abbiamo aggiornato l'informativa sui cookie

Fogli e Parole d'Arte

Rivista d'arte on line, ha ricevuto il codice ISSN (International Standard Serial Number)
1973-2635
il 23 ottobre 2007.

Fogli e Parole d'Arte è diretta da
Andrea Bonavoglia (Roma)
e distribuita on line dalla società Ergonet di Montefiascone (Vt).

-Nuova informativa sui cookie-

Statistiche dal 2010

Visite agli articoli
1829635

Abbiamo 369 visitatori online

La prima versione on line di Fogli e Parole d'Arte, definitivamente chiusa all'inizio del  2012, aveva raccolto oltre 600mila contatti tra il 2007 e il 2012.

Cerca nel sito


La "Sforziade" e le miniature del Birago (Parte I)

 apri/salva il file pdf

 

    

LA “SFORZIADE” E LE MINIATURE DEL BIRAGO:

    L’EPOPEA SFORZESCA E IL DESTINO TRAGICO DI GIAN GALEAZZO SFORZA

 

Parte prima

UNA PREMESSA SULLA “SFORZIADE”

Quattro miniature di Giovan Pietro Birago (ovvero le tre intere di Londra, Parigi e Varsavia e quella in nove frammenti di Firenze) costituiscono il retaggio prezioso, dal rilevante valore artistico, degli esemplari deluxe, in vello, della Sforziade.

Destinate a celebrare il duca Francesco Sforza nel contesto dell’opera a lui dedicata, erano al contempo opere personalizzate, eseguite per membri precisati della famiglia Sforza, che, attraverso i richiami simbolici e le “imprese” della tradizione viscontea-sforzesca ivi raffigurati, vi tramandavano vicende famigliari, tributi celebrativi e segni di identificazione, unitamente a memorie aventi anche valore affettivo..

La Sforziade (“Rerum Gestarum Francisci Sfortiae Mediolanensium Ducis”, tradotta in italiano da Cristoforo Landino, impressa da Antonio Zarotto in Milano nel 1490) rappresentava per la famiglia Sforza la celebrazione dell’epopea della dinastia nella figura di Francesco I Sforza (1401-1466), duca di Milano e pater patriae, l’uomo che Machiavelli prese come modello per il suo Principe, scrivendo di lui (cap.VII, cap 3): “Francesco pe li debiti mezzi e con una grande sua virtù, di privato diventò duca di Milano, e quello che con mille affanni aveva conquistato, con poca fatica mantenne”.

E infatti, abile condottiero sul campo di battaglia, seppe poi diventare maestro nel creare consenso e per un decennio rappresentò l’elemento stabilizzante della pace in Italia.

Al centro dell’ambizioso progetto editoriale e dell’opera artistica del Birago veniva posto il ramo sforzesco, lasciando in tale contesto in ombra quello originario visconteo, il cui capostipite era Gian Galeazzo Visconti (1351-1402), primo duca di Milano e conte di Angera e Pavia.

 Fig. 1
particolare: LA TESTA MINIATA DI FRANCESCO
dalla Sforziade di Varsavia

L’inquadramento storico nel caso delle miniature, realizzate al fine di inserirle negli incunaboli della Sforziade deluxe del 1490, non è affatto estrinseco nè secondario rispetto all’analisi delle opere, in quanto – stante la stretta correlazione di ciascuna di esse con il membro della famiglia a cui veniva dedicata – esso è in grado di offrire essenziali punti di riferimento per consentire non solo l’identificazione del personaggio e della vicenda sforzesca, ma una più profonda comprensione della miniatura nel suo complesso. Infatti l’apparato dei simboli e delle “armi” ed “imprese” offre precisi riferimenti per penetrare in profondità significati e messaggi contenuti nell’opera, e in generale contribuisce ad illuminare l’originale visione artistica del Birago che la permea.

 

LE QUATTRO MINIATURE DEL BIRAGO

E IL VALORE DELLE “IMPRESE” VISCONTI SFORZA

Una specifica importanza, finora inedita, viene qui assegnata alla considerazione delle “imprese” Visconti-Sforza, che ne ricomprende la genesi alchemica, intesa quale fusione di aspetti biografici e suggestioni leggendarie, vicende storiche private ed invenzioni fascinose… L’originale “epopea fantastica” che ne deriva, per un verso esalta la nobiltà dinastica di cui i singoli membri si fanno privilegiati portatori e, per altro verso, in forme nuove tra le corti dell’epoca, include nella “narrazione straordinaria”- portatrice di elementi anche esoterici ed alchemici - riferimenti a elementi e fatti della vita quotidiana e dell’esperienza popolare, pure la più umile. Ciò si può riscontrare sia nella figura o “corpo” dell’impresa, che nel motto, che ne costituisce l’”anima”. Nell’”impresa” il “corpo” raffigura elementi visibili di un universo più o meno fantastico (per gli Sforza erano soprattutto oggetti desunti dalla quotidianità), mentre l’’”anima” consiste nel motto, in genere espresso in modo da essere comprensibile a una cerchia di eletti. Il motto spesso era forgiato in una lingua straniera, magari contaminandola con l’italiano e il latino, ma nel caso degli Sforza vi ricorrevano spesso parole dialettali.

Contrariamente a quanto per lo più si evince dagli studi condotti sulle quattro miniature, il pur forte intento propagandistico, (considerato da vari studiosi l’obiettivo pressoché esclusivo), di rafforzare tra le corti della penisola il prestigio politico della dinastia sforzesca che non vantava un lignaggio di antica data, non era la finalità predominante. Parimenti determinante - accanto al progetto di nobilitare la figura del “pater patriae” Francesco con una sorta di leggendario alone e di accreditare la magnificenza della famiglia Sforza presso le altre corti e i potentati dell’epoca - era l’intento di consolidare il complesso patrimonio della tradizione dinastica, di cui la costellazione delle “imprese” viscontee e sforzesche create nel tempo costituiva l’ordito immaginifico e narrativo oltre che motivo d’orgoglio nonchè supporto fondante dell’identità e dignità famigliare e personale (1).

Le quattro miniature del Birago colgono in profondità il valore delle “imprese” e, ben al di là del rispetto della tradizione di cui erano portatrici , riescono ad esprimerne la carica simbolica e i significati in relazione ai singoli personaggi, caratterizzando il loro destino entro una trama di intrinseche connessioni, e – segnatamente per quanto concerne le due opere di Parigi e Varsavia dedicate a Gian Galeazzo – pervenendo pure a tracciare percorsi interpretativi e “narrativi” originali, costellati nella trama di una storia che sconfina nel mito.

 

LA DRAMMATICA INFANZIA DI GIAN GALEAZZO,

E LE DUE MINIATURE DI PARIGI E VARSAVIA

Autore della Sforziade era Giovanni Simonetta (circa 1420? – circa 1491?) valente storico e uomo di lettere (2), che fu, al pari del fratello Francesco (Cicco) Simonetta (1410-1480), amico intimo di Francesco Sforza e segretario presso la cancelleria ducale negli anni 1450-1479 (il che gli consentì di avere informazioni documentate per la ricostruzione storico biografica della Sforziade).

Giovanni, accanto al fratello Cicco (3), fu al seguito di Francesco Sforza; in particolare Cicco, il più famoso tra i due, affiancò lo Sforza in molte imprese fin dal 1420 ed entrò al suo fianco in Milano il 25 marzo 1450, allorchè divenne duca. Cicco era capo della Cancelleria e membro del Consiglio segreto, uomo di fiducia di Galeazzo Maria, da lui nominato il 18 maggio 1474 nel suo testamento unitamente alla moglie Bona quale tutore legale del piccolo Gian Galeazzo (ruolo che svolse fedelmente dal 1476, dopo l’assassinio del duca).

Tra Galeazzo Maria e il figlio Gian Galeazzo esisteva un rapporto affettivo molto intenso e fino alla morte del Duca il bambino ricevette l’educazione propria di un principe ereditario. Il futuro dell’erede si infranse in modo violento il 26 dicembre 1476 per l’assassinio del padre ad opera di congiurati – tre giovani libertari dell’aristocrazia milanese - ma i sospetti di alcuni storici profilano mandanti nell’ombra (ipotizzando la regia occulta del Moro).

L’assassinio di Galeazzo Maria costituì un evento politicamente destabilizzante per il Ducato e un trauma mai superato per il fragile Gian Galeazzo. A tale perdita traumatica si aggiunsero per l’orfano eventi altrettanto devastanti, che pesarono sulla sua fragile personalità. Trattasi di episodi con risvolti di violenza famigliare (il piccolo duca fu pure segregato dallo zio nella Rocchetta), ed accompagnati dall’abbandono da parte della madre Bona, che lo consegnerà nelle mani del Moro, nel contesto di una oscura vicenda in cui entrò con rilevanza determinante pure il servitore Tassino del quale si era perdutamente invaghita.

Una breve ricostruzione storica vale quale premessa a quanto la successiva analisi delle miniature di Parigi e Varsavia porterà alla luce sull’infelice duca, e al tempo stesso è in grado di contribuire ad una piena comprensione di queste due opere d’arte del Birago, che ne fissano le vicende personali in due momenti cruciali della sua vita.

Mentre la miniatura di Parigi ne pone in luce la precarietà della salute e la condizione di soggetto “sotto tutela” dello zio, non senza festose aperture sul suo nuovo stato di sposo e novello padre, l’atipica miniatura di Varsavia, nei toni cromatici e nelle decorazioni più grevi, che accompagnano simboli e “imprese” significative, ne commemora il destino, associandolo alla tragica fine del padre, in una sorta di memoriale postumo delle rispettive vite perdute (“citando” le iniziali “GZ”del nome Galeazzo di entrambi – di tradizione viscontea - e le armi che replicano quelle del Cassone dei Tre Duchi).

La storia famigliare di cui la miniatura è portatrice – come in seguito si potrà evincere da una più attenta analisi della stessa – trapassa nel mito. Infatti il Birago instaura un sotteso parallelo, sorprendentemente originale e ricco di implicazioni profonde, tra la vicenda umana del perdente Gian Galeazzo e l’impresa leggendaria di Giasone. La corrispondenza “Gian Galeazzo/Giasone” si alimenta di coincidenze insite nella trama famigliare e nel ruolo delle figure parentali, mentre l’epilogo delle rispettive storie dei due protagonisti culmina nella sconfitta del giovane duca. L’eroe Giasone conquisterà il vello d’oro mentre la “missione” di Gian Galeazzo – soprannominato l’”immacolato agnello” dal Corio e niente affatto “eroe” – non conseguirà né riscatto né redenzione per le colpe della famiglia.

Quattro anni dopo la morte del padre, Gian Galeazzo patì la perdita del fidato Cicco Simonetta, strettamente legato al fratello Giovanni, autore della Sforziade e parimenti fedele a Galeazzo Maria e al legittimo erede. Nel 1480 la decapitazione da parte del Moro del detestato e potente Cicco consentì all’ambizioso e scaltro zio di togliere di mezzo quello che considerava il maggior ostacolo ai suoi disegni di potere.

Per Gian Galeazzo, rimasto senza il suo valido e fidato protettore, tale secondo evento tragico costituì un ulteriore colpo basso del destino. Infatti da quel momento il duca legittimo – orfano di padre e abbandonato dalla madre Bona esautorata, che rinunciò alla sua tutela in cambio dei diritti di vedovanza, consistenti in diecimila ducati e gioielli personali - cadrà in balia dello zio il Moro, suo luogotenente generale che prese praticamente in mano il potere.

 

Fig 2
Particolare: La medaglia con la testa di Gian Galeazzo Sforza di Giovan Pietro Birago,
La Sforziade, Biblioteca Nazionale di Francia, Parigi

 

Ad aggravare il trauma del piccolo, stanno le motivazioni dell’abbandono della madre, che gli preferì il suo amante, poiché nell’abbandono patito pesò l’oscura figura dello “scalco” (servitore) , tal Antonio Tassino, un giovane ferrarese, amante della duchessa, che esercitava su di lei un forte ascendente . Secondo il Verri nella sua “Storia di Milano”, il Tassino, “giovane di bassi natali, ma di bella presenza” di cui Bona si era perdutamente invaghita, nel settembre 1479 fu “il mezzo con cui Ludovico segretamente si conciliò con la Duchessa”, facendo leva sull’odio che il favorito nutriva per Cicco, che lo disprezzava e lo riteneva pernicioso per la dinastia. Il Tassino dopo la decapitazione del Simonetta riuscì a collocare il proprio padre al posto del suo collaboratore Orfeo Ricavo e nel Consiglio segreto, e ad ottenere parte dei beni sequestrati al Ricavo e a Simonetta stesso.

L’astuto Moro si servì poi del Tassino per esautorare Bona. Ludovico lo scacciò nell’ottobre del 1480, accusandolo di un complotto con Bona volto a sottrargli il comando.

Nel frattempo il piccolo Gian Galeazzo il 7 ottobre 1480 veniva rinchiuso nella Rocchetta, la fortezza più interna del Castello Di Milano, ufficialmente per estraniarlo dal complotto.

Il favorito di Bona portò con sé a Venezia “un tesoro di gioie e di denaro” e, secondo il Verri la duchessa “si avvilì talmente che rinunziò a Ludovico la tutela con un atto solenne (rogato il 2 novembre dai notai Francesco Bolla e Candido Porro), sperando con ciò di rimaner vedova (senza il figlio) ed uscendo dallo Stato di rivedere il favorito…

Nella sua Storia di Milano il Verri indica nel Tassino “quegli per cui la casa Sforza poi perdette lo Stato” osservando “le debolezze di una donna e la bella figura di uno scalco fecero maggior rivoluzione del destino d’Italia di quel che non avrebbe fatto un gran monarca o un conquistatore”.

 


IL RIFLESSO DELLE VICENDE DI GIAN GALEAZZO

E L’INTRECCIO CON LE BIOGRAFIE DEL SIMONETTA E DEL BIRAGO

Il giovane crebbe quindi in un ambiente contrassegnato da violenze, tradimenti e bassezze, in cui il suo ruolo di principe innocente (“immacolato agnello” lo definì appunto il Corio) avrebbe dovuto compiersi nel segno della purificazione e del riscatto dalle colpe dinastiche famigliari.

Si condivida o meno l’interpretazione dell’illustre storico, i traumi causati in tenera età a Gian Galeazzo, congiuntamente alle oscure manovre dell’ambizioso zio per impadronirsi del Ducato, costituiscono lo sfondo (il contesto esistenziale) delle due opere del Birago a lui dedicate.

Segnatamente per la miniatura di Varsavia, il richiamo alla storia infelice di Gian Galeazzo contribuisce a far luce da un lato sul sotteso parallelo tra la vicenda personale del perdente erede ducale e il viaggio dell’eroe Giasone, e dall’altro sulla similitudine tra l’impresa del “buratto”(propria di Gian Galeazzo stesso e creata da suo padre), assunta come simbolo di equità e purificazione, e la sua rappresentazione speculare che la assimila al “vello d’oro” sulle fasce miniate laterali (come da analisi e approfondimenti svolti nella parte seconda).

La Sforziade, scrigno delle miniature del Birago, viene infine a delinearsi quale nucleo in cui convergono, oltre alle storie di Gian Galeazzo e degli altri membri della famiglia Sforza, anche quelle del suo stesso autore e dell’artista creatore delle miniature. Fu proprio la Sforziade infatti a salvare la vita di Giovanni Simonetta: dopo essere stato arrestato con Cicco, Giovanni sopravvisse da esule in Vercelli (fino al 1490 circa, essendo incerta la data della morte), grazie al fatto di aver celebrato la grandezza del pater patriae fondatore della dinastia.

E’ significativo che i legami dell’autore della Sforziade con il piccolo Gian Galeazzo siano stati permeati anche dalla sua storia personale (sull’arco che andava dall’infanzia al momento dell’esilio), e così pure – sebbene in modo meno stretto – fu per il “presbiter ac miniator” Giovan Pietro Birago, artista al quale il duca Galeazzo Maria e Bona di Savoia affidarono varie e importanti commissioni.

E’ certo che il Birago, autore delle miniature destinate a impreziosire gli esemplari deluxe, era a conoscenza della vicenda esistenziale di Gian Galeazzo fino alla sua precoce fine e forse – data la frequentazione della cerchia cortigiana a lui prossima - ne conosceva i risvolti più privati e umani. E tale conoscenza, per quanto riguarda gli esemplari di Parigi e Varsavia, traspare sul piano della creazione artistica.

 

LE QUATTRO MINIATURE DELLA “SFORZIADE”

Il numero degli incunaboli della Sforziade stampati non è quantificabile (4), perché vari altri dovevano essere gli esemplari a noi non pervenuti e andati smarriti. In particolare nel 1490 l’editore milanese Antonio Zarotto impresse le copie deluxe in vello.

Tra gli incunaboli in vello, quelli arrivati fino a noi sono impreziositi da una miniatura del Birago, che vi venne poi inserita all’atto della donazione.

L’artista, che fu per lungo tempo al servizio prima di Galeazzo Maria e poi di Bona, ne godeva del particolare favore e, come si è detto, aveva diretta conoscenza delle vicissitudini del giovane Gian Galeazzo fin nelle pieghe delle trame cortigiane ordite intorno a lui, che culmineranno nella sua morte per sospetto avvelenamento da parte dello zio (5). Per la famiglia ducale eseguì opere di grande pregio, tra le quali il “Libro d’ore”, il capolavoro ora al British Museum.

Fig.3
Sforziade della British Library, Londra

 

Le miniature del Birago per la Sforziade a noi pervenute sono:

- miniatura della Sforziade della British Library, Londra (Fig. 3, parte I)

- miniatura (in nove frammenti) conservata presso la Galleria degli Uffizi, Firenze

- miniatura della Sforziade della Biblioteca Nazionale di Francia, Parigi (Fig.10, parte I)

- miniatura della Sforziade della Biblioteca Nazionale Narodowa, Varsavia (Fig. 20, parte II

 

Dall’attenta analisi delle miniature si può constatare che lo stile dell’artista risulta efficacemente diversificato, a testimonianza della poliedrica competenza e abilità dell’autore e per altro verso della sua capacità di adattarsi alle diverse esigenze dei committenti .

Le sapienti variazioni stilistiche poste in opera dal Birago sono tali da supportare l’ipotesi che le singole opere rispecchiavano il gusto estetico e le personali esigenze dei rispettivi committenti. Nel complesso la tesi maggiormente accreditata, che vorrebbe le miniature in questione come stilisticamente omogenee e facenti parte di un unico programma strettamente propagandistico, e prodotte su ordine di un unico committente identificato nel Moro, non trova adeguato fondamento, mentre si conferma altamente probabile che si tratti di una produzione differenziata in un arco di tempo disteso da parte di committenti diversi della famiglia sforzesca.

Il valore assegnato alle “imprese” famigliari e fatte proprie dai membri della famiglia Visconti-Sforza impronta ciascuna miniatura. Cogliendone la pervasiva presenza (portatrice di “aura”), è possibile pervenire non soltanto all’identificazione dei personaggi e alla ricostruzione della loro storia e del loro destino, ma anche alla piena comprensione dell’opera d’arte.

L’attenzione si concentra sugli incunaboli di Parigi e Varsavia (nella seconda parte), riservando in questa prima parte ai due esemplari di Londra e Firenze (nove frammenti) sintetiche annotazioni.

Focalizzando l’attenzione sulla figura di Gian Galeazzo, è sulle due preziose miniature di Parigi e Varsavia che si evidenziano quegli elementi significativi che identificano il giovane e che al tempo stesso, attraverso puntuali rimandi, consentono di ricostruire la sua vicenda esistenziale, decisiva per le sorti della dinastia sforzesca.

La figura di Ludovico il Moro campeggia invece nell’ esemplare di Londra e nei frammenti di Firenze (le due opere miniate considerate in questa prima parte), essendone il destinatario oltre che il committente

 

LA MINIATURA DI LONDRA

 

Fig. 4
Particolare: La medaglia col profilo del Moro,
La Sforziade, British Library, Londra

 

La miniatura di Londra – conservata presso la British Library - è inequivocabilmente dedicata a Ludovico Maria Sforza, come comprovano la presenza centrale in alto della testa di un moro, probabilmente San Maurizio (6), della sua bandiera, e la presenza delle sue “imprese” personali.

In particolare vi compaiono:

- La scopetta col motto “MERITO ET TEMPORE” (mutuata dal padre Francesco ed esibita dal Moro sul Cassone dei tre duchi), presente sulla fascia sinistra e a duplice ornamento del vaso oltre che sulla sua bandiera

- I due fanali (due fari tra i marosi),dal motto “TAL TRABALIO MES PLACES POR TAL THESAURUS NON PERDER”, raffigurata due volte, sia sul suo petto che sull’icona del vaso.Tale impresa era sua esclusiva al pari del caduceo: entrambe erano proprie del Moro e lo identificavano. In particolare si ritiene che I due fanali siano da associarsi alla città di Genova, che nel 1488, tornò agli Sforza, dopo che da sforzesca era divenuta governatorato nel 1478.

Il caduceo – l’altra sua impresa esclusiva, che lo identifica - non compare direttamente raffigurato, ma è simbolicamente evocato nella forma dei due corpi intrecciati che supportano alla base il vaso.

Con la scopetta dal motto MERITO ET TEMPORE (in fig.16, parte II), ereditata dal padre e fatta propria, (con la quale il Moro intendeva “spazzare via” le brutture della penisola), si impone la grande tematica del tempo e della giustizia , centrale per i Visconti-Sforza. L’atto di fede prestato al giudizio del tempo dalla tradizione famigliare sia viscontea che sforzesca (facente capo soprattutto alle imprese di Francesco), sottendeva una visione del potere che, ben oltre prove di forza e strategie di dominio, richiamava in causa la determinazione ultima di una potenza sovraordinata a cui far fede, in una commistione arcana di fato e provvidenza.

Il giudizio del tempo – come la storia dimostra – si rivelò spietato e inappellabile proprio verso il Moro, che in realtà più volte (e in particolare con l’usurpazione della discendenza del nipote ucciso) non volle far fede alla giustizia nell’accadere e nel tempo, forzandone, tramite l’inganno e la violenza, l’ordine e la fede postulati dalle imprese di famiglia

Fig. 5
I due fanali (due fari tra i marosi)

 Dall’intreccio sovraccarico di fiori e vegetali esotici scuri e dalla composizione cromatica complessiva tendente al cupo della miniatura di Londra traspare il gusto estetico del Moro, teso ad una greve autocelebrazione, mentre il gruppo dei putti nella fascia centrale bassa, evidente richiamo al gruppo dei cortigiani, crea una curiosa coreografia movimentata, a contrasto della statica celebrazione d’insieme (per compiacere forse il senso dell’humour del potente committente).

Contrariamente a varie ipotesi fatte, non emergono indizi che siano riferibili a cerimonie nuziali né alla prole, e nulla richiama la sua carica di duca di Milano, per cui la datazione più probabile si aggira intorno al 1490. Significativo per la datazione è il manifesto richiamo all’impresa dei “due fanali” riferibile a Genova (1488). Non sono inoltre rintracciabili elementi che consentano di instaurare una relazione con la miniatura di Parigi, in modo tale da uniformarne o ravvicinarne la datazione.

 

LA MINIATURA DI FIRENZE IN NOVE FRAMMENTI

La miniatura di Firenze – conservata presso la Galleria degli Uffizi - è pervenuta in nove frammenti (7), e dalle sue parti costituenti se ne desume che esse appartengano a frontespizio miniato che doveva essere incluso in una copia deluxe della Sforziade analoga a quelle di Londra, Parigi e Varsavia. L’iscrizione AUTORE MAURO FILIO UT MEMORIA VIVAT BIBLIOTECA riconduce al Moro e fa supporre che l’esemplare fosse riservato alla biblioteca ducale ospitata nella torre sud-ovest del castello di Pavia.

L’opera differisce massimamente dalle altre tre (peraltro anch’esse tra loro stilisticamente non omogenee) per il suo accentuato carattere ufficiale e politico-diplomatico, destinato ad accreditare l’immagine del ducato milanese e il prestigio nobiliare sforzesco.

Il protagonista è in primis il duca Francesco Sforza collocato in una sorta di olimpo dei generali, stante la centralità della sua figura, contornata dai massimi condottieri del passato, così come da frammento posizionato nella parte bassa centrale della miniatura.

  

Fig.6
Frammentocentrale basso della miniatura di Firenze

 

Per quanto concerne la proprietà, la miniatura riporta anche le teste del Moro e del nipote Gian Galeazzo già adulto e questo comprova la datazione anteriore al 1494, in cui entrambi reggevano la Stato (il primo come luogotenente generale e il secondo come “duca sotto tutela”).

 

Fig.7
Particolaredella testa di Ludovico il Moro, Firenze

 

 

Fig.8
Particolare della testa di Gian Galeazzo Sforza, Firenze

 

La presenza di due infanti – uno moro e l’altro bianco – induce a ipotizzare una stretta contiguità temporale tra la miniatura in frammenti di Firenze e quella di Parigi, a dispetto della diversità dello stile che le impronta: infatti dovrebbe trattarsi dei figli appena nati di Gian Galeazzo e del Moro, cioè il duchetto Francesco (nato nel 1491) ed Ercole Massimiliano (nato nel 1493).

Ancora una volta sono le “imprese”raffigurate sui frammenti a fornire precise informazioni sui personaggi : vi compaiono la Scopetta dal motto “MERITO ET TEMPORE” che fu del padre Francesco e fatta propria dal Moro e L’ascia col tronco d’albero - dal motto duplice “TUTO EL TORT EL VA IN TACHE” e anche “TUTO EL ZOCO EL VA IN TAPE”- evocante la “leggenda fondativa” del capostipite della famiglia Giacomo Attendolo (padre di Muzio e nonno di Francesco) che, stanco di fare il contadino, lanciò un’accetta contro il tronco d’albero, interpretando come un segno del destino il fatto che vi rimase conficcata e scegliendo in base a tale “segno” di tentare la sorte come condottiero di ventura.Rappresenta una mano divina che colpisce con un’ascia un tronco d’albero. E’ portatrice di due temi privilegiati dalla tradizione famigliare: la predestinazione (rappresentata dalla simbolica “mano divina”) e la fede nella provvidenziale azione del tempo, espressa nel motto, che sancisce la dissoluzione e scomparsa di ciò che è vano (“el zoco”) e iniquo (“el tort”).

 

Fig.9
L’ascia col tronco d’albero - dal motto duplice “TUTO EL TORT EL VA IN TACHE”
e anche “TUTO EL ZOCO EL VA IN TAPE”

 

Tali “imprese”riconducono senza dubbio alla figura di Ludovico Maria quale destinatario, che in primis aspirava a farsi erede della tradizione del ramo paterno della famiglia. Certamente la proprietà di tale miniatura era del Moro, poiché porta la sua iniziale “L”(iniziale di Ludovico) entro lo stemma centrale che sovrasta l’iscrizione latina .

Per l’identificazione di Gian Galeazzo, compare (come nella miniatura di Varsavia) il Buratto o setaccio, cioè la sua impresa personale - creata dal padre Galeazzo Maria - la stessa che è raffigurata sulla gualdrappa nel Cassone dei tre duchi – qui raccolto in una sola mano e incrociato con il nastro riportante il relativo motto “TAL A TI QUAL A MI”.

Il Buratto, identificante Gian Galeazzo, è duplicato simmetricamente sulle fasce laterali della miniatura di Varsavia, raffigurato in forma che lo assimila al vello d’oro.

L’emblematico Buratto col motto “TAL A TI QUAL A MI” costituisce elemento di correlazione tra questa miniatura e quella di Varsavia, nella quale l’impresa personale replicata di Gian Galeazzo assume valore essenziale e viene associata alla leggenda del vello d’oro.

 


 

LE DUE MINIATURE DI PARIGI E VARSAVIA: PREMESSA ALLA PARTE SECONDA

Fig. 10
miniatura, Sforziade,
Biblioteca Nazionale di Francia, Parigi

 

Le due miniature di Parigi e Varsavia (in Fig. 20, parte II) sono tra loro connesse, in quanto rappresentano due momenti cruciali della vita di Gian Galeazzo Sforza, e su queste si concentra l’approfondimento, in quanto rivestono eccezionale importanza quali testimonianze del tragico destino del giovane, che incrocia fatalmente la parabola dell’eclisse della dinastia sforzesca.

La loro comparazione focalizza elementi simbolici altrimenti destinati a restare in ombra e le loro connessioni rivelatrici contribuiscono a porre in luce il valore delle “imprese” Visconti-Sforza nelle miniature della Sforziade e in generale in campo artistico.

 

(Prosegue: PARTE II)  


Note al testo

(1) A partire dagli anni Ottanta si è generalmente diffusa tra gli studiosi l’idea che la Sforziade sia stata un’operazione prettamente strumentale e politica progettata strategicamente dal Moro a tavolino a fini esclusivamente propagandistici . In realtà non è provato che egli si sia avocato in via esclusiva la gestione di tale “impresa culturale ed editoriale”, certo più complessa e ricca di significati che non la mera propaganda, e, segnatamente per le miniature del Birago incluse negli incunaboli deluxe, tale assunto si rivela del tutto insufficiente, alla luce di una attenta analisi iconografica, che rivela il rigoroso rispetto della tradizione famigliare e il valore artistico delle opere prodotte nonché (soprattutto per gli esemplari di Parigi e Varsavia) il ricorrere di memorie ed eventi biografici dal manifesto valore affettivo.

(2) Fu la Sforziade, libro particolarmente caro a Ludovico il Moro, che dichiarava di venerare la memoria del padre. (in onore del quale peraltro egli commissionò la colossale statua equestre a Leonardo), a salvare la vita al suo autore. Giovanni condivise la sua sorte con quella del fratello Cicco finché fu in vita: fu segretario e amico intimo di Francesco Sforza, fedelissimo di Galeazzo Maria e ottenne feudi e privilegi. Dopo la decapitazione di Cicco, venne imprigionato e poi fu bandito a Vercelli (1480). Scrisse la Sforziade dal 1421 al 1466. La traduzione dal latino fu affidata a Cristoforo Landino.

(3) Uomo coltissimo e poliglotta, con grande capacità amministrativa e acume politico, Francesco Simonetta, detto Cicco, era stato uomo di fiducia di Francesco Sforza. E’ nominato a capo della Cancelleria ed è membro del Consiglio segreto. Dopo la morte di Francesco è accanto a Galeazzo Maria (la cui madre Bianca Maria, allontanata, morirà, forse avvelenata dal figlio, poco dopo il suo matrimonio con Bona). Tesse la trama politica delle alleanze con i Medici, gli Aragonesi e il Papato. I fratelli Sforza vengono da lui messi al bando, rientrando poi solo dopo l’assassinio del Duca del 1476. All’inizio Cicco resta saldamente al vertice del potere, facendo dichiarare ribelli Ludovico e i suoi fratelli e mandandoli al confino (1477). Il Moro, riconquistata Genova e Tortona, attraverso forti pressioni ottiene un riavvicinamento a Bona. Gli storici – e qui in citazione il Verri, nel capitolo XVIII della sua Storia di Milano (1783) - sostennero che fu probabilmente la passione di Bona di Savoia per il cameriere Tassino, che era detestato da Cicco, a indurre la duchessa a richiamare il Moro che rientrò da padrone e segnò la rovina di Cicco. La scalata al potere del Moro passa “sul cadavere “ di Cicco, il quale è decapitato il 30 ottobre 1480 mentre il piccolo Gian Galeazzo, affidato alla madre Bona e a lui, viene segregato nella Rocchetta (7 ottobre). La fine di Cicco – fatto imprigionare da Bona stessa – fu fatale per la caduta dei due “Duces Mediolani” madre e figlio. Pochi giorni dopo – il 3 novembre – anche Bona è segregata ed esautorata dal potere, mentre Ludovico il Moro, nuovo tutore di Galeazzo, inizia il suo ventennio di potere incontrastato in Milano. Bona visse principalmente ad Abbiategrasso nei successivi quindici anni, recandosi al capezzale del figlio pochi giorni prima della sua morte, nell’ottobre 1494. Inoltre presenziò a vari avvenimenti ufficiali tra cui sono documentate le nozze di Gian Galeazzo e della figlia Bianca Maria .

(4)Contrariamente a quanto per lo più si ritiene, per gli esemplari deluxe non è quantificabile il numero delle copie impresse, ed è altamente probabile che superasse nettamente il numero delle quattro a noi pervenute

(5) Secondo la maggior parte degli storici dell’epoca e la diffusa opinione di sudditi e cortigiani, Gian Galeazzo subì il controllo dispotico dello zio reggente e fu avvelenato dall’archiatra e astrologo di Corte Ambrogio da Rosate su mandato del Moro.

Le notizie sul Birago sono molto scarse. Le firme e le date presenti nei Libri Corali del Duomo Vecchio di Brescia, prima opera certa, lo individuano in Milano; alla corte di Milano si firma “presbiter ac miniator” sui volumi raffinati e preziosi da lui eseguiti per un pubblico colto ed esigente. Oltre che miniatore, egli fu pittore e incisore e molto apprezzato anche per i disegni “a rame e de bolino”

(6) Non ho reperito documenti relativi all’appartenenza del Moro all’ordine della “Luna Crescente”, né “della Mezzaluna” riconducibile a San Maurizio, rappresentato per lo più come un Moro, al cui culto alcuni studiosi legano gli Sforza, indicandone in Francesco il fondatore (addirittura il Moro/Maurus per alcuni ne deriverebbe il nome, ma in realtà la derivazione ufficialmente attestata in vari documenti è da Morus cioè “gelso moro”). Tuttavia va ricordato anche che il Moro, a sottolineare l’apparenza di “homo niger”, era uso farsi accompagnare da uno scudiero nero. A ben vedere il soprannome Maurus datogli dal padre potrebbe non avere nulla a che fare con l’ordine della mezzaluna (al quale Francesco si diceva fosse affiliato), poiché, in una lettera dell’8 agosto 1452 al marito Bianca Maria lo esortava a trovare un bel nomignolo a quel figlio alquanto brutto:” che se degni de pensare di mettergli uno bello nome, a ciò suplisca in parte a la figura del putto, che è più sozo di tutti gli altri”. Il nomignolo del Moro/Morus deriva comunque certamente dal nome della pianta del gelso moro, di cui prediligeva la coltivazione e simbolo della sophia.

(7) I nove frammenti in questione (nn. 843, 4423, 4424, 4425, 4426, 4427, 4428, 4429, 4430) sono stati posizionati con ricostruzione ipotetica in una “composizione virtuale”, mantenendo le proporzioni delle altre tre miniature del Birago di cui trattasi, alla pagina 305 del libro Glori C. e Cappello U., Enigma Leonardo: decifrazioni e scoperte – La Gioconda. In memoria di Bianca, Volume I, Cappello, Savona, 2012.

 

Didascalie delle immagini

Fig.1 Giovan Pietro Birago, Miniatura in La Sforziade, Biblioteca Nazionale Narodowa, Varsavia, Testa di Francesco Sforza (capolettera). Le teste del “pater patriae” identicamente collocate nelle miniature degli incunaboli de “La Sforziade” di Parigi, Londra ed il frammento di Firenze( posto nella stessa posizione) sono uguali

Fig.2 Giovan Pietro Birago, Particolare: Medaglia con la testa di profilo di di Gian Galeazzo Sforza (soprastante la gemma nuziale rossa), Miniatura de La Sforziade, Biblioteca Nazionale di Francia, Parigi (riproduzione intera in Fig. 10).

Fig.3 Fig.2 Giovan Pietro Birago, Miniatura de La Sforziade, British Library, Londra

Fig.4 Giovan Pietro Birago, particolare: Medaglia con la testa di profilo di Ludovico Maria Sforza detto il Moro (che sovrasta le sue imprese dei “due fanali” e della “scopetta”), La Sforziade, British Library, Londra

Fig.5 “ I due fanali” ovverossia i due fari coi marosi” (riportanti il motto TAL TRABALIO MES PLACES POR TAL THESAURUS NON PERDER), che ricordava l’impresa di Genova e che simbolicamente esaltava la capacità di governo del Moro a fronte alle turbolenze che insidiavano la potenza degli Sforza.

Fig.6 Giovan Pietro Birago, Miniatura in nove frammenti (nn. 843, 4423, 4424, 4425, 4426, 4427, 4428, 4429, 4430), Galleria degli Uffizi, Firenze, frammento posizionato nella parte centrale in basso nella ricostruzione pubblicata(ved. Savona 2012 cit., p.305). La composizione del gruppo dei grandi condottieri che attorniano il duca Francesco richiama per contrasto alla mente la composizione del gruppo degli armigeri che attorniano il Moro nella parte centrale bassa della miniatura di Varsavia, creando una contrapposizione stridente tra la solennità della celebrazione del capostipite assiso tra i grandi generali del passato e la grottesca caricatura del figlio nudo attorniata da putti armigeri genuflessi.

Fig. 7 Giovan Pietro Birago, particolare della Miniatura in nove frammenti, Galleria degli Uffizi, Firenze, frammento con la testa di Ludovico il Moro.

Fig. 8 Giovan Pietro Birago, particolare della Miniatura in nove frammenti, Galleria degli Uffizi, Firenze, frammento con la testa di Gian Galeazzo Sforza.

Fig. 9L’ascia col tronco d’albero - dal motto duplice “TUTO EL TORT EL VA IN TACHE” e anche “TUTO EL ZOCO EL VA IN TAPE”

Fig.10 Giovan Pietro Birago, Miniatura de La Sforziade, Biblioteca Nazionale di Francia, Parigi

 

BIBLIOGRAFIA

- Le miniature di Giovan Pietro Birago in La Sforziade di Giovanni Simonetta, Milano, Zarotto, 1490 -

Comanducci R.M., Nota sulla versione landiniana della Sforziade di Giovanni Simonetta, Rivista “Interpres”, v. 12, 1992, pp.309-316

Evans M.L.,New Light on the Sforziada Frontispieces of Giovan Pietro Birago, British Library Journal, XIII, 1987, p. 232-47

Glori C.-Cappello U., Enigma Leonardo: decifrazioni e scoperte – La Gioconda. In memoria di Bianca, Volume I, Cappello, Savona, 2012. pp-301- 329

Horodyski B., Birago, miniaturiste des Sforza, tr. francese di Wierzbicka M., (estratto da uno studio su Biuletyn Historii Szluki, Varsavie 1954), in Scriptorium, “Revue internazionale des elude relatives aux manuscripts “ Tome X, n. 2

Horodyski B., Miniaturzysta Sforzow, Biuletiyn Historii Sztuki, n.2-xvi, Panstwowy Institut Sztuki, Warszawa 1954, pp. 185-213

Mc Grath E., Ludovico il Moro and his Moors, Iournal of the Warburg and Courtland Institutes, vol.65 (2002), pp. 67-94

Mulas P.I., Auctore Mauro filio, Il programma iconografico dei frontispizi miniati dei Commentarii di Giovanni Simonetta, Bulletin di bibliophile, I, 1996, p.9-34

Wright Edward, Ludovico il Moro, Duke of Milan, and the Sforziada by Giovanni Simonetta in Warsaw

 

- Riferimenti bibliografici per le “imprese” Visconti Sforza e l’arte del minio nel ducato di Milano -

Bonfadini P., Nuove ricerche su Giovan Pietro da Birago in La pittura e la miniatura del Quattrocento a Brescia: atti della giornata di studi (Università Cattolica Brescia, 16 novembre 1999, Milano, Vita e pensiero, 2001 (a cura di Rossi M.), pp 73-80

D’Adda F., L’arte del minio nel Ducato di Milano dal sec.XIII al XVI, in “Archivio storico lombardo” 12, 1885, p.541

Gelli J., Divise – Motto e imprese di famiglie e personaggi italiani, Milano, Hoepli, 1928

Malaguzzi Valeri F., La corte di Ludovico il Moro, gli artisti Lombardi, U.Hoepli, Milano, 1917, pp.157-73

Toesca P., La pittura e la miniatura nella Lombardia, Torino, Einaudi, 1987

- Citazioni e riferimenti storici

Corio B., Storia di Milano,a cura di A Morisi guerra, vol.II, UTET, 1978

Verri P., Storia di Milano, tomo secondo, stamperia di Giuseppe Marelli, Milano, MDCCXCVIII