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Rivista d'arte on line, ha ricevuto il codice ISSN (International Standard Serial Number)
1973-2635
il 23 ottobre 2007.
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Il dipinto di Goya
Nelle ultime righe de la Morte del Tempo di Umberto Curi, si legge:
Giunto alle soglie di una morte preannunciata da tanti indizi, egli [Goya] ha «imparato» che il tempo consuma e distrugge tutto ciò che ricade sotto il suo dominio, fino al punto da divorare ciò che ha generato – e dunque anche sé stesso.
Questa frase, certamente ben studiata e suggestiva, risulta citata in quasi tutte le recensioni del libro, generalmente a chiosare la lettura che Curi fornisce del celebre quadro di Goya Saturno che divora uno dei suoi figli. A mio parere, essa descrive bene invece l’artefatta conclusione di un discorso mal costruito e di una lettura che infine si rivela, purtroppo, del tutto inutile.
Il libro di Curi, cattedratico e studioso di filosofia di meritata fama, dimostra ancora una volta come la Storia dell’Arte sia trattata da disciplina non scientifica e non oggettiva da gran parte dei professionisti di campi diversi. Difficilmente si leggono interventi di geologi sulla teoria della relatività o di astrofisici sull’evoluzionismo, mentre purtroppo molto spesso gli editori si sentono autorizzati a pubblicare fantasiose interpretazioni relative a brani musicali, poesie, dipinti, architetture da parte di studiosi assolutamente dilettanti in quegli specifici settori.
Se si parla di un artista, le chiavi per la sua interpretazione stanno nel decifrarne lo stile, confrontarlo con i suoi contemporanei e con i suoi maestri, e verificarne l’influenza. I tecnici poi sono anche in grado di analizzare gli strumenti usati, nel caso della pittura ad esempio i pennelli, i pigmenti, il trattamento delle superfici, lo stato di conservazione. Ognuna di queste analisi richiede conoscenza, metodo, pazienza e qualche intuizione ben fondata.
Umberto Curi analizza una delle celeberrime Pitture nere di Francisco Goya e per alcune pagine fornisce al lettore notizie importanti, tali da insinuare se non convincere il lettore che il soggetto di quel quadro è molto difficilmente decrittabile, e che magari non è neppure di Goya. Come si può leggere, infatti, in qualunque altro testo sul maestro spagnolo, i quattordici dipinti ad olio su parete oggi al Prado di Madrid e un tempo sui muri della casa dove Goya visse dal 1819 al 1823, sono davvero misteriosi, vuoi per il soggetto non esplicito, vuoi per l’aspetto cupo, vuoi per l’assenza di un comune filo conduttore. Disposti su due piani (con il secondo livello della casa di non chiara datazione, addirittura forse aggiunto dopo la permanenza di Goya nella casa), manifestano una spaventosa visione del mondo, delle cose, e degli uomini soprattutto. Di questi, il dipinto più citato e riprodotto è sicuramente Saturno che divora uno dei suoi figli, titolo-spiegazione che, come tutti gli altri, fu dato in seguito.
I dipinti staccati dal muro nel 1828 per salvarli dalla demolizione della casa furono tra l’altro esposti a Parigi nel 1878 (quindi oltre mezzo secolo dopo la loro esecuzione) e divennero giustamente famosi, al punto da influenzare lungamente le correnti pre-espressioniste ed espressioniste europee.
Perché la mostruosa figura umana che divora un corpo sarebbe Saturno, o meglio Kronos? Non sono molte le immagini precedenti relative al mito, ma una, di Rubens, mostra una scena simile, con un bambino straziato da un Saturno feroce. E lo stesso Goya aveva disegnato, parecchi anni prima, il Saturno cannibale in un rapido schizzo che non aveva avuto seguito. Umberto Curi davanti al tema mitologico è a suo agio e per molte pagine ci informa o ci ricorda i vari miti, spesso contraddittori e come sempre plurimi, che il mondo antico, greco in particolare, ha creato per spiegare il mondo e gli dei, con Kronos padre terribile divoratore dei propri figli, ad eccezione di Zeus che a sua volta lo ucciderà. La confusione successiva tra Kronos e Chronos (il Tempo) aggiunge interesse a questa ampia tematica e anche qui Curi si diffonde nei chiarimenti.

Il dipinto di Rubens

Il disegno di Goya del 1797
Nel dipinto, le forme del figlio divorato sono ambigue; i fianchi sembrano più femminili che maschili, la schiena il contrario; non è un bambino come nella tela di Rubens. La definizione delle figure è decisamente convulsa, quasi affannata, estrema ma non incoerente rispetto alle altre pitture nere. I quattordici dipinti possono in effetti risalire ad una stessa mano, ma non è da escludere la collaborazione di due pittori che alternino i mestieri di preparazione ed esecuzione. A questo proposito, la presenza e il ruolo del figlio di Goya andrebbero studiati più a fondo, ma molti dati sono mancanti. Va anche ricordato che il Saturno si trovava al piano terra della casa e che a battezzare i quadri ci pensò il pittore Antonio de Brugada, che aveva stretto amicizia con Goya negli ultimi anni della sua vita, in Francia, e che quindi doveva avere notizie di prima mano sull’opera del maestro.
Nel libro di Curi, dopo l’analisi storica iniziale e la trattazione del mito di Kronos, si genera una curiosa inversione: lettura, spiegazioni, interpretazioni, tornano ad essere giustamente connesse con Francisco Goya, con la sua malattia, la sua età, la sua disperazione. Per verificare l’argomento mitologico nella storia della pittura, il filosofo si sofferma sul quadro di Rubens ma anche su un’incisione di Hogarth, che invece non ha proprio nulla in comune con il nostro quadro, se non il soggetto. L’arrampicata sugli specchi di Curi per trovare connessioni rasenta la parodia di una trattazione per assurdo.
Manca poi qualche altro riferimento interno all’opera di Goya, che tra dipinti e incisioni creò decine e decine di mostri. In particolare, si poteva cercare qualche somiglianza o suggestione nel Sabba (El aquelarre) dipinto nel 1797, che descrive un caprone demoniaco in procinto di uccidere i bambini portatigli in offerta da un gruppo di streghe.

L'incisione The Bathos di Hogarth

Il Sabba di Goya
I dubbi sulla paternità di Goya in realtà sono fragili e sono fragili i tentativi di leggere altri soggetti in questo quadro. La vera sfida sarebbe di trovare un nesso nelle Pitture nere nel loro insieme; sono soltanto un terrificante richiamo alla violenza, alla stregoneria, alla ferocia umana? E in quel contesto, qual è il ruolo di Saturno-Kronos? Non sembra credibile che sia l’unica opera che implica cenni autobiografici e disquisizioni sul tempo che distrugge ogni cosa. Curi brevemente accenna a I due vecchi, collocato sempre al piano terra della casa, ma non propone una soluzione.
Unica consolazione al termine della lettura è che da qualunque argomento si possono cavare ottimi spunti, come ci hanno insegnato i surrealisti. Forse La morte del tempo di Umberto Curi spingerà qualche lettore ad approfondire gli studi sulla straordinaria figura di Francisco Goya, tra i massimi pittori di ogni tempo: sarebbe comunque un ottimo risultato.
Scheda tecnica
Umberto Curi, La morte del tempo, Bologna, Il Mulino, 2021, ISBN-13: 9788815291738, € 12 (con versione ebook)