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1973-2635
il 23 ottobre 2007.
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Una tavola con i Comandamenti dell’Ermetismo Rinascimentale

Antonio del Pollaiolo, La Mensa Isiaca. Museo Egizio, Torino
Nel 1419 Cristoforo Buondelmonti scoprì Hyeroglyphica di Orapollo, opera del V secolo di uno scrittore di nome Nilo; il trattato dava una interpretazione simbolica dei geroglifici in luogo della loro reale funzione fonetica. La diffusione del manoscritto fu considerevole e comportò una grande rivalutazione dell’antica cultura egizia di cui erano depositarii sacerdoti che si credeva avessero addirittura il potere di vitalizzare le statue. Esplose il trend di trasmettere i moti dell’animo tramite simboli recepibili soltanto da adepti;le imprese, affiancate allo stemma, quasi una collana intorno ad esso, erano composte dal corpo che riprendeva i malintesi simboli egizi dei geroglifici (il bue per la fatica del lavoro , la volpe come furbizia ...); al corpo che rappresentava l’elemento essenziale dell’impresa,veniva aggiunto il motto come un particolare sentire dell’animo trasmesso cripticamente agli adepti; l’impresa venne addirittura posta sullo scudo (il Castello Sforzesco di Milano ne è adornato in grande quantità). Uno dei simboli egizi più significativi era il serpente che si morde la coda, che poteva interpretarsi come il ritorno dell’essere all’uno, descritto in Orapollo e ripreso dalla filosofia neoplatonica per evocare il ricongiungimento dell’anima con Dio; mirabile reinterpretazionene è il Fregio del frontone della Villa medicea di Poggio a Caiano.

Il serpente che si morde la coda in raffigurazione dell’antico Egitto. A sinistra uno degli emblemi dell’Antico Egitto: l’occhio ripreso da Leon Battista Alberti per il suo occhio alato.

Il serpente che si morde la coda nel Fregio del frontone della Villa Medicea di Poggio a Caiano realizzato da Andrea Sansovino e per una formella da Bertoldo su disegno di Antonio del Pollaiolo.
La credenza sul significato simbolico dei geroglifici andò avanti per secoli fino al 1799 quando l’ufficiale napoleonico Pierre-François Bouchard fece dissotterrare un'antica fortezza egizia a Rashid (Rosetta), sulla costa settentrionale dell’Egitto. Venne alla luce la cosiddetta Stele di Rosetta, un blocco di granito dove era inciso un decreto sacerdotale in onore del Faraone Tolomeo V; il decreto era impresso nella pietra in tre lingue: nei geroglifici, nell’egizio-post geroglifici (demotico) e in greco; da lì a pochi anni i geroglifici vennero interpretati nella loro funzione fonetica.
Per le sempiterne lotte anglo-francesi la Stele di Rosetta è finita al British Museum.
Anche se ingannevole il simbolismo egizio ebbe un effetto dirompente; uomini di potere e di cultura furono spinti a ricercare documenti che potessero testimoniare le antiche verità; Cosimo de’ Medici non si sottrasse all’impulso conoscitivo e nell’ultima parte degli anni Cinquanta del Quattrocento inviò il monaco Leonardo da Pistoia a ricercare testi antichi in Oriente. Il religioso trovò in Macedonia l’oggetto dei sogni di Cosimo, il Corpus Hermeticum, un’opera all’epoca ritenuta antica e datata al periodo di Mosè. Psello , un erudito bizantino. aveva recuperato nel secolo XI il Corpus Hermeticum che in quel periodo venne depurato di capitoli riguardanti la magia e l’alchimia ed altre scienze occulte nettamente contrastanti con la cultura cristiana. Al rientro in Italia, nel 1460, Leonardo da Pistoia si precipitò a portare il manoscritto a Cosimo de’ Medici; questi si infervorò per la possibile lettura di un testo contenente le antiche verità, chiamò Ficino, all’epoca intento a tradurre Platone e gli commissionò con immediato seguito la traduzione del Corpus Hermeticum dal greco in latino. Nel 1463 Ficino aveva terminato la sua opera e il manoscritto, circolante tra gli acculturati, ottenne un grande consenso; Tommaso Benci, choophilosophus di Ficino nell’Accademia Platonica, tradusse il Corpus dal latino in volgare ottenendo favore ancora più ampio. Ficino indicò Orfeo (gli Inni), Platone e Plotino come i più tardi depositari della sapienza antica contenuta nel Corpus; era ormai partito il nuovo trend, in primis filosofico ma in seguito anche araldico, per trasmettere stati d’animo e messaggi tra adepti: l’indirizzo ermetico diveniva la struttura portante dell’indagine conoscitiva.
Il Corpus Hermetictum era attribuito a Ermete chiamato Trismegisto perché tre volte grandissimo: grandissimo filosofo, grandissimo sacerdote e grandissimo Re. Platone identificò Ermete sia con Thot, Dio egizio che soprintendeva alla sapienza, alla scrittura alla matematica e a tutte le arti, sia con il Dio greco Hermes. Nel periodo romano si elucubrò a lungo sui vincoli di parentela di Ermete con Mercurio, l’omologo di Hermes.
Ermete venne considerato una sorta di grande profeta pagano, lo scrittore più antico e illuminato di opere, quasi coeve alle Leggi mosaiche, perfettamente compatibili con il Cristianesimo. Il Corpus Hermeticum comprende quindici dialoghi, dei quali i più interessanti sono l’Asclepius che tratta della religione, dei riti e dei rituali magici degli antichi Egizi; il Pimander tratta della creazione del mondo, con toni e parole simili a quelli del Genesi.
Si generò la convinzione che l’Egitto faraonico fosse la fonte primaria di ogni scienza, e che i grandi filosofi greci avessero scritto le loro opere solo dopo aver imparato direttamente dagli stessi sacerdoti egizi, devoti in particolare a Thot, Dio dal becco di Ibis, il cui numero di riferimento era il tre e il metallo di riferimento l’argento. Marsilio Ficino credeva fermamente che Ermete Trismegisto avesse profetizzato il Cristianesimo e se ne fece divulgatore. Con tutta probabilità Ermete Trismegisto non è mai esistito, ma Ficino trovò conforto, per divulgare Ermete, nei Padri della Chiesa che descrissero Ermete come fondatore della cultura, inventore della geometria, dell’astronomia, dell’astrologia, della grammatica e della musica. Con tali premesse Ermete poteva entrare nei luoghi di culto cristiano; ne è mirabile testimonianza il commesso di marmo disposto nel pavimento del Duomo di Siena che mostra un percorso esoterico di eccezionale importanza. Il primo commesso raffigura per l’appunto Ermete nell’atto di dare un manoscritto a due personaggi, uno vestito all’orientale ed uno vestito all’occidentale; sembra chiaro l’intento di presentare Ermete come colui che fa dono della verità a tutti gli uomini indipendentemente dalle loro religioni. Le scritte poste sul commesso sono cariche di significato: Ermete è chiamato anche Mercurio, distribuisce la cultura sacra egizia ai popoli di tutte le religioni, celebra il Verbo Incarnato.

Su disegno di Antonio del Pollaiolo, Pavimento del Duomo di Siena. Commesso di marmo che illustra Ermete Trismegisto mentre distribuisce un volume con l’antica sapienza a due personaggi, orientale e uno occidentale.

Parato di San Giovanni(particolare) Storia del Battista. Intessuta su disegno di Antonio del Pollaiolo. Museo dell’Opera del Duomo Firenze.
Le analogie stilistiche con il commesso di marmo del Duomo di Siena sono evidenti.
I commessi di marmo del pavimento del Duomo di Siena vengono attribuiti ai disegni di Giovanni di Stefano; l’attribuzione è da giudicare corretta ma non per il commesso riguardante Ermete Trismegisto; un esame sommario consente di evidenziare una notevole differenza qualitativa con gli altri commessi. Ho già scritto in passato che nel commesso di Ermete è da riconoscere la mano progettuale di Antonio del Pollaiolo; il confronto delle figure del commesso con i personaggi del parato di San Giovanni, un complesso di paramenti sacri con la raffigurazione della vita del battista, intessuti su disegno di Antonio del Pollaiolo, consente di rilevare analogie stilistiche difficilmente confutabili.
Terminata la traduzione del Corpus Hermeticum nel 1463 Ficino riprese i suoi studi e le sue traduzioni di Platone. Il 7 novembre 1468 radunò i suoi adepti dell’Accademia Platonica per il Simposio sull’amore; in quella sede venne discussa e codificata la teoria neoplatonica sulla bellezza e sull’amore. In altro contributo presente in Fogli e Parole d’Arte ho esaminato approfonditamente il ritratto di Ginevra Benci fatto da Leonardo. La scritta Virtutem Forma Decorat, posizionata sul retro del dipinto, rappresenta la sintesi del pensiero filosofico neoplatonico sull’amore e sulla bellezza: l’amore è desiderio di bellezza; la bellezza è grazia derivante, per la parte sensibile, dalla concordia di colori e linee, per la parte intellegibile dalle virtù. La bellezza fisica è un fortunato attributo dell’essere umano ma ha una funzione di supporto alla bellezza spirituale; come non porre mente ai precetti di Leon Battista Alberti in Architettura che riprendevano le credenziali neoplatoniche : la bellezza strutturale degli edifici (Pulchritudo) viene esaltata dalle ornamentazioni (Hornamentum). L’arte viene esaltata da Ficino perché, in quanto rappresentazione del bello, evoca un sentimento di amore. Platone ha aperto la strada in tal senso nel Fedro con la teoria del divino furore: dei quattro stadi dell’anima il furore dell’Eros è il più importante perché è quello che consente il ricongiungimento dell’anima con il Mondo delle Idee (Dio per i neoplatonici).
Hieroglyfica, il Corpus Hermeticum e gli studi Platonici sulla bellezza e sull’amore portarono alla Mensa Isiaca.

Giovanni Paciarelli, Pianta del pavimento del Duomo di Siena (1884).
La Mensa Isiaca

Atanasio Kircher; Elaborazione grafica della Mensa Isiaca
La Mensa Isiaca, oggi locata al Museo Egizio di Torino,è una tavola rettangolare in bronzo fuso di cm. 128 per 75, con un orlo perpendicolare che corre nei quattro lati, di altezza da 5 a 6 centimetri.
Si tratta di un'opera di fusione alquanto complessa e imponente, eseguita probabilmente a staffa, una tecnica che consente il riutilizzo delle matrici.
La tavola è lavorata ad agemina: la tecnica consiste in una prima incisione sul bronzo cui segue il riempimento dei solchi con fini di argento, oro e rame immessi a pressione. Nella Mensa è associato,per le parti scure come il capillizio, il niello (riempimento dei solchi con metalli fusi: amalgami di argento, rame e piombo anneriti con zolfo). Tra gli oggetti egizi su cui e stata accertata la presenza deI niello è da ricordare il pugnale deltesoro della regina Ahhotep, risalente all'inizio della XVIII dinastia; la tecnica della niellatura fu usata anche su altri oggetti deI medesimo tesoro, tuttora presenti.
E’ già stato osservato che una tecnica così elaborata presente nell’antichità egizia non apparteneva alla cultura e alle usanze romane. Si tratta pertanto di un’opera dell’antichità? La risposta è no, perché i geroglifici presenti nella Mensa Isiaca sono ad effetto simbolico e non fonemico come erano i veri geroglifici egizi; non sembra proponibile che gli egizi facessero falsi geroglifici avendo piena conoscenza di quelli veri.
Se la tavola non era egizia e non era romana poteva essere rinascimentale? La risposta è sì, ma chi poteva avere nel Rinascimento una tale maestria per trattare il bronzo fuso con agemina e niello insieme? Soltanto una mano poteva fare un lavoro di intarsio così complesso, la mano dell’orafo per eccellenza del Rinascimento: Antonio del Pollaiolo, la Musa di Ficino e di Cristoforo Landino.
A chi doveva essere devoluta la Mensa Isiaca? Lo vedremo poi; ora analizziamo l’opera da un punto di vista iconografico. Si rileva al primo impatto il tratto deciso dell’incisione, senza soluzione di continuità, frutto di un’esperienza consolidata. La centralità dell’incisione è impiantata su sette personaggi dei quali soltanto tre sono nobilitati da un sovrastante baldacchino; cinque personaggi tengono in mano la croce ansata che nella iconografia egizia era tenuta in mano dagli Dei. La critica ha riconosciuto Iside nel personaggio al centro della tavola per il ramo di papiro tenuto in mano ed anche per il disco solare e le corna di vacca tenuti spesso in testa nelle sue raffigurazioni egizie; per i restanti personaggi non è stata riscontrata una corrispondenza iconografica. Ciò che non si è considerato è il movente culturale della Mensa: l’opera doveva contenere i Comandamenti dell’ermetismo rinascimentale per cui Iside, nominata nel Corpus Hermeticum, il cui culto risuonava nel Rinascimento, doveva avere una precisa identificazione; i restanti personaggi venivano presentati ermeticamente .
A destra di Iside troviamo un personaggio che in base a quanto scritto è da riconoscersi in Thot, per il lungo becco da ibis. Alla sinistra di Iside una dea che apparentemente non ha specifici riferimenti. La dea Bastet nelle primitiva rappresentazione aveva muso di leone, poi tramutato in muso di gatto; se guardiamo al di sotto al personaggio notiamo un leone in gabbia: è l’ermetico riferimento alla sovrastante divinità. Al piano inferiore sulla sinistra, al disotto del baldacchino un personaggio che non è un Dio perchè non tiene in mano la croce ansata, ma un notabile di grande importanza: non può che essere un sacerdote egizio: il Sacerdote Bitys nominato nel Corpus Hermeticum; alla sua sinistra una divinità femminile con piume in testa: Maat. Di seguito un personaggio maschile con volto adunco che ha sulla testa una sorta di cesta dove è riposto un copricapo egizio: è la congiunzione di Atum con Ra.

Il Dio egizio Atum e il Dio egizio RA. I due Dei si riunirono in una unica divinità.
A destra sotto il baldacchino una dea con un volto di animale (vacca):Hathor. Di contorno ai personaggi la tavola mostra scene diverse relative a fatti della vita quotidiana di una Corte Rinascimentale di grande importanza. La lettura individua i personaggi egizi presenti nella tavola, se pur criptati secondo i principi del Corpus Hermeticum; dietro a loro si celano altri personaggi di spicco nel periodo rinascimentale, ma andiamo con ordine. Iside, Dea di riferimento del Corpus, è Battista Sforza, sposa di Federico di Montefeltro, la Contessa che cumulava tutte le virtù e le prerogative della Dea egizia; alla sua sinistra Bastet testimonia la sensualità,la prolificità e l’amore protettivo della Contessa per i figli. Inaspettatamente Iside viene raffigurata senza la croce ansata in mano; c’è una volontà ben precisa di “chiarire” che il vero riferimento era, più che alla Dea, alla mortale Battista Sforza, per la quale la Mensa era verosimilmente un dono dedicatorio. Alla destra di Battista Thot che ovviamente è Federico di Montefeltro, il capitano di ventura amante della matematica e di tutte le scienze. Federico è a destra di Battista che, in quanto vivente, deve cedere il posto di onore al suo sposo.

A sinistra, Antonio del Pollaiolo, altorilievo che costituiva la fronte del portale della Cappella di Rusciano,
particolare (collezione privata).
A destra, immagine della miniatura con l’Impresa dello Struzzo del Codice Urb. Lat. 508. Disputatione Camaldulenses, particolare.
Nelle due rappresentazioni lo struzzo, Impresa in cui Federico di Montefeltro si riconosceva, mostra un animale con becco da ibis: sembra evidente voler osannare il Duca avvicinandolo al Dio Thot
Nel Dittico dei Duchi di Urbino il Duca è a sinistra di Battista, perché l’opera se pur realizzata subito dopo la morte di Federico viene immaginata nel momento del trapasso di lui, quando di fronte ai suoi occhi torna il volto di Lei e Volterra, la sua più osannata impresa; nel retro del Dittico, Federico è ormai morto ed è posto a sinistra con il suo carro che si congiunge a quello di Battista morta dieci anni prima.
Ma torniamo alla Mensa. Nel piano sottostante sormontato dal Baldacchino abbiamo individuato il Sacerdote egizio Bitys nominato nel Corpus Hermeticum; è fin troppo evidente intuire chi si celi dietro di lui : il sacerdote rinascimentale per eccellenza, Marsilio Ficino; è lui che dà l’input della stesura della tavola. A seguire: Maat che non è un riferimento ad una persona fisica ma ad uno dei due capisaldi della filosofia ficiniana: l’armonia. Maat, si è detto, era la Dea dell’armonia; Ficino esalta l’ Harmonia inserendola tra le virtù che l’anima visita nel suo periplo prima di ricongiungersi al Mondo delle Idee. Nel Commentarium in Platonis Convivium De Amore Ficino esalta l’arte in generale e in particolare la musica perché espressioni in grado di creare nell’uomo non soltanto una condizione di armonia in sé, ma anche una connessione di questa con l’armonia celeste. Pitagora diceva che porgendo l’orecchio all’Universo riusciva ad ascoltare i suoni armonici delle sfere celesti. La musica per Ficino generava un ordine armonico, specchio di un calcolo di scienza matematica che diveniva metafisica ed espressione del divino. Ecco perché le tarsie degli Studioli di Urbino e di Gubbio sono ricolme di strumenti musicali: si voleva celebrare con la musica la scienza prima per Federico di Montefeltro, la Matematica; basta ricordare quanto scrive il Conte nella Patente del 1468 con cui nominava temporaneamente Luciano Laurana Capo-fabbrica del Palazzo comitale di Urbino “… e maxime di quelle virtù che sempre sono state in prezzo appresso gli antichi e moderni, com’è la virtù dell’architettura fundata in l’arte dell’arismeticae geometria …”. L’armonia cosmica era splendidamente emulata alla Corte urbinate anche e soprattutto per la gestione che ne faceva il fac-totum della Contea , Ottaviano Ubaldini della Carda, fratello di Federico di Montefeltro. L’Ubaldini è a mio avviso da riconoscersi nel personaggio Atum-RA, il fac-totum del mondo; in tal guisa si comportava Ottaviano Ubaldini, l’esoterico alchimista che disdegnava l’arte cristiana propugnata da Piero della Francesca. Alla sinistra di Atum-Ra il personaggio femminile sotto il baldacchino che si è detto essere Hathor. E’ Ficino ad imporre che Hathor venga posta sotto il baldacchino: bellezza e amore sono i capisaldi della filosofia ficiniana per ricongiungersi con Dio. Le scene che fanno da contorno ai sette personaggi della Mensa Isiaca vogliono immortalare la vita di Corte a Urbino. Altrove ho rimarcato come Antonio del Pollaiolo frequentasse la corte di Urbino già dalla seconda metà degli anni sessanta del Quattrocento come architetto in pectore, in attesa di un suo perfezionamento al seguito di Leon Battista Alberti. In quegli anni Antonio era ormai il primo orafo di Firenze e attendeva sempre con maggiore maestria alla pittura. I legami dell’artista con Marsilio Ficino e Cristoforo Landino facevano da garanti per un suo pieno inserimento quale Musa dell’ermetismo neoplatonico.
In una parte della Mensa si legge Nilo (l’autore di Orapollo); la scritta non deve essere intesa come una firma ma come la fonte di ispirazione di Antonio del Pollaiolo per l’opera. La scritta Nilo è inserita tra le gambe di uno scarabeo un insetto che si riscontra negli amuleti egizi perché portatore di fortuna, per la Contessa per l’appunto. Antonio del Pollaiolo divenne il campione in arte dell’ermetismo rinascimentale; ne sono prova le molte opere d’arte uscite dalla sua mano ma attribuite ad altri. Antonio del Pollaiolo è stato maestro di Leonardo per le arti visive e maestro di Bramante per l’architettura. Il maestro Pollaiolo insegnò ai suoi allievi l’ermetismo in arte: Leonardo si è prodigato in elaborazioni di Rebus; la Gioconda è un caposaldo ermetico. Bramante ha scritto un poemetto dal titolo Antiquarie Prospettiche Romane in cui ufficialmente invitava Leonardo a visitare Roma, ma la recondita richiesta era che il Vinci facesse il busto del comune maestro Antonio del Pollaiolo da disporsi sulla sua tomba in San Pietro in Vincoli.
Quanto all’iter storico della Mensa Isiaca il primo a impossessarsene fu Pietro Bembo, un umanista grande appassionato d’arte; due sono le versioni per l’appropriazione: Pietro Bembo l’avrebbe acquistata da un fabbro di Bologna cui era pervenuta nel1527, dopo il famoso sacco di Roma da parte dei Lanzichenecchi. Secondo un’altra versione, Bembo la ricevette in dono dal papa Paolo III Farnese. C’è però una terza ipotesi, più credibile. Pietro Bembo è vissuto a Urbino per sei anni ed è quanto mai probabile, per la sua grande fame di opere d’arte, che se ne sia impossessato al Palazzo Ducale.
Il figlio di Bembo nel 1592 vendette la Mensa al Duca di Mantova che la fece collocare nella Pinacoteca Ducale. Nel 1628 la Mensa fu acquistata dal Duca di Savoia Carlo Emanuele I.