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Fogli e Parole d'Arte

Rivista d'arte on line, ha ricevuto il codice ISSN (International Standard Serial Number)
1973-2635
il 23 ottobre 2007.

Fogli e Parole d'Arte è diretta da
Andrea Bonavoglia (Vitorchiano)
e distribuita on line dalla società Ergonet di Viterbo.

Fogli e Parole d'Arte

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Architetti, architettura, design

Architettura e interior design in Roy Lichtenstein

 

 

Fig. 1

 

Sin dall’inizio della sua carriera l’artista pop Roy Lichtenstein ha considerato degni di attenzione gli oggetti della quotidianità che nel corso del secolo scorso hanno cambiato la dimensione paesaggistica e abitativa dell’uomo. Intorno al 1962, anno della sua prima personale nella galleria di Leo Castelli, Lichtenstein ha prodotto una serie di tele i cui soggetti erano elettrodomestici prodotti ormai in scala industriale – lavatrici (Washing Machine – 1962), friggitrici (Roto Broil – 1961), cucine (Kitchen Range – 1962). Sebbene Lichtenstein non fosse estraneo al mondo del disegno industriale, avendo lavorato come vetrinista, grafico e come progettista di prodotti in lamiera (prima di diventare insegnante di arte presso college e università), la scelta di tali soggetti non era dovuta a una passione per gli elettrodomestici e gli oggetti d’uso quotidiano, quanto al modo in cui tali oggetti venivano proposti nelle pubblicità che in quel momento stavano cambiando per sempre il paesaggio americano. In un’intervista a Raphael Sorin, l’artista darà ai Pop artist il merito di essere «stati i primi che hanno saputo guardare il paesaggio della civiltà della stazione di servizio senza trovarlo orribile» (Sorin, p. 19). Se ogni corrente artistica è lo specchio della sua epoca, i lavori degli artisti pop sono lo specchio della presenza massiccia dell’industrializzazione e della cultura di massa nella vita di tutti i giorni. Lo stesso Lawrence Alloway, nel saggio The Art and the Mass Media, coniò la locuzione “Pop art” riferendosi alle fonti della corrente piuttosto che alle derivazioni artistiche: fumetti, cartelloni, film western, ecc. (Lippard, p. 80).

Lichtenstein ha prodotto diverse serie di lavori prendendo come spunto iniziale oggetti della quotidianità – dagli specchi ai fumetti passando per alcuni alimenti. Tutti i lavori sono accomunati dalla volontà di proporre tele che risultino spersonalizzate, anonime, come fossero prodotte in modo automatico – per questo motivo, dall’inizio della sua carriera, l’artista ha utilizzato come tratto compositivo distintivo del suo lavoro il retino Ben-day, una tecnica tipografica che deve il suo nome a chi l’ha ideata.

 

 

 

 

Fig. 2

 

Fig. 3

 

Allo studio degli oggetti pubblicizzati non poteva sottrarsi l’architettura e, soprattutto nell’ultimo segmento della sua carriera, agli interni. Tra le opere del genere più conosciute spiccano quelle sull’atelier (come Atelier d’artiste – 1973). Realizzati tra il 1973 e il 1974, gli atelier erano fortemente ispirati alle opere di Matisse. Nel caso di Artist’s Studio, Look Mickey! (1973), ad esempio, tra i riferimenti vi è L’Atelier Rouge, 1911, del pittore francese. Per Lichtestein, la serie di atelier è anche un modo per proporre una sorta di retrospettiva, visti i numerosi riferimenti alle sue opere precedenti (nel caso Artist’s Studio, Look Mickey il riferimento retrospettivo più importante sta nell’inclusione della riproduzione della tela del ’62 Look Mickey!). Un altro momento di confronto con un ambiente-icona della pittura è arrivato quasi un trentennio dopo, con la rivisitazione di Bedroom in Arles (Van Gogh, 1888) intitolata Bedroom at Arles (1992). Come in altri casi, anche il confronto con Van Gohg è l’occasione per fare ironia. A proposito di questo lavoro, Lichtestein afferma di aver migliorato l’opera del pittore olandese grazie a un’operazione di pulizia: «I’ve cleanedhisroom up a little bit for him; and he’ll be very happy when he gets home from the hospital to see that I’ve straightened his shirts and bought some new furniture. Mine is a rather large painting and his is rather small. His is much better, but mine is much bigger» (Lichtestein).

Il 1961 è probabilmente l’anno in cui appare per la prima volta un riferimento a un ambiente in un quadro di Lichtenstein, l’anno in cui venne esposto I Can See the Whole Room…. And There’s Nobody in It!(Fig. 3) Si tratta di un quadro in cui è possibile scorgere un personaggio maschile dire la frase che è il titolo alla tela. Basato su un disegno di William Overgard per una storia della serie a fumetti Steve Roper and Mike Nomad, il quadro – riferimento satirico alle tele monocromatiche degli espressionisti astratti - intende dare l’impressione di trovarsi in una camera buia e di essere inosservati dal suo protagonista.

Successivamente, dal 1971 al 1972 e dal 1974 al 1976, l’artista studia attentamente le trabeazioni presenti in alcuni edifici neoclassici a Manhattan - alcuni dei fregi che le incorniciavano sono riconoscibili nelle due serie di Entablatures oggi visitabili alla Tate di Londra (Figg. 1 e 4). Lontani dall’essere una mera riproduzione, l’approfondimento di tali dettagli architettonici è da contestualizzare nelle questioni che hanno accompagnato tutta la ricerca dell’artista, problemi quali la riproduzione meccanica, l’astrazione e la rappresentazione. Le Entablatures volevano essere uno studio «sul rapporto tra astrazione e geometrie reiterate» (Lichtenstein, p. 8), oltre che un commento figurato, mediante la serialità spersonalizzata, sull’arte minimale e concettuale. Da considerare è che l’attenzione alle entablature non è solo dal punto di vista visivo: è uno di quei casi in cui il pittore mischia alla vernice e ai colori metallici una parte di sabbia per imitare la texture dei materiali.

Se nelle Entrablatures si trattava di utilizzare l’architettura come mezzo per affrontare le suddette questioni, nella serie di dipinti dedicati agli interni degli anni ’90 trovano posto perlopiù studi, uffici, camere da letto e soggiorni – qualche esempio sono The Den (1990), Interior With Mobile (1991), Interior with Water Lilies (1991), Modern Room (1991). Non si tratta di ambienti progettati dall’artista ma di stralci di inserzioni pubblicitarie trovate perlopiù sugli elenchi telefonici dell’epoca riprodotte nel consueto stile di Lichtenstein: linee spesse, pochi colori primari, retino ben-day, estrema attenzione per le superfici piane. Inoltre, in alcuni dei quadri in questione sono presenti citazioni di Warhol e Pollock, come in Yellow Vase, 1990, e Red Lamps (Fig. 2) – in Lichtenstein si trovano spesso richiami ad altri artisti e autocitazioni. Sebbene gli Interior possano sembrare un esercizio di stile, ciò che l’artista intendeva attuare mediante queste opere era riportare (mostrare) mobili e decorazioni modernisti che andavano per la maggiore. Gli ambienti domestici rappresentati, definiti più volte banali, sono sia una sorta di capsula del tempo che permettono di osservare da un’altra prospettiva gli interni dell’epoca che la possibilità di capire come gli stessi venissero rappresentati nelle pubblicità.

Fig. 4

 

Se dagli anni ’60 ai ’90 l’architettura è entrata a far parte delle tele di Lichtenstein, successivamente è stata l’arte di Lichtenstein a far parte dell’architettura. Il disegno di elementi e ambienti standardizzati ha dato il via alla produzione di utensili, arredi e talvolta interi interni ispirati agli ambienti riprodotti e re-intrepretati da Lichtenstein. Il caso più emblematico di tale trasposizione è la collezione di Lichtenstein per Barneys in collaborazione con l’organizzazione no-profit Art Production Fund. Oltre alle riproduzioni di quadri su tessuti e cuscini, maggiormente in accordo con gli ambienti dipinti dall’artista sono le stoviglie. Come nel caso delle sculture (si veda Cup and Saucer I, 1976), in cui la procedura era rendere bidimensionali gli elementi tridimensionali e viceversa, l’utilizzo dei puntini ben-day come rifinitura dà l’impressione che i piatti fondi siano dei dischi. Per quanto riguarda i bicchieri la tridimensionalità viene invece accentuata riportando sulla superficie l’illustrazione di cubetti di ghiaccio in caduta verso il fondo. Questa prevalenza della visività sul risultato finale è ciò che discosta Lichtesntein dall’essere un designer a tutto tondo, sebbene ciò sia in accordo con le sue dichiarazioni in cui si è sempre detto interessato a dare un’idea, a ciò che si vede e nel modo in cui lui pensava gli atri vedessero le cose.

Ciò che è certo è che nella ricerca di Lichtenstein – scandita da tele di interni, sculture e oggetti per la casa - emerge l’indagine aperta sul labile confine tra arte e design, un conflitto che nell’artista sembra risolversi nella dichiarazione: «Art doesn’t transform. It just forms» (Green, p.179).

 

Didascalie delle immagini

Fig. 1, Roy Lichtenstein, I Can See the Whole Room...and There's Nobody in It!, 1961, graffite e olio su tela

Figg. 2 e 3, Roy Lichtenstein, dalla serie di Entablature, anni 70, serigrafie

Fig. 4, Roy Lichtenstein, Red Lamps, 1991, litografia

 

 

Bibliografia

- L. Alloway, The Arts and the Mass Media, Architectural Design, London, 1958;

- M. Angelotti, Pop Art, White Star, Vercelli, 2011;

- C.G. Argan, L’arte moderna 1770-1970, Sansoni, Firenze, 1988;

- H. Foster, Pop Art e soggettività nelle prime opere di Hamilton, Lichtenstein, Warhol, Richter e Ruscha, trad. it. a cura di K. McManus, Postmedia, Milano, 2014;

- J. Green, The Macmillan Dictionary of Contemporary Quotations, Pan Books, London, 1996;

- C. Greenberg, Arte e cultura, Allemandi, Torino, 1957;

- J. Hendrickson, Lichtenstein, trad. It. a cura di E. Dal Cason, Taschen, Colonia, 1988;

- R. Lichtenstein, Entablature Series, New York, 1976;

- L. Lippard, La Pop di New York in Pop Art, trad. it. a cura di R. Sanesi, Rusconi, Milano, 1989;

- G. Serafini, Lichtenstein, Giunti, Milano, 2000;

- K. Honnef, Pop Art, trad. It. a cura di F. Regattin, Taschen, Colonia, 2004;

- J. James, Pop Art, Phaidon, London, 1996;

- F. Marini, Lichtenstein, Skira, Milano, 2010;

- T. Osterwold, Pop Art, trad. It. a cura di L. Borro, Taschen, Colonia, 2012;

- R. Sorin, Pop Art, trad. It. a cura di E. Grazioli, Abscondita, Milano, 1996;

 

Sitografia:

- G. Hepner, Interior Series by Roy Lichtenstein, disponibile al sito http://guyhepner.com ;

- G. Hepner, Bedroom by Roy Lichtenstein, disponibile al sito http://guyhepner.com ;

- K. Sundberg, Lichtenstein’s “Interiors” Are a Touchstone for the Pop Master’s Late Work, disponibile al sito internet www.artsy.net

- lichtensteinfoundation.org

 

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