da contorni fluidi ed eleganti e da vellutati colori pastello. I suoi manifesti non risultavano soltanto somiglianti alla sua musa, ma trasmettevano l’immagine che la Bernhardt aspirava a portare sul palco.
Il giorno di Capodanno 1895 questa prima locandina per la “divina Sarah” mandò la città di Parigi in visibilio. Il successo indusse l’attrice a proporgli un contratto esclusivo di sei anni, non solo come disegnatore, ma anche come direttore artistico per le opere da lei interpretate e prodotte. Mucha realizzò per l’attrice costumi, gioielli e scenografie, insieme ad altre sei affiche, che avrebbero fatto di Sarah Bernhardt un’icona imperitura. Da lì in poi, nell’arco di vent’anni, Mucha disegnò e realizzò circa 120 manifesti, molti dei quali sono considerati vere e proprie icone dell’Art Nouveau: egli divenne il principale esponente della cartellonistica di fine secolo a Parigi. I suoi cartelloni teatrali, le sue illustrazioni, davano vita a una nuova forma di comunicazione visiva, antesignana della moderna pubblicità. Le sue figure femminili, belle, voluttuose, sensuali, hanno lo sguardo di una donna nuova, che rivendica il diritto a una libertà e dignità che fino allora le era stata negata. Influenzato dai Preraffaelliti, dalle xilografie giapponesi, dalla contemplazione della Natura e dalla decorazione bizantina e slava, egli creò uno stile moderno, il cosiddetto “Stile Mucha”.
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L’attività pubblicitaria rappresentava per Mucha il terreno ideale dove sperimentare nuove modalità di comunicazione. Bevande alcoliche - champagne, birre, liquori - o detersivi, profumi, biciclette, sigarette: l’oggetto reclamizzato passa in secondo piano, protagonista è sempre una ieratica figura femminile, con il sorriso ammaliante e lo sguardo fascinatore, che invoglia lo spettatore all’acquisto. Mucha dispone le immagini su più piani prospettici e sovrappone diversi livelli decorativi, con dettagli intricati, creando una complessità visiva e una sensazione di profondità. Componenti importanti delle sue immagini, oltre alle lunghe onde di capelli svolazzanti, sono le piante e i fiori, che si ispiravano al lavoro delle ricamatrici di campagna e degli artisti popolari della natìa Moravia, oltre che ai suoi studi sulla Natura.
Una parte significativa della mostra è quella dedicata all’Epopea Slava. Nel 1910 Mucha ritornò in patria, dopo 25 anni di assenza, per realizzare il sogno della sua vita: servire la patria con la propria arte. Durante uno dei suoi viaggi negli Stati Uniti conobbe Charles Richard Crane, slavista e ricco uomo d’affari, che decise di sostenerlo economicamente nella creazione dell’Epopea Slava, un monumentale assieme di opere incentrate su un messaggio messianico, che invita il popolo slavo a imparare dalla storia per poter progredire verso il futuro e verso la libertà. Anche qui l’artista cercava un linguaggio visivo universale, in cui la donna resta l’elemento centrale, raffigurata come un’icona spirituale, vestita in abiti cerimoniali tradizionali: “l’anima della nazione” che ispira e unisce i popoli slavi. Nella sua convinzione che «un artista deve essere un visionario», Mucha riteneva che il progresso dell’umanità, un progresso spirituale e non materiale, doveva essere l’obiettivo dell’Arte. L’ultima tela dell’Epopea Slava, intitolata Apoteosi: gli Slavi per l’umanità, raffigura la sua visione spirituale, che trascende l’indipendenza nazionale. Gli Slavi avrebbero dovuto unirsi e lavorare per mantenere la pace fra gli uomini, in collaborazione con le altre nazioni. Nello spiritualismo di Mucha ebbe un ruolo fondamentale l’adesione, nel 1898, alla Massoneria, che contava fra i suoi membri anche l’ex protettore, il conte Karl Khuen-Belasi.
Nel 1933 Adolf Hitler divenne cancelliere della Germania, e nel 1938, dieci anni dopo che Mucha aveva donato al suo paese l’Epopea Slava, i Sudeti cecoslovacchi furono annessi dai Tedeschi. In quel periodo Mucha era impegnato nella realizzazione di un monumentale trittico, composto da L’età della ragione, L’età della saggezza e L’età dell’amore, un’opera visionaria che doveva raffigurare l’equilibrio che nasce dall’uso armonico dei tre attributi umani: ragione, saggezza, amore. Il 15 marzo 1939 le truppe tedesche occuparono Praga, privando dell’indipendenza l’amata patria di Mucha. L’artista fu tra i primi ad essere arrestato dalla Gestapo, in quanto “pittore, patriota pericoloso” e massone. Liberato, ma minato nello spirito e nel fisico, morì a Praga il 14 luglio 1939, senza aver terminato il monumentale trittico.
A corredo della mostra sono esposti alcuni pregevoli esempi di arte decorativa in stile Art Nouveau, tra cui alcuni mobili attribuiti a Carlo Zen, altri a Ernesto Basile, e il celebro divanetto scolpito e intarsiato con raffinati motivi naturalistici da Emile Gallé, famoso come maestro vetraio, ma anche noto per i suoi raffinati intarsi.
Le immagini
Le didascalie e le immagini provengono dall'ufficio stampa della mostra. I numeri riportati nell'articolo corrispondono all'elenco riportato qui sotto.
Scheda tecnica
Alphonse Mucha, Palazzo Bonaparte - Spazio Generali Valore Cultura -, piazza Venezia 5, Roma.
Dall’8 ottobre 2025 all’8 marzo 2026.
Il biglietto intero 18 €, altre riduzioni possibili, seguire le indicazioni del sito www.mostrepalazzobonaparte.it