Fogli e Parole d'Arte

Rivista d'arte on line, ha ricevuto il codice ISSN (International Standard Serial Number)
1973-2635
il 23 ottobre 2007.

Fogli e Parole d'Arte è diretta da
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La Galleria fuor di sesto

Davanti all'Ercole e Lica canoviano si trova adesso il pavimento liquido a scomparti inventato da Pino Pascali, una delle sue Pozzanghere azzurre per capirci, e non i Bachi da setola come ci si poteva aspettare dai poster della mostra "Time is Out of Joint" in corso dall'ottobre 2016 e fino al 2018 presso la ex Galleria Nazionale di Arte Moderna di Roma. Il contrasto tra le due opere, cui si unisce la parete posteriore di Penone (una miriade di spine di acacia), potrebbe essere interessante, il colosso bianco, tridimensionale e verticale, versus la singolare superficie azzurra orizzontale, ma nasce in realtà da una situazione assai più discutibile che interessante.


Premetto che intendo esaminare questa situazione cercando di essere obiettivo, ma per parlarne devo soprattutto basarmi sulla mia personale esperienza di studioso e di docente. A partire dal 1988, o forse dal 1989, ho visitato la GNAM di Roma in pratica ogni anno, spesso alla guida delle mie classi quinte liceali, e ho un ricordo preciso dell'ampia collezione di opere ottocentesche e novecentesche distribuita in molte sale, non certo emozionante ma neppure noiosa, di sicuro utilissima per seguire il percorso artistico della modernità. Dopo un lungo periodo di stasi, e dopo le infinite polemiche nate per la costruzione di una nuova ala del museo mai conclusa (la cosiddetta ala Cosenza dal nome del suo progettista, che a suo tempo la direttrice Palma Bucarelli voleva affidare a Walter Gropius), la Galleria da alcuni anni è vittima di una curiosa sindrome di iperattività. Già nel 2012 mi ero occupato della sua nuova vita, e rimando a quell'articolo su questa stessa rivista per le considerazioni legate alle trasformazioni precedenti la attuale; d'altra parte devo confermare i termini decisamente scettici con cui ne commentavo la trasformazione statutaria in Galleria Nazionale di Arte Moderna e Contemporanea, una vera e gratuita sciocchezza visto che a Roma negli ultimi anni sono stati aperti due nuovi musei, il MAXXI e il MACRO, proprio alla contemporaneità destinati. Ma non ci vuole molto, ragionando, a trovare la semplice spiegazione delle sindrome che affligge la Galleria: nel 2012 esattamente come oggi la GNAM voleva e vuole avere più visitatori e più incassi, e a tale scopo l'unica soluzione – a detta di molti - sembra essere quella di cambiare faccia.

Nel 2012 furono spostati, non per la prima volta dopo il 2000, vari pezzi da una sala all'altra, per recuperare e delimitare un'intera ala destinata a esposizioni temporanee, considerate un modo sicuro per attirare visitatori. (Qui va aggiunto e precisato che delle numerose mostre organizzate in questi quattro anni se ne salvano, per qualità e successo, non più di tre).

L'allestimento generale fu modificato nel 2012, ma nel complesso restavano evidenti le strutture cronologiche, le scuole, gli stili, e chi entrava nella Galleria riusciva a muovercisi secondo una certa logica. In particolare, le classi in visita didattica (i principali fruitori dei musei) potevano seguire quella logica e riconoscere dal vero quanto studiato a scuola; ma - ahinoi - le scolaresche non pagano biglietto, e tanto gli indigeni quanto i turisti se non leggono sui giornali "grande mostra" non vanno certo in un museo d'arte moderna collocato nella città d'arte classica, rinascimentale e barocca per antonomasia.

Ci si potrebbe chiedere se, una volta stabilito che un Museo deve essere visitato da migliaia di persone (elemento nient'affatto essenziale alla vita di un Museo), non si potrebbe semplicemente rinnovarlo negli arredi, nelle luci, negli spazi, rivolgendosi a uno di quei tanti bravissimi architetti che lavorano oggi, ma forse questa possibilità è sfuggita ai nuovi amministratori. Certamente le sale un po' scure dell'Ottocento, con troppi quadri e una qualche assenza di respiro, erano da ripensare, ma la scelta della nuova direttrice e dei suoi assistenti è andata ben oltre il ripensamento: ha deciso di fare piazza pulita del vecchio museo, ora ribattezzato chissà perché La Galleria Nazionale.

Le sale dunque sono state imbiancate da cima a fondo, proprio dovunque, anche dove c'erano arredi eleganti e vaste decorazioni a parete; le opere sono state tutte spostate o rimosse; incredibilmente, è stata smontata anche la notevolissima opera del 2012 di Alfredo Pirri che fungeva da ingresso, con il pavimento di specchio calpestabile; e infine e soprattutto è stata del tutto dissestata, o slogata, o scardinata, la distinzione tra Ottocento, Novecento e Duemila, come dice appunto il titolo amletico "Time is out of joint", il tempo è fuor di sesto. Il nuovo allestimento inoltre si preannuncia provvisorio, visto che Time is Out of Joint ha una data di chiusura nel 2018; si può inferire che una seconda mostra rimetterà in gioco il tutto, magari giocando sul condivisibile sistema della rotazione delle opere. Per mostre di minor durata è stata preparata la grande sala dopo l'ingresso, inaugurata tre mesi fa da "The Lasting" (aperta fino al gennaio 2017) con un criterio del tutto simile al resto, qualche pezzo nuovo e qualche pezzo vecchio.

Le nuove sale sono dunque eleganti, luminose, e in qualche caso semivuote, a lasciare un respiro che può sfiorare l'apnea. Sono quasi scomparsi i realisti dell'Ottocento e i Futuristi, mentre sono stati concessi spazi ad autori emergenti, contemporanei appunto, che hanno disegnato leoni nel vasto corridoio dove trovavano posto le opere di Optical Art e hanno appeso carcasse di cavalli al soffitto dove si trovava Sartorio. Nel merito della scultura, come sempre maltrattata, sono scomparsi gran parte dei busti e dei ritratti a vantaggio di un tavolone con molti bozzetti, ed è stato fatto poi un esercizio curatoriale che meriterebbe una denuncia morale, se non fiscale, da parte di chi studia il Neo-Classicismo. Infatti, molte statue che nell'ultima versione della GNAM stavano insieme all'Ercole canoviano, sono state collocate senza basamento, di spalle, come se fossero spettatori intenti a guardare i quadri alle pareti di alcune sale. Non può non venire in mente la Venere degli stracci di Pistoletto, ma è possibile che nessuno si sia chiesto se questa trovata non corrisponda nei fatti alla creazione non autorizzata di un'opera nuova, un'installazione, e quindi allo stravolgimento di perlomeno due opere esposte (ovvero la statua che guarda e il quadro guardato)?

Qualcuno in realtà se lo è chiesto, se è vero che tre membri del comitato scientifico del Museo si sono dimessi in questi ultimi mesi. Forse sono dei bacchettoni come me o forse semplicemente – da appassionati di arte contemporanea, come me – hanno visto in queste trovate un puro strumento di business e non di cultura e hanno anche intravisto un evidente attentato a una regola non scritta: che un buon direttore di museo è quello di cui nessun visitatore cerca di sapere l'identità.

 

Scheda tecnica

Time is Out of Joint, aperta sino al 15 aprile 2018, Galleria Nazionale di Arte Moderna di Roma, viale delle Belle Arti. Ingresso 10 euro, ridotto 5 euro, tutti i giorni tranne il lunedì dalle 8,30 alle 19,30.

 

 

 

 

 

 

 

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