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Rivista d'arte on line, ha ricevuto il codice ISSN (International Standard Serial Number)
1973-2635
il 23 ottobre 2007.
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I libri di storia dell'architettura moderna e contemporanea, vale a dire del Novecento e del Duemila, propongono diversi punti di partenza e di arrivo e soprattutto diversi punti di vista. I volumi di Leonardo Benevolo, William J. Curtis, Antonino Saggio, Paolo Portoghesi, insieme a molti altri, hanno tutti un taglio predefinito dalle scelte dell'autore e sono quindi, di fatto, manuali di storia ma anche testi di critica. Nulla di più distante, ad esempio, delle posizioni di Benevolo e di Saggio, il primo arroccato sulla sua visione del moderno e il rifiuto delle eccentricità successive, il secondo fortemente coinvolto nelle scelte decostruttiviste e ampiamente critico verso il mito dell'architettura del funzionalismo. In entrambi i casi, e forse nella gran parte della manualistica attuale, la definizione di architettura post-moderna viene riferita ad una circoscritta base citazionista e in fondo manierista legata ai nomi di Robert Venturi, Aldo Rossi, James Stirling, Rob Krier e altri.
È evidente che il nome stesso di post-modern è sorgente di equivoco, come tutti i nomi che iniziano con una preposizione: tutto ciò che in architettura viene dopo il movimento moderno è per definizione post-moderno. Ma qui nasce l'equivoco, che Jencks rafforza mettendo nella stessa gigantesca pentola Venturi, Gehry, Stirling, Hadid, Eisenman, e ponendo come alternative soltanto i tardo-moderni come Piano, Foster e Nouvel, che in questa notevole Storia del Post-modernismo (del 2011, tradotta nel 2014) non vengono quindi esaminati se non per confronto.
Charles Jencks, americano ma ormai scozzese di adozione,è un architetto paesaggista e soprattutto un teorico. A lui si deve The language of Post-Modern architecture, scritto oltre 40 anni fa (nel 1977) e mai tradotto in italiano, un libro chiave come lo furono in parallelo Complessità e contraddizioni dell'architettura di Venturi e L'architettura della città di Aldo Rossi, entrambi del 1966.
La posizione di Charles Jencks diverge tanto da quella di Benevolo quanto da quella di Saggio, e propone che il post-modern architettonico abbracci anche, ad esempio, il cosiddetto decostruttivismo di Zaha Hadid e Frank Gehry, cioè la tendenza che secondo molti sarebbe nata proprio in opposizione alle teorie di Venturi e Rossi.
Relativamente facili da capire in sintesi, le idee di Jencks sono molto più complesse nei dettagli. Ciò che non è moderno è post-moderno, ma allo stesso tempo il post-moderno è una logica conseguenza del moderno; Jencks ripete spesso questo paradigma, ma ne complica a dismisura le varianti. Il suo modo di scrivere è complesso, piuttosto enfatico, analitico in modo anche brillante, ma altrettanto spesso abbastanza involuto e intriso di scelte lessicali non sempre efficaci.
Ho allora cercato di seguire, per mia miglior comprensione, un filo storicista nelle affermazioni di Jencks e ne ho forse trovato un modello guardando come riferimento l'epoca rinascimentale: la rivoluzione di Brunelleschi fu di fatto una straordinaria ripresa di modelli razionali, sino alla successiva degenerazione di quel classicismo-razionalismo nell'architettura manierista di Palladio, di Michelangelo, di Vignola. Se allora pensiamo a Mies (usato da Jencks come riferimento per una razionalità ossessiva) come al Brunelleschi del Novecento, la figura di Gehry potrebbe fare da contraltare a Palladio.
Di fatto, la polemica con il moderno, ovvero con quella idea di razionalità che si concretizza nell'opera di Mies, è una polemica intesa come dialettica, come evoluzione, piuttosto che come negazione. Il rigore di Rossi e il pastiche di Moore a New Orleans hanno in comune una manieristica rivisitazione del classicismo e sono emblemi popolari della post-modernità. Certamente, è arduo trovare somiglianze con il Guggenheim Museum di Gehry, ma Jencks risolve la questione introducendo le architetture iconiche come risposta del post-modernismo alle nuove esigenze del capitalismo. Se quindi si conferma il paradigma di Jameson sul rapporto stretto tra architettura ed economia, allo stesso tempo si definisce una appartenenza del decostruttivismo (etichetta che peraltro gran parte dei decostruttivisti rifiutano) alla post-modernità.
Il libro ha in ogni caso un pregio straordinario, che sta nella quantità di opere analizzate e illustrate contestualmente (in bianco e nero, ma sono più che sufficienti e utili); Jencks ne ha visitate di persona tantissime e rivela impressioni e contatti sicuramente preziosi per la loro comprensione: alcune analisi sono dettagliatissime e pregnanti, tali davvero da farci desiderare di poterle visitare - come l'autore - in tutte le parti del mondo.
Scheda tecnica
Charles Jencks, Storia del Post-modernismo. Cinque decenni di ironico, iconico e critico in architettura, postmedia books 2014, ISBN 9788874901203, € 26,00