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Rivista d'arte on line, ha ricevuto il codice ISSN (International Standard Serial Number)
1973-2635
il 23 ottobre 2007.
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Andrea Bonavoglia (Vitorchiano)
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Quando nel 1956 Marcel Duchamp concede una breve intervista, o meglio una conversazione/ chiacchierata con James Sweeney, direttore del Guggenheim Museum, l'artista francese ha quasi 70 anni ed è giustamente considerato tra i protagonisti dell'arte moderna. La chiacchierata si svolge nelle sale del Philadelphia Museum of Art dove da pochi anni erano state collocate le 35 opere originali di Duchamp possedute dai coniugi Arensberg e da loro donate al Museo. In seguito, in quello stesso museo, sarà eseguita, seguendo le istruzioni lasciate da Duchamp, l'opera postuma e segreta di Duchamp, Étant Donnés.
La chiacchierata con Sweeney era parte di un programma televisivo che oggi può essere facilmente rintracciata e vista su YouTube, in inglese con sottotitoli inglesi. Il filmato è interessante, per quanto non dica niente di particolarmente nuovo rispetto ad altre interviste rilasciate dall'artista, ma è molto piacevole per chi ama Duchamp ascoltarlo e vederlo dal vivo. Il fascino è fatto di qualità oggettive e l'uomo che vediamo e ascoltiamo in questo vecchio filmato ne è sicuramente dotato al massimo livello.
Dell'intervista, che incorporo nell'articolo direttamente da YouTube per comodità del lettore, ho trascritto tanto il testo originale e integrale in inglese, aiutandomi con i sottotitoli, quanto la sua traduzione in italiano; i due file PDF sono a disposizione qui in allegato.
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Lucidissimo, un poco impacciato nell'eloquio inglese non sempre perfetto, a suo agio ed entusiasta di essere in mezzo alle proprie opere, Duchamp conferma l'opinione di uomo pacato, riflessivo, e ironico. Non certo un burlone o un mattoide, come a volte si legge, ma certamente un geniale distruttore della tradizione artistica e di tante abitudini.
Su alcuni punti dell'intervista, condotta con notevole abilità da Sweeney, vale la pena di soffermarsi. Uno è il peso si potrebbe dire massimo che Duchamp attribuisce al Grande Vetro, verso il quale si concentrò tutta la sua ricerca di artista sino al 1923. La singolarissima struttura trasparente è inquadrata nel filmato proprio mentre il suo autore ne esamina le famose crepe, di cui elogia la forma ready-made, non dovuta alla sua fantasia, ma alla sbadataggine dei camionisti che la trasportarono da New York al Connecticut senza imballarla. Nel corso della chiacchierata, il Vetro ritorna spesso come riferimento o punto d'arrivo di gran parte della produzione di Duchamp, a partire dai primi disegni meccanici e dalla Macinatrice di cioccolato. L'artista sottolinea come l'opera non sia finita, senza darne un motivo preciso e lasciando nell'aria l'idea che, in realtà, non poteva essere finita; all'inizio dell'intervista afferma che "non so se la finirò mai". Duchamp aveva affermato da anni che la sua attività di pittore era conclusa a favore di quella di scacchista.
Qui noi spettatori che oggi sappiamo dell'esistenza di Étant Donnés nella testa di Duchamp, potremmo immaginare che una certa maliziosa ironia si stesse celando in quelle affermazioni.
Un altro punto molto interessante è il ricordo del successo del Nudo che scende le scale, portato all'Armory Show di New York del 1913 sulle ali del successo dei cubisti, ma in realtà opera lontana dalla dimensione statica del cubismo. Duchamp ripete che nel 1913 era ignaro dell'esistenza dei futuristi italiani, ma concorda con Sweeney che il futurismo "era nell'aria".
C'è in questo scambio di battute sul Nudo un'affermazione fondamentale per capire Duchamp, "avrei potuto fare dieci Nudi se lo avessi voluto". Si intende che dieci altri quadri basati sulla nuova idea di cubismo in movimento, dipinti senza particolare sforzo, gli avrebbero fruttato denaro e successo, ma qui sta la grandezza di Duchamp: arrivato al (possibile) successo di massa, decide che la pittura consistente nello "schizzare" vernice su una tela non lo interessa più, soprattutto quando cerca di imitare la realtà. Come ha fatto spesso nella sua vita, Duchamp usa la parola "retinico", che vuol dire basato sulla vista, sugli occhi, impresso sulla retina appunto.
In questa chiave, il colpo di fulmine per Duchamp avviene a Rouen quando, sempre nel 1913, nella vetrina di un negozio di cioccolata vede girare un singolare macinino, che chiamerà Broyeuse de chocolat, la Macinatrice di Ciccolato. Duchamp non dice di esserne colpito per bellezza o armonia o quant'altro, ma solo per l'essenziale funzionalità meccanica dell'oggetto. Nelle tre versioni che rappresentano la macinatrice, l'oggetto si scarnifica, e nel Grande Vetro appare come una forma puramente geometrica.
Duchamp era solito giocare con le parole, i doppi sensi e le omofonie, come ad esempio nel bizzarro Combat de Boxe, citato verso la fine dell'intervista; tradotto come Boxing Match (Incontro di Boxe), suona anche come Box (scatola) Match (fiammifero), e ovviamente Matchbox in inglese è la scatola di fiammiferi. Il disegno doveva essere riprodotto sul Grande Vetro, ma non lo fu mai, e Duchamp non spiega perché.
Spostandosi perfettamente a suo agio nel museo, Duchamp prende in mano anche il gomitolo di spago pressato da due pezzi di ottone (With Hidden Noise) e ammette di non aver chiesto e di non voler sapere che cosa mise dentro al gomitolo il suo amico Arensberg, se una moneta o un gioiello. L'oggetto nascosto produce un suono se il gomitolo è agitato e quel suono diventa il suo titolo appunto, With Hidden Noise!
Tornando all'aspetto economico, Sweeney vuole capire meglio il ruolo del ricco papà Duchamp, notaio, in grado di dare una mano ai figli artisti squattrinati; Marcel non se ne vergogna e anzi sottolinea nell'intervista che il padre era molto gentile con loro.
Sugli scacchi, Duchamp ne rileva con modestia (perché fu per anni uno dei migliori giocatori francesi) il puro lato estetico, come se il gioco fosse cosa da tutti; visti in chiave geometrica certamente gli scacchi possono trovare affinità con le opere plastiche, ma per muovere al meglio i pezzi bisogna avere capacità intellettive non indifferenti.
Sweeney è poi abile a entrare nel merito dell'intellettualismo di Duchamp, ovvero della capacità di fare arte con il cervello e non con la mano. E l'artista rivela, anche se qui il suo inglese lo rende un po' monotono nelle parole usate, che gli interessa un pubblico ideale, non il solito pubblico; addirittura, il pubblico ideale è quello che ti apprezza un secolo dopo la tua morte. Come dire, l'arte vera è quella che anticipa i tempi. E se qualcuno ha potuto affermare a ragione una cosa simile, quel qualcuno era Marcel Duchamp.