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1973-2635
il 23 ottobre 2007.
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È sempre vero, come sostiene il detto, che “il troppo stroppia”? Ovviamente no, tuttavia in alcuni casi, molti a onor del vero, decisamente sì. E nel caso di Fra terra e cielo di Sergio Givone, la “stroppiatura” fa capolino già nel sottotitolo dove si specifica: La vera storia della cupola di Brunelleschi; e dove l'eccesso che nuoce è la parola “cupola”. Meglio chiarire subito, però, perché alla vicenda della cupola nel libro si concede ampio spazio, anzi la si potrebbe individuare facilmente, e fin dalle prime battute, come l'effettivo motore del tutto. Ma di fatto ciò che ci consegna più veritieramente Givone è la storia di Filippo Brunelleschi, romanzata quanto basta per farne una lettura amena e scorrevole a dimostrazione delle innegabili qualità narrative dell'autore.
Tre anni fa Sergio Givone viene nominato Fabbriciere dell'Opera di Santa Maria del Fiore, ed essendo un vero e serio ricercatore si dedica a lettura e studio degli archivi. Il frutto di tanta dedizione è ora fruibile grazie a questo libro. Ma (esiste congiunzione più diabolica di questa?) se le ciambelle devono necessariamente avere un buco, a questa il buco è riuscito un po' strano.
Sarà perché l'autore punta allo snellimento (privilegiando la leggerezza? è possibile) senza fare mai riferimento ai documenti scovati e consultati (ne riporta soltanto uno), o perché – pur parlando di una innovativa e straordinaria opera architettonica – di tale opera e delle sue caratteristiche rivoluzionarie non viene proposta nessuna immagine, neppure quelle relative ai macchinari espressamente messi a punto per l'edificazione (lo stesso autore si sofferma sui macchinari con una certa enfasi e ci informa che sono tuttora almeno in parte conservati), oppure perché concede largo spazio – soprattutto nei dialoghi evidentemente ricostruiti facendo ricorso alla fantasia – a quei cavalli di battaglia (tra i quali è opportuno ricordare: l'infinito, il nulla, Dio) che hanno fatto di lui un insigne estetologo, di fatto alla fine della lettura del testo aleggia e permane una certa insoddisfazione mista a perplessità.
Non che della vita di Brunelleschi manchino le fedeli e accurate ricostruzioni degli episodi salienti, su tutti il singolare, contrastato e annoso rapporto con l'amico/nemico Ghiberti; così come sono presenti le felici intuizioni sulla “prospettiva”, l'ingiusta carcerazione, la burla al Grasso Legnaiuolo, e la vicenda della famiglia Bischeri a cui toccherà subire la distruzione della torre e l'esilio.
Eppure... eppure qualcosa non torna e stroppia, e forse questo lungo passaggio è in grado di chiarire meglio di qualsiasi spiegazione: «Perché si dia esperienza autenticamente depressiva è necessario che Dio sia morto: nel mondo e nel cuore degli uomini. Di più: bisogna che Dio si sia fatto non più credibile e sia diventato inutile, superfluo. Tanto da non significare più nulla e da non interessare più a nessuno. La morte di Dio sta all'origine di quello spegnersi di ogni luce, di quel farsi opaco del mondo, di quel sentore di lichene e di gesso che è il sentore cimiteriale della depressione. Un sentore, appunto. Un gusto che è disgusto, disgusto della vita. Era caduto in depressione Filippo? Non possiamo dirlo, non dobbiamo dirlo. Se lo diciamo, come ci capita di dirlo per uno di quegli automatismi verbali che portano inevitabilmente fuori strada, allora parliamo una lingua che non è la sua, parliamo di un mondo che non è il suo, parliamo di un'esperienza che non può aver fatto» (pag. 132).
Ecco, probabilmente all'origine del non impeccabile buco della ciambella c'è da considerare l'eccessiva presenza di quelli che Givone stesso denuncia come «automatismi verbali che portano inevitabilmente fuori strada», e che i lettori potrebbero invece considerare e definire un eccessivo ricorso all'affabulazione.
Poi, e la cosa va riconosciuta, lo stesso approccio che prima suscitava perplessità è in grado di raggiungere vette, come nel terzo capitolo, quello in cui si descrive l'ultimo incontro tra i due titani del primo Rinascimento, Filippo e Leon Battista Alberti, e ciò che ne consegue.
In conclusione al recensore non resta che raccomandare la lettura di questo libro, ricco com'è di informazioni preziose e doviziose descrizioni, segnalando comunque al lettore la natura anfibia di un testo in cui molti passaggi rivelano purtroppo l'incolmabile distanza che esiste proprio fra terra e cielo.
Scheda tecnica
Sergio Givone, Fra terra e cielo. La vera storia della cupola di Brunelleschi, Solferino, 2020, pp. 170, € 16.00