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Fogli e Parole d'Arte

Rivista d'arte on line, ha ricevuto il codice ISSN (International Standard Serial Number)
1973-2635
il 23 ottobre 2007.

Fogli e Parole d'Arte è diretta da
Andrea Bonavoglia (Vitorchiano)
e distribuita on line dalla società Ergonet di Viterbo.

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Fogli freschi di stampa

Adriano. Roma e Atene, di Andrea Carandini e Emanuele Papi

 

La sintesi tra Occidente e Oriente, progetto dell'imperatore architetto

«Costruire, significa collaborare con la terra, imprimere il segno dell'uomo su un paesaggio che ne resterà modificato per sempre; [...] e ricostruire significa collaborare con il tempo nel suo aspetto di "passato", coglierne lo spirito o modificarlo, protenderlo, quasi, verso un più lungo avvenire [...]. Più ho meditato sulla mia morte, e specialmente su quella d'un altro, più ho cercato di aggiungere alle nostre esistenze queste appendici quasi indistruttibili». Così riflette l'imperatore Adriano nelle sue Memorie, immaginate da Marguerite Yourcenar. Come riferisce la Historia Augusta, una delle principali fonti sulla vita dell'imperatore, «in quasi tutte le città innalzò qualche edificio». Un ritratto di Adriano quale imperatore architetto è presentato dal libro di Andrea Carandini ed Emanuele Papi, Adriano. Roma e Atene, recentemente edito da UTET. L'architettura era in effetti uno dei suoi diletti: per quanto inverosimile, è noto l'aneddoto, riportato da Cassio Dione, secondo il quale egli avrebbe condannato a morte l'architetto Apollodoro di Damasco per le critiche che avrebbe rivolto al suo progetto del tempio di Venere e Roma. Ma Adriano fu, innanzitutto, architetto dell'impero, dell'ecumene romana. Egli fondò varie città, ma Roma e Atene furono i fulcri del suo disegno, che mirava alla sintesi tra Occidente e Oriente: un ideale che – spezzato dalla caduta dell'impero romano d'Occidente e, mille anni dopo, di quello d'Oriente – riemerse come obbiettivo culturale nel Rinascimento.

Come scrive la Historia Augusta, Adriano, salito al potere nel 117, restaurò la politica augustea, interrotta dal suo predecessore Traiano, impegnandosi per il mantenimento della pax. Il principato di Adriano segna infatti una svolta rispetto all'espansionismo di Traiano, che con le sue imprese belliche portò l'impero alla massima estensione: «ringraziavo gli dei – gli fa dire Marguerite Yourcenar – per avermi concesso di vivere in un'epoca in cui il compito che m'era toccato in sorte consisteva nel riorganizzare prudentemente un mondo già vivo, e non nell'estrarre dal caos una materia ancora informe». Nonostante le sue doti militari, comprovate dalle campagne al seguito di Traiano, Adriano non concepì l'impero come un'entità da ampliare con ulteriori conquiste, bensì da stabilizzare e ordinare, attraverso la creazione di confini – il più famoso è il vallo di Adriano, un muro di oltre cento chilometri eretto a difesa della Britannia – e una presenza capillare, che si concretizzò nei suoi numerosi viaggi nei territori del dominio romano.

Tra gli «infiniti monumenti» fatti costruire da Adriano, l'unico sul quale fece iscrivere il suo nome fu il tempio dei divi Traiano e Plotina. Egli lo fece erigere in onore dei genitori adottivi nell'area antistante al foro di Traiano, commissionato da quest'ultimo ad Apollodoro di Damasco per celebrare la conquista della Dacia, le cui gesta vennero narrate nei rilievi della colonna traiana. Secondo una versione dei fatti insinuata dalla Historia Augusta, tuttavia, la sua adozione non sarebbe stata una volontà di Traiano, il quale, al modo di Alessandro Magno, non avrebbe inteso nominare alcun erede, ma una macchinazione di Plotina, già fautrice del matrimonio di Adriano con Sabina, nipote della sorella di Traiano. Oltre che sulla condivisione di una visione assolutistica, che tendeva all'accentramento del potere nelle mani dell'imperatore e alla relegazione del senato, residuo dell'istituzione repubblicana, ad un ruolo marginale, il legame tra Adriano e Plotina era fondato anche sul comune interesse per la cultura greca. Plotina, in particolare, era una seguace della filosofia di Epicuro. Una lettera attesta la sua intercessione presso Adriano in favore della scuola epicurea di Atene: l'imperatore assecondò la richiesta, concedendo che alla direzione della stessa potessero accedere anche dei Greci privi della cittadinanza romana.

Sotto il regno di Adriano, riferisce Pausania, Atene rifiorì. Egli costruì un intero quartiere, al cui ingresso si ergeva una porta, che sul lato prospiciente recava l'iscrizione «questa è la città di Adriano», mentre su quello opposto, rivolto alla parte antica, «questa è la città di Teseo», il suo mitico fondatore. Adriano pose Atene a capo del Panhellenion, una lega che raggruppava le città delle province orientali dell'impero, la cui finalità è tuttora oggetto di discussione, ma che appare come uno strumento di coesione basato sul culto dell'imperatore. Ciascuna delle città beneficate da Adriano lo omaggiò infatti con una delle statue collocate nelle adiacenze del tempio di Zeus Olimpio, da lui stesso ultimato e consacrato.

A Roma Adriano attuò, tra l'altro, il rifacimento del Pantheon – letteralmente il tempio di tutti gli dei – costruito intorno al 25 a. C. da Marco Vipsanio Agrippa, genero di Ottaviano Augusto, nel luogo dell'ascensione al cielo di Romolo, il primo re della città. La denominazione di Pantheon era forse semplicemente un soprannome non corrispondente alla reale natura dell'edificio, nella cui struttura architettonica già Cassio Dione ravvisava una riproduzione della volta celeste: come ritenuto dagli studiosi moderni, si trattava plausibilmente di un tempio dedicato al culto solare. A mezzogiorno del 21 aprile, data di fondazione della città, il raggio di sole che penetrava dall'oculus, l'apertura circolare di quasi nove metri di diametro alla sommità della cupola, illuminava l'ingresso dell'imperatore nel tempio. La stabilità dell'impero, garantita dal princeps, appare così fondata sull'ordine del cosmo, retto dal sole.

Tale concezione dell'impero come unità armonica trova una rappresentazione nelle figure femminili delle province che ornano i plinti dell'Hadrianeum, il tempio di Adriano, ultimato da Antonino Pio, che glielo dedicò nel 145, ribadendo così la sua volontà di continuare sulla via intrapresa dal suo predecessore. L'idea dell'omogeneità dell'impero, dell'inglobamento nella romanitas, che Adriano cercò di favorire con le sue visite, è veicolata da un'iconografia uniforme, che rende incerta l'identificazione delle singole province, raffigurate, evidentemente anche con finalità propagandistica, non con l'afflizione delle provinciae captae, ma con la serenità delle provinciae fideles. Alla base della credenza nell'eternità dell'impero, una teoria ciclica del tempo, opposta alla visione lineare, escatologica, propria della tradizione giudaico-cristiana. In quest'ottica, assume forse anche una connotazione ideologica la spietata repressione della rivolta degli Ebrei in Giudea, che macchiò di sangue gli ultimi anni del suo regno. Le città e i luoghi più importanti delle province furono da lui riprodotti nella sua villa di Tivoli, fuori Roma: «la sineddoche dell'impero», per la studiosa Diana Spencer, «la tomba dei viaggi», secondo un'immagine di Marguerite Yourcenar.

L'oroscopo di Adriano, conservato grazie a una citazione, gli aveva predetto la morte nell'anno 132 o al più tardi, qualora qualcuno si fosse immolato per lui, nel 138. L'annegamento, nel 130, durante una risalita del Nilo, di Antinoo, un giovane conosciuto in Bitinia e divenuto suo amante, non fu forse quindi un evento accidentale, ma un sacrificio finalizzato a prolungare la vita dell'imperatore, secondo un'analoga usanza diffusa in ambito militare. Adriano, disperato per la sua perdita, fece di Antinoo l'Apollo di una nuova teologia solare.

Adriano morì effettivamente nel 138 a Baia e venne provvisoriamente sepolto a Pozzuoli. Emblema dell'apoteosi dell'imperatore, della sua assunzione nel pantheon celeste, il suo mausoleo, oggi Castel Sant'Angelo. Il monumento funebre si innalzava sulle rive del Tevere fino a cinquanta metri di altezza. Una testimonianza di Giovanni di Antiochia ha portato a supporre che fosse sovrastato da una quadriga – simbolo del carro del sole – guidata da una statua dell'imperatore. Antonino Pio si prodigò per vincere le resistenze del senato alla divinizzazione di Adriano, riuscendo infine a traslarvi le sue spoglie l'anno successivo. Il rapporto di Adriano col senato era infatti segnato dall'assassinio, all'inizio del suo regno, di quattro generali, per quanto da lui imputato ad un'eccessiva sollecitudine nei suoi confronti del prefetto Attiano, già suo tutore. I versi alla sua animula vagula blandula che si appresta a lasciare il corpo, incisi su una lapide nel suo sepolcro, dicono lo struggente attaccamento alla vita terrena di un uomo varius multiplex multiformis che voleva essere dio.

 

Scheda tecnica

Andrea Carandini, Emanuele Papi, Adriano. Roma e Atene, UTET, Torino, 2019, 368 pp., ISBN 9788851167790

 

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