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Rivista d'arte on line, ha ricevuto il codice ISSN (International Standard Serial Number)
1973-2635
il 23 ottobre 2007.
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Il Guggenheim in costruzione
Il museo Guggenheim di New York, oggi considerato una pietra miliare nella storia dell’architettura contemporanea, è un’istituzione che ha dato un contributo determinante alla cultura artistica internazionale.
Il suo fondatore, Solomon Robert Guggenheim, nato a Filadelfia nel 1861, era un ricco petroliere americano di origini svizzere, il quale negli anni 30 del Novecento si accorse che la sua collezione di arte moderna figurativa non entrava più nel suo appartamento dell’Hotel Plaza di New York.
Pensò inizialmente di donare la collezione al MET, ma fu dissuaso da Hilla Rebay, un’artista tedesca, nonché sua consulente artistica, la quale lo convinse a costruire un luogo appositamente dedicato.
ondato nel 1937 il primo museo non aprì ex novo, ma fu ricavato all’interno di un ex-salone automobilistico.
e inizialmente la collezione di Solomon era composta principalmente da artisti europei del XIX secolo, l’influenza di Hilla ne cambiò radicalmente il focus, che si spostò verso l’arte contemporanea non figurativa, in particolare quella di Vasilij Kandinskij, Marc Chagall e Piet Mondrian.
Numerose furono le campagne acquisti per arricchire ulteriormente la collezione, e Hilla e Solomon visitarono gli atelier parigini degli artisti, acquistando inizialmente 150 opere.
Man mano che la collezione si ampliava, Solomon giudicò inadatto lo spazio anonimo del salone automobilistico e nel 1943 commissionò a Frank Lloyd Wright la progettazione del nuovo museo che inaugurò nel 1959: purtroppo nè Solomon nè Wright fecero in tempo a vedere completata l’opera.
L’aspetto poco convenzionale del nuovo museo lo portarono al centro di numerose querelle; inizialmente alcuni artisti firmarono addirittura una petizione che criticava aspramente il progetto, definendo lo spazio inadatto alle opere che custodiva.
L’idea che lo spazio museale subordinasse la centralità delle opere d’arte era centrale alla disputa, che non coinvolse soltanto gli artisti, ma si estese trasversalmente a chi sosteneva il museo e agli oppositori.
Quindi è dal giorno della sua inaugurazione che questo museo fa parlare di sé.
Dal punto di vista architettonico, il Guggenheim rappresenta una sfida poiché il suo aspetto si discosta grandemente dall’immagine dei grattacieli che lo circondano. Esso si presenta come una costruzione inconfondibile in un panorama quasi omogeneo. Il sinuoso palazzo si snoda come fosse un nastro e la linea curva è armonicamente dominante anche all’interno: difatti l’edificio pare funzionale alla rampa a spirale interna. Quest’ultima non solo regala forma all’edificio, ma è lungo la rampa che si sviluppa lo spazio espositivo. Anche lo studio della luce non è casuale, poiché questa entra solo dall’alto in modo uniforme e invita il visitatore ad alzare lo sguardo. Wright voleva rendere l’architettura e la pittura parte di una sinfonia ininterrotta.
Quella del museo è un’architettura pensata appositamente per le opere astratte e il suo spazio viene sfidato quasi in modo ossessivo dagli artisti nel corso degli anni, generando numerose controversie.
Nel 1971 l’opera Peinture-Sculpture dell’artista Daniel Buren, venne rimossa prima dell’inaugurazione della mostra Guggenheim International Exhibition.
L’opera, creata site-specific dall’artista, voleva evidenziare il limite dello spazio espositivo; si trattava di un'enorme tela a strisce bianche e azzurre che l’artista fece calare dall’altezza del lucernario fino alla quota zero, proprio per rivendicare non solo simbolicamente ma anche visivamente il primato dell’arte sull architettura. L’opera fu ritirata prima che la mostra aprisse al pubblico su richiesta degli altri artisti, che non accettavano di doversi adattare alle condizioni spaziali sacrificate. Daniel Buren quindi, riesce perfettamente nel suo intervento fortemente provocatorio.

Daniel Buren
Nel corso degli anni, l’area vuota centrale diventa di fatto lo spazio espositivo più importante.
L’artista Mario Merz, uno degli esponenti principali dell’Arte Povera, nel 1989 realizzò Città irreale, Millenovecentottantanove, creata appositamente per la scalinata spiraleggiante del museo. L’opera è un igloo tripartito che vuole esplorare in particolare il tema dello spazio in relazione alla sua ricerca artistica: dall’oggetto quotidiano alla dimensione abitativa e all’idea di habitat, dallo spazio collettivo e urbano fino a quello cosmico e cosmologico.

Mario Merz
Nel 1998 fu il turno della mostra The Art of the Motorcycle, che riassunse ordinatamente e cronologicamente 100 anni di sviluppo della motocicletta; furono presentate 114 moto scelte per importanza storica ed eccellenza. In questo caso Frank Gehry decise di rivestire la spirale di Wright con il nastro continuo di una superficie specchiante, creando l’illusione che l’immagine del museo si moltiplicasse all’infinito.

Frank Gehry
Nel 1989 l’artista Jenny Holzer realizzò Untitled, un’installazione site-specific, parte della serie Truisms, iniziata nel 1977. Quella che creò per il Guggenheim prevedeva l’utilizzo di led e di un display elettronico che si snodava su tutta la scalinata, sul quale comparivano delle scritte continue, simili a uno stream of consciousness. Attraverso queste provocazioni Holzer voleva mostrare come la verità sia relativa e come ogni spettatore debba diventare un partecipante attivo nel determinare cosa sia o non sia legittimo.
Il 29 settembre 2024 si è conclusa Light Line, di Jenny Holzer, una rivisitazione della mostra dell’89, capolavoro dell’arte testuale dell’artista. Oggi, come 35 anni fa, le scritte si arrampicano su tutte e sei le rampe fino all'oculus dell'edificio, completando la visione originale dell'artista.


Jenny Holzer
Nel 2011 invece Maurizio Cattelan scelse di sospendere in aria a varie quote tutte le sue creazioni. L’installazione includeva 128 elementi appesi a delle corde calate a 21 metri di altezza dal lucernario. L’allestimento durò due mesi interi (l’opera raggiungeva quasi le 10 tonnellate di peso) e vide la partecipazione di almeno cinquanta persone specializzate. Con 65.000 visitatori soltanto nella prima settimana di apertura, l’irriverente opera è riuscita a catalizzare la carriera dell’artista.

Maurizio Cattelan
Cattelan non fu il solo a voler riempire lo spazio centrale del museo. Nel 2004, l’artista cinese Cai Guo-Qiang realizzò Inopportune: Stage One, un’installazione on-site composta da macchine fluttuanti sospese in aria grazie a dei cavi. I nove veicoli appaiono fermi in una sequenza animata di esplosione: come se ogni macchina fosse congelata nell’arco della detonazione. Pur essendo estremamente statica, l’installazione è carica di esplosività.
Cai Guo-Qiang
Un altro artista eccentrico, Matthew Barney, girò all'interno del museo l'ultima parte di Cremaster 3, del ciclo Cremaster composto da 5 lungometraggi. Cremaster esplora i processi di creazione ed è definito dall'artista come "un sistema estetico autoconclusivo". Quello girato all'interno del Guggenheim nel 2002 è un distillato dei temi principali di Barney, filtrati attraverso una matrice simbolica che coinvolge la massoneria, la tradizione celtica e riferimenti codificati al ciclo di CREMASTER stesso.

Matthew Barney
Troviamo anche dei manichini galleggianti in occasione della mostra dedicata a Giorgio Armani nel 2000. La retrospettiva fu commissionata a Robert Wilson, il quale trasformò il museo offrendo un ambiente spettacolare in cui sperimentare gli aspetti multiformi delle creazioni di Armani.

Giorgio Armani
Nel 2009, in occasione del cinquantesimo anniversario dell’inaugurazione del museo, la fondazione tenne un concorso intitolato Contemplating the Void, a cui parteciparono duecento artisti il cui compito fu proprio quello di progettare un intervento sul “grande vuoto”. Il vincitore fu Anish Kapoor con la sua opera evanescente Ascension, Contemplating the Void, il cui grande fumo rosso riempì gli spazi del museo.

Anish Kapoor
In quest’ultimo caso è evidente la natura multiforme dell’arte contemporanea, che non può più essere categorizzata nelle tre arti maggiori - scultura, pittura e architettura - poiché l’espressività sfugge essa stessa ad una classificazione.
La colonna di fumo rosso di Kapoor sembra far scomparire il museo in un vortice senza fine. Appare quasi come metafora della ricerca di tanti artisti che hanno cercato di interpretare e riempire lo spazio centrale della spirale, non adattandosi agli spazi espositivi predisposti e mettendo in discussione gli equilibri interni grazie all’utilizzo di diversi medium.