Fogli e Parole d'Arte

Rivista d'arte on line, ha ricevuto il codice ISSN (International Standard Serial Number)
1973-2635
il 23 ottobre 2007.

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Il 68 alla Galleria Nazionale di Roma

 

la sala dell'esposizione

La situazione culturale della nuova Galleria Nazionale di Roma potrebbe rasentare la bancarotta intellettuale, intesa come stato di permanente confusione, se non ci fosse, a salvarla e forse preservarla dalle critiche, il presunto fattore economico, positivo a quanto pare, che parla di tanti biglietti venduti e di pubblico numeroso. Ho già scritto sull’argomento e non mi ripeto, ma l’attuale direzione della Galleria è tuttora colpevole della distruzione didattica e museale della più importante esposizione di arte ottocentesca e novecentesca in Italia, e un giorno o l’altro – ci si augura – il ritorno del buon senso porrà fine a una situazione tanto immotivata e gratuita quanto imbarazzante e spiacevole.

La destinazione di spazi della Galleria a mostre temporanee, lo spostamento, l’accoppiamento e la messa a riposo di numerosi quadri, e soprattutto la totale assenza di motivazioni delle scelte fatte, vengono chiarite dalla direzione nel sito ufficiale della Galleria con una frase che è di fatto un capolavoro di chiacchiere, perché in otto righe di testo non produce alcun significato e non fornisce alcuna spiegazione (se non che del XIX secolo la direzione farebbe volentieri a meno):

La Galleria Nazionale vive naturalmente continue fasi di trasformazione e rinnovamento, anche alla luce delle nuove esperienze e letture critiche che nel tempo si rendono necessarie.
Si pone dunque come luogo di incontro, di ricerca e di scoperta, invitando alla riflessione su linguaggi e pratiche espositive contemporanee, su quale sia il ruolo del museo nel nostro presente, e su quali basi comuni possa questo intessere relazioni con il suo pubblico.

 Boetti, Planisfero politico

  

Schifano, Festa cinese

 

Fabro, Tre modi di mettere le lenzuola

 

A partire dall’ottobre del 2017 la Galleria celebra a modo suo i 50 anni dal ‘68, che ebbe uno dei suoi momenti storici a due passi da qui, nella Facoltà di Architettura di Valle Giulia. Per ricordare il ‘68 il manifesto-locandina ci segnala opere di oltre cinquanta artisti, e lo spettatore quindi si aspetta varie sale di esposizione, forse una raccolta di fotografie, magari qualche dato informativo, qualche spiegazione, qualche cartellone che racconti il 68 e i suoi rapporti con la storia dell’arte. I curatori hanno scelto invece una strada originale, perché non hanno prodotto nulla del genere e nell’unica sala espositiva, senza titolo, senza manifesti, sono collocati la gran parte dei pezzi, etichettati sobriamente con titolo e autore. Pertanto, il visitatore che si aggira nella Galleria entra qui senza notare alcuna differenza con il resto delle sale, che sono egualmente prive di qualunque spiegazione nel merito delle opere esposte. Almeno, trattandosi di una mostra su un’epoca determinata, le opere sono coeve, cosa che non accade altrove, dove si scontrano malamente pezzi neoclassici con pezzi informali e altre amenità. Disposti senza riferimenti, i quadri, le sculture e le installazioni risentono di una generale intellettualissima vocazione all’assenza, sintomo evidente della protesta sessantottina ...

Angeli, Ritratto di Mao con Bandiera Rossa

 

Pascali, Bachi da setola

  

Zorio, Senza titolo

  

Ho letto alcune recensioni di questa mostra che elogiano le scelte della curatrice, Ester Coen, sulla base di una presunta rivoluzione nel messaggio: il ‘68 ha sovvertito la morale e la tradizione, quindi la sua celebrazione non può attenersi alle regole borghesi e tradizionaliste di una banale esposizione artistica. Si potrebbe aggiungere, su questa base, che allora sarebbe stato meglio non celebrarlo affatto. D’altra parte, seppure con cautela, altre recensioni più obiettive sottolineano la singolare carenza di informazioni, che a mio parere va invece del tutto stigmatizzata.

Che poi esista un’arte del 68 è tutto da vedere. Un’arte intorno al 68 certamente sì, e l’idea di privilegiare gli esponenti dell’Arte Povera è corretta. Così sono presenti Boetti, Fabro, Kounellis, Paolini, Prini, Anselmo, Merz, Paolini, Pistoletto, Zorio, e risultano segnalati anche Penone, Ceroli e Pascali perché già presenti nella Galleria. Gli artisti stranieri sono relativamente pochi, la Land Art di Long è presente con un gruppo di sassi al centro, il minimalismo di Judd e Andre con due tipici pezzi di matrice geometrica, di metallo per il primo e di legno per il secondo, ma in ambito straniero spicca l’assenza di Beuys, sicuramente il più noto tra i grandi contestatori degli anni Sessanta e Settanta.

Un igloo posticcio di Merz, una grande immagine di Angeli dedicata a Mao, le bandiere rosse di Schifano in una grande e notevolissima tavola che forse è la cosa migliore in assoluto, insieme ai tre lenzuoli di Zorio e alla bizzarra composizione di Fabro, nel complesso queste sono le opere più interessanti da vedere. Ma lo spettatore paziente può anche andarsi a cercare, sala per sala, le straordinarie invenzioni di Pascali in possesso della Galleria, di cui di fatto è l’autentico nuovo protagonista, tra i bachi da setola e i dinosauri, protagonista geniale di un’epoca ormai lontana, morto ad appena 33 anni proprio in quell’anno, il 1968, che non avrebbe neppure vissuto per intero e del quale di fatto potrebbe essere, lui da solo, il miglior rappresentante.

 

Didascalie delle immagini
Alighiero Boetti, Planisfero politico, 1969
Mario Schifano, Festa Cinese, 1968
Luciano Fabro. Tre modi di mettere le lenzuola. 1968
Franco Angeli, Ritratto di Mao con Bandiera Rossa, 1968
Pino Pascali, Bachi da setola, 1968
Gilberto Zorio, Senza titolo, 1966

Scheda tecnica

E’ solo l’inizio, Galleria Nazionale, viale delle Belle Arti 131, Roma.
Orari d'apertura, da martedì a domenica 8.30 — 19.30, lunedì chiuso.

Ingresso 10 € (intero), 5 € (ridotto)

 

 

 

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