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1973-2635
il 23 ottobre 2007.
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Fig. 1, Casina delle Civette, lato sud-ovest
In una bellissima villa storica nel cuore di Roma, Villa Torlonia, all’inizio del Novecento fu costruito un edificio misterioso e nascosto, coloratissimo e dalle forme insolite: la Casina delle Civette, oggi sede del Museo della Vetrata Liberty.
L’edificio fu residenza del Principe Giovanni Torlonia Jr. (1873-1938), che dall’età di 35 anni decise di non risiedere più nel Casino Nobile, l’edificio di rappresentanza della tenuta, dove avevano abitato i suoi avi, ma di farsi costruire una dimora a propria immagine e somiglianza nelle forme del villino Liberty, secondo la moda architettonica del primo Novecento. Il villino fu edificato in un luogo riservato e nascosto della Villa, lontano dal frastuono e dal movimento dell’edificio principale, in quella zona del parco che era stata ristrutturata intorno al 1840 dall’architetto paesaggista di origine veneta Giuseppe Jappelli. Questa zona più remota e nascosta del parco era stata organizzata, per volere di Alessandro Torlonia, nonno del Principe Giovanni Jr., secondo i canoni del parco romantico all’inglese, facendovi edificare, sempre a opera dello Jappelli, un edificio rustico, un semplice romitorio dalle forme di “Capanna Svizzera”. L’edificio venne inglobato nel primo nucleo della Casina delle Civette durante i lavori compiuti tra il 1908 e il 1914 ad opera dell’architetto Enrico Gennari, che si ispirò al medioevo agreste. Gennari, già presente nei libri paga dell’Amministrazione Torlonia per i suoi lavori presso le varie tenute agricole fuori Roma, realizzò tutto il prospetto Nord-Est dell’edificio.
L’insieme prese l’aspetto di un villaggio medioevale, collegato alla zona di servizio, la Dipendenza, tramite un ponticello sospeso in legno, completamente chiuso da finestre con vetrate “a fondo di bottiglia” dal disegno geometrico, costituite da vetri a rullo soffiati, di colorazione giallognola, legati a piombo. La Dipendenza, destinata ad accogliere le zone di servizio e le abitazioni dei domestici, fu progettata intorno al 1914 dall’ing. Venuto Venuti, a sua volta attivo presso le tenute agricole dei Torlonia.

Fig. 2, Stanza delle Civette, Duilio Cambellotti, Civette
La seconda fase dei lavori fu iniziata nel 1916 ad opera di un giovane architetto romano di origini dalmate, Vincenzo Fasolo, e la si può ritenere conclusa entro il 1920. Questi lavori portarono l’edificio a quella che è l’immagine architettonica attuale. L’architetto Fasolo si occupò del prospetto Sud-Ovest, arricchendo l’insieme di colonnine, mensole, capitelli, merlature, terrazzini e comignoli, che gli conferirono quell’aspetto visionario e fantastico che oggi vediamo. Questi elementi decorativi, ripresi da vari stili e culture secondo il gusto eclettico tipico del periodo, fanno sembrare l’edificio, a seconda del punto di vista, una cattedrale, un castello, un’architettura araba, medioevale, rinascimentale, avvicinandolo ad alcune delle realizzazioni visionarie e simboliche dell’architetto catalano Antoni Gaudì.
In questa ultima fase di lavori l’edificio prese il nome di “Casina delle Civette”, in relazione alla vetrata “delle Civette” ideata da Duilio Cambellotti nel 1918 e realizzata dal laboratorio di Cesare Picchiarini. È in questo periodo che la Casina si riempie di civette, non solo nelle vetrate, ma anche nei soprammobili, negli arredi, nelle carte da parati, in una vera e propria ossessione iconografica. La civetta, animale schivo e solitario, simbolo di saggezza in quanto attributo della dea della Sapienza, Athena, e di chiaroveggenza, in quanto vede nell’oscurità, era un animale molto caro al Principe: questi ci viene descritto come misantropo e solitario, lontano dal frastuono della vita mondana, e aveva come motto la frase “Sapienza e solitudine”, posta sopra uno degli accessi alla Casina, alla base di una maiolica raffigurante dei gufi nei loro nidi. La Civetta era divenuta l’animale guida del Principe, una sorta di amuleto, di immagine portafortuna, che riassumeva in sé alcune caratteristiche della sua personalità.
Il mastro vetraio Cesare Picchiarini, o “Mastro Picchio”, come veniva chiamato all’epoca, era una sorta di artigiano/artista, oggi ignorato dai più, che, con una visione da illuminato imprenditore, dette nuovo impulso, nei primi decenni del Novecento a Roma, alla tecnica della vetrata artistica, promuovendone nuovi impieghi, tra i quali i pannelli decorativi da inserire nelle finestre dei villini che, all’inizio del secolo, stavano diffondendosi nella zona Nomentana, e di cui la Casina delle Civette è l’espressione più ricca e preziosa. Picchiarini, al cui laboratorio si deve la realizzazione di tutte le vetrate della Casina delle Civette, era un personaggio veramente singolare. La sua autobiografia sottolinea in più punti la sua bravura tecnica, l’orgoglio e la passione per la sua professione. Uomo di grande tenacia, credeva molto in se stesso, e si oppose a quella che era all’epoca la tecnica più diffusa nella decorazione delle vetrate, la pittura a grisaglia, che secondo lui tradiva l’antico principio di creare immagini tramite l’accostamento dei vetri. Parallelamente alla realizzazione di prodotti più semplici, come le vetrate “a fondo di bottiglia”, cercò quindi di portare avanti un discorso di recupero delle antiche tecniche di fusione della pasta vitrea e di modernizzazione della progettazione ornamentale. Promosse l’impiego di disegni caratterizzati da una stilizzazione del tratto, così che fosse più facile adattare il profilo in piombo che teneva insieme i vetri tagliati, componendo il disegno come una tarsìa.
La capacità di Picchiarini fu anche quella di trovare degli artisti che capirono questa moderna tecnica disegnativa: Duilio Cambellotti, Vittorio Grassi, Umberto Bottazzi, artisti poliedrici, esponenti del movimento modernista romano che collaboravano alla rivista “La Casa”, nella quale si proponevano di mostrare il nuovo senso estetico dell’abitazione moderna. A loro va aggiunto Paolo Paschetto, artista piemontese di religione valdese, che collaborò con Picchiarini soprattutto nella realizzazione delle vetrate per i nuovi luoghi di culto non cattolici che stavano sorgendo in vari punti della città.
Gli artisti realizzavano il bozzetto, in cui indicavano i colori previsti; si procedeva quindi a eseguire il cartone preparatorio, della stessa grandezza della vetrata, quindi il mastro vetraio otteneva con la carta carbone la sagoma dei singoli tasselli che componevano il disegno, li numerava e tagliava il vetro, sovrapponendo il modello; infine si provvedeva a unire i vari pezzi con la piombatura. L’ultima operazione di rifinitura era l’inserimento dello stucco negli interstizi tra vetro e piombo, per stabilizzare il vetro nel telaio e per impermeabilizzare la vetrata. La profonda innovazione di Picchiarini fu di aver sostituito la pittura su vetro con un metodo che permetteva, sfruttando le diverse superfici e tipologie dei vetri, di rendere in modo più efficace l’effetto di tridimensionalità.
Fig. 3, Balcone delle Rose, Paolo Paschetto, Rose, nastri e farfalle
Il percorso espositivo della Casina delle Civette permette non solo di ammirare le magistrali vetrate delle finestre e delle porte-finestre, ma anche di poter ripercorrere l’iter realizzativo della vetrata dal momento ideativo a quello esecutivo, attraverso l’esposizione di numerosi bozzetti e disegni, cartoni preparatori e anche di vetrate non legate all’edificio, ma acquisite nel corso degli anni per arricchire la collezione con opere degli stessi autori che vi avevano lavorato nei primi decenni del ‘900.
Tra le vetrate ideate per la struttura architettonica, uno degli esempi più alti è il Balcone delle Rose di Paolo Paschetto, del 1920. Il motivo decorativo delle rose e dei nastri, che caratterizza le vetrate di questo piccolo balcone rivolto verso il paesaggio della Villa, si esprime attraverso un grafismo sciolto ed elegante: l’intera composizione crea un ritmo fluente e un movimento continuo, in cui le rose dai petali delicatamente sfumati e le farfalle dalle sorprendenti ali cangianti e variopinte lasciano profondamente ammirati per la suprema perizia tecnica. La vetrata non chiude lo spazio della casa, ma lo mette in collegamento con il paesaggio esterno, non è cesura ma continuum spaziale e luminoso.

Fig. 4, Stanza dei Ciclamini, Umberto Bottazzi, I Pavoni
Tra le vetrate acquisite dal 1997, anno dell’apertura del Museo al pubblico, diverse meritano una menzione, a cominciare da quella dei Pavoni, su disegno di Umberto Bottazzi, che venne esposta nella prima Mostra della Vetrata Artistica del 1912, organizzata da Cesare Picchiarini. Capolavoro di tecnica ed eleganza, presenta dei pavoni che si fronteggiano specularmente, creando un canale prospettico che inquadra una coppa con fiori di cardo, realizzata con vetri cabochon per rendere la preziosità delle gemme.

Fig. 5, Stanza da letto del Principe, Vittorio Grassi, L’Idolo
Da non perdere è L’idolo, del 1918, su disegno di Vittorio Grassi, in cui una figura femminile, realizzata nelle tonalità del bronzo, è raffigurata in primo piano, immobile e rigida come una divinità egizia, mentre una grande onda alle sue spalle sta come per sommergerla. Di grande suggestione e bellezza è il contrasto tra la tavolozza dei vetri bruni, viola e blu della figura femminile e le tonalità verde acqua e verde smeraldo dei vetri opalescenti che evocano il mare.

Fig. 6, Stanza della Torretta, Duilio Cambellotti, La fata
La Fata, del 1917, su disegno di Duilio Cambellotti, raffigura una figura femminile enigmatica e diafana, il cui incarnato è realizzato con vetri avorio, che si specchia in un corso d’acqua dove si fondono le tonalità degli azzurri, dei grigi e dei verdi, realizzati con la brillantezza dei vetri cabochon. L’estrema semplicità dell’impianto compositivo e il perfetto accordo tra segno e colore, resi attraverso l’eliminazione di qualsiasi elemento decorativo superfluo, rendono quest’opera di Cambellotti “moderna”, ormai lontana dallo stile Liberty e già pienamente Déco.
La Casina delle Civette è uno scrigno magico, che ci accoglie con le sue vetrate che smaterializzano il corpo dell’edificio, immergendoci nella luce e nel colore.
Fig. 7, Stanza delle Rondini, Laboratorio Picchiarini, Rondini

Fig. 8, Bagno degli Ospiti, Laboratorio Picchiarini, Lago con cigno
Didascalie delle illustrazioni
Fig. 1, Casina delle Civette, lato sud-ovest
Fig. 2, Stanza delle Civette, Duilio Cambellotti, Civette, vetrata legata a piombo, 1918
Fig. 3, Balcone delle Rose, Paolo Paschetto, Rose, nastri e farfalle, vetrate legate a piombo, 1920
Fig. 4, Stanza dei Ciclamini, Umberto Bottazzi, I Pavoni, vetrata legata a piombo, 1912
Fig. 5, Stanza da letto del Principe, Vittorio Grassi, L’Idolo, vetrata legata a piombo, 1918
Fig. 6, Stanza della Torretta, Duilio Cambellotti, La fata, vetrata legata a piombo, 1917
Fig. 7, Stanza delle Rondini, Laboratorio Picchiarini, Rondini, vetrata legata a piombo, 1914 ca.
Fig. 8, Bagno degli Ospiti, Laboratorio Picchiarini, Lago con cigno, vetrata legata a piombo, 1914 ca.