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Fogli e Parole d'Arte

Rivista d'arte on line, ha ricevuto il codice ISSN (International Standard Serial Number)
1973-2635
il 23 ottobre 2007.

Fogli e Parole d'Arte è diretta da
Andrea Bonavoglia (Vitorchiano)
e distribuita on line dalla società Ergonet di Montefiascone.

Fogli e Parole d'Arte

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Fogli freschi di stampa

Vittorio Pica e Alberto Martini, di Monica Cardarelli

 

«L'uomo, poco più che ventenne, mi riuscì di primo acchito simpatico nella sua riservatezza signorile, seppure un po' fredda, nell'eleganza sottile della persona, nel pallore del volto, in cui alla freschezza sensuale delle labbra rosse contrastava lo sguardo strano, fra acuto e astratto, fra disdegnoso e canzonatorio». Quando lo incontrò per la prima volta, nel 1898, a Torino, in occasione dell'Esposizione Nazionale, alla quale partecipava con una serie di disegni, Alberto Martini dovette apparire a Vittorio Pica come il modello dell'esteta che ha votato la sua vita all'arte, suggellato nelle pagine di À rebours di Joris-Karl Huysmans, romanzo che aveva recensito due volte; come l'incarnazione di quel suo ideale di Arte aristocratica, che aveva elaborato ed esposto in una conferenza tenuta al circolo filologico di Napoli alcuni anni prima.

L'ormai affermato critico napoletano, che teneva rapporti epistolari con i più noti esponenti della letteratura francese contemporanea – Edmond De Goncourt, Émile Zola, Stéphane Mallarmé, Paul Verlaine – dei quali recensiva e traduceva le opere e tracciava i profili nelle varie riviste letterarie di cui fu collaboratore (tra queste «Rivista Nuova», «Fanfulla», «Cronaca bizantina», «Cronaca sibarita», «Gazzetta letteraria», «Emporium»), aveva seguito la parabola ideologica della seconda metà dell'Ottocento. La fiducia del positivismo nella capacità della ragione scientifica di conoscere e dominare la realtà aveva infine ceduto alla constatazione dell'emergenza, nell'agire dell'uomo e nel mondo, di forze irrazionali e incomprensibili. Anche Pica, inizialmente promotore della letteratura naturalista francese, che tenta di applicare alla descrizione della realtà la medesima oggettività della scienza, aderisce infine all'estetismo decadente di fine secolo. Nelle sue traduzioni di brani di Arthur Schopenhauer, pubblicate in questi anni, egli fa propria la visione pessimistica della vita del filosofo tedesco. L'arte, che Schopenhauer eleva a forma di ascesi, di liberazione dal dolore dell'esistenza, diventa allora, come per il protagonista di À rebours, il rifugio rispetto a una realtà, e anche a un'umanità, insufficienti.

Il fiuto di Pica intuisce il genio di Alberto Martini, che per tutti gli anni successivi egli contribuì ad affermare attraverso la sua attività critica e le sue relazioni personali. Un «trentennale sodalizio» – come sottotitola il libro di Monica Cardarelli, che ripercorre il rapporto tra il critico napoletano e l'artista opitergino – testimoniato da una intensa corrispondenza, durata circa trent'anni, della quale si conserva solo l'epistolario di Pica: oltre cinquecento lettere e cartoline inviate a Martini, quasi interamente pubblicate nella raccolta Un'affettuosa stretta di mano – il bonario saluto al più giovane artista vergato a conclusione di molte di esse.

Le doti relazionali di Pica supplirono, probabilmente, a una personalità riservata e schiva come quella di Martini («il mio continuo sognare che mi isola dal mondo», dirà nell'autobiografica Vita d'artista, scritta tra il 1939 e il 1940). Pica gli aprì le porte dei salotti – come quello della critica d'arte Margherita Sarfatti, sul lago di Como – delle esposizioni – tra tutte la Biennale di Venezia, di cui il critico fu vicesegretario dal 1912 e poi segretario generale fino al 1926 – delle gallerie d'arte – come la Pesaro di Milano – delle case editrici – bersaglio dei suoi strali è la «noncuranza neghittosa» di quelle italiane, che per le illustrazioni dei loro libri fanno ricorso a «mestieranti della matita», ignorando giovani artisti raffinati come appunto Martini. A lui Pica commissionò infatti i disegni per i frontespizi, le testate e le incorniciature dei suoi scritti. 

L'artista subì, dall'altra parte, anche i rivolgimenti della sorte del suo mentore. In seguito alla sua estromissione dalla direzione della Biennale di Venezia – orchestrata da Margherita Sarfatti, intellettuale vicina al regime, con la quale i rapporti si erano irrimediabilmente guastati – Martini non fu più invitato ad esporvi: come racconterà nella sua Vita d'artista, tuttavia, egli considerava «un titolo d'onore» essere ignorato da una Biennale ormai degenerata al punto da attirarsi, persino oltralpe, accuse di «camorra» per le discutibili modalità di assegnazione dei premi.

Il critico non solo divulgò le sue opere – negli articoli pubblicati sulle pagine di «Emporium», nelle prefazioni ai cataloghi delle mostre – ma soprattutto ne influenzò le direzioni, con il suo gusto per la letteratura onirica, nera e simbolista (dalle illustrazioni per la Divina Commedia di Dante, a quelle per i racconti del terrore di Edgar Allan Poe e per i Poèmes en prose di Stéphane Mallarmé), incitandone e sollecitandone le realizzazioni e deplorando ogni abbandono dei percorsi intrapresi: «fate dunque uno sforzo – lo esorta in merito al secondo ciclo di disegni per i racconti di Poe – e continuate in questa vostra così originale, così profonda e così suggestiva illustrazione del geniale novellatore e poeta americano».

Un legame fondato su una visione affine dell'arte, che anche Martini considera una sfera elitaria, accessibile a pochi: i «pochissimi che comprendono l'arte [...] forse non arrivano a cento in tutto il mondo». Pica ribadisce, certo, nelle sue lettere a Martini, il suo ruolo di divulgatore, tuttavia di un'arte raffinata. La democratizzazione dell'arte, che si sta compiendo nella contemporaneità, come egli rileva nel già citato saggio sull'Arte aristocratica, è legata alla sua subordinazione a fini commerciali, che ne determina uno scadimento. Anche per Martini il vero artista «lavora disinteressatamente [...]. Mai pensa all'utile che potrà ricavarne [...] non pensa al mercato, il mercato non potrebbe che accorciargli le ali perché voli basso».

Il temporaneo avvicinamento di Martini – forse alla ricerca di notorietà, oltre che di guadagni – all'ambiente della casa editrice milanese Bottega di Poesia, nei primi anni Venti, suscita la riprovazione e il risentimento di Pica, che si sente trascurato per questi «avventurieri», «ciarlatani», e «pescecani» «furbi negli affari». Ma nemmeno tale episodio poté scalfire un'amicizia che aveva la sua dimora ai piani nobili dell'arte, la quale, rammenta Martini, «vola altissima, molto al disopra delle miserie umane».

L'arte come unica dimensione autentica: l'art pour l'art, principio perseguito dai poeti parnassiani, e poi dai poeti maledetti, nella ricerca di una perfezione meramente formale e già espresso da Poe – che di essi fu paradigma letterario ed esistenziale (la prima traduzione dei suoi racconti in Europa reca la firma di Charles Baudelaire) – nel suo saggio sull'arte poetica. Il critico e l'artista vivono l'arte come un valore assoluto, slegato cioè da ogni finalità estrinseca: non soltanto da un'utilità venale, ma anche da risvolti morali o sociali. Le lettere indirizzate a Pica dal critico letterario Felice Cameroni ritraggono, con rassegnata ironia, un intellettuale del tutto sordo ai problemi sociali, poiché dedito esclusivamente a interessi estetici. Questa propensione spiega evidentemente la sua devozione ad un'arte come quella di Martini, un «cerebrale» – così egli lo definisce – «le cui vere avventure sono di ordine intellettuale ed avvengono e svolgonsi esclusivamente nella massa grigia del cervello».

Per Martini, infatti, il legame con la realtà costituisce una schiavitù. L'artista è colui che vive nel sogno: «La mia vita è un sogno ad occhi aperti», scrive nella sua autobiografia. Il sogno è una fuga dalle miserie della realtà: ma anche nel senso che la dimensione onirica – come ha spiegato Marco Lorandi, uno dei maggiori studiosi dell'artista opitergino – è il luogo che consente di guardare alla realtà con altri occhi, di intuirne il mistero («Alberto Martini de' Misteri» era l'icastico appellativo con cui Gabriele D'Annunzio lo ricordava per il titolo di un suo ciclo grafico), gli aspetti insondabili con la sola facoltà razionale. L'artista diventa quindi un medium: Lorandi riferisce dell'interesse di Martini per lo spiritismo, la teosofia, il mesmerismo.

Se in Dante, di cui illustrò la Commedia, egli vede «il maggiore poeta del sogno della vita», fu nelle immagini per i racconti di Poe, poeta dell'allucinazione e dell'incubo, che la sua capacità di interpretazione grafica della parola raggiunse, come sottolineato del resto da Pica, il suo apice. Il confronto con Poe dà a Martini l'occasione per una discesa negli abissi più oscuri e terrificanti dell'anima umana, dove risiede Il genio della perversità, quell'attrazione verso il male che, argomenta lo scrittore americano, insidia ogni uomo. L'arte allora, come nel suo Il ritratto ovale, si fa specchio. Poe – «anima fraterna» a Martini, come rimarca Vittorio Sgarbi – diventa lo specchio nel quale egli guarda se stesso.

Allo specchio – racconta nella Vita d'artista – Martini studia le pose da riprodurre nei suoi disegni; ma è nello «specchio interiore» – scrive in un altro testo autobiografico, il Preambolo genetico – che si genera, in uno stato di «trance», l'«immagine surreale». La creazione artistica è un atto alchemico, che mette in contatto con il proprio sé. Martini dà le proprie sembianze al doppio volto di William Wilson, che nello specchio vede inorridito il proprio altro, che egli ha appena colpito a morte, annunciargli la sua fine; ma anche alla mummia dell'omonimo racconto, la cui conversazione con gli uomini che l'hanno rianimata diventa un pretesto per una riflessione sul confine tra la vita e la morte, una cifra, peraltro, della letteratura di Poe. Per Martini la vita dell'anima è eterna nel ricordo del suo «essere antecedente»: lo specchio interiore è come lo specchio interno di una sfera nel quale egli vede riflessa l'immagine dell'«infinito».

All'indefessa penna di Vittorio Pica si deve, soprattutto, la diffusione dell'arte di Alberto Martini, che non ha ancora ricevuto, in Italia, il riconoscimento che la sua genialità merita. Nelle parole del suo «Addio a Vittorio Pica», «grande e fedele amico della mia fervida giovinezza e maturità d'artista [...] gentile camerata, forte e sicuro capitano delle mie prime battaglie, esperto scopritore dei miei talenti, ammonitore indefesso e geloso assertore del mio coraggio», risuona ancora l'eco di un'infinita gratitudine. 

 

Scheda tecnica
Monica Cardarelli, «Vittorio Pica e Alberto Martini. Il trentennale sodalizio tra un critico ed un artista». 

Tau Editrice, Todi, 2021, pp. 96, ISBN: 979-12-5975-075-4

 

 

 

 

 

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