Fogli e Parole d'Arte

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Spettacoli sulle scene e sugli schermi

Emilia, di Claudio Tolcachir

 

 

Dalla Trilogia del living, presentata al Napoli Teatro Festival del 2012, al più recente Dinamo abbiamo sempre ammirato i drammi dell'argentino Claudio Tolcachir in lingua spagnola con sovratitoli in italiano. Anche Emilia, interpretata dalla sua fedele compagnia Timbre 4, ha fatto una rapida apparizione al Piccolo di Milano nel 2015. Grazie alla produzione del Teatro di Roma ora è possibile vedere lo stesso dramma, al Teatro Argentina fino al 23 aprile, con un cast tutto italiano che vanta la presenza di una Giulia Lazzarini al massimo delle sue potenzialità espressive.

Esperimento interculturale certamente riuscito, ma comunque arduo e rischioso perché lo spirito tragico e grottesco che caratterizza la drammaturgia di Tolcachir scorre nelle vene della sua compagnia ed è difficilmente traducibile in scena da attori appartenenti ad un'altra cultura e ad altre scuole teatrali.

Grazie alle sue doti registiche, a una traduzione molto efficace e alle indubbie doti attorali degli interpreti italiani, lo spettacolo riesce comunque ad aderire in buona parte a una scrittura teatrale che tende allo spaesamento e al parossismo.

Emilia è un dramma sospeso tra memoria, realtà e immaginazione. Lo spazio è un ring vuoto circondato ai lati da ammassi di coperte impilate, sedie, valigie, credenze e cianfrusaglie varie. Dalla porta sul fondo entra Emilia (Giulia Lazzarini) la bambinaia che non è stata allattata dalla madre e che ha dedicato la vita a prendersi cura dei figli degli altri. Entra in scena in punta di piedi, lo sguardo un po' triste, l'ombra di un sorriso sul volto rassegnato, le mani che disegnano emozioni nel vuoto con levità e misura.

Difficile dire da dove venga o dove si trovi, ma una frase chiave trasforma lo spazio che calpesta in un luogo della memoria. " Ci sono momenti nella vita in cui i morti si fanno più presenti dei vivi ". Indica il profilo di una donna avvolta nell'ombra e lascia intendere di essere rinchiusa in luogo dove, più che vivere, si può solo ricordare. Un carcere probabilmente, dove sconta la pena per un crimine che commetterebbe di nuovo.

Il thriller è innescato e un cambio repentino di luci trasforma il passato in un presente vivace e tangibile. Walter (Sergio Romano) invita la sua vecchia tata Emilia nella casa dove si è trasferito da poco con la moglie Carolina (Pia Lanciotti) e il figlio Leo (Josafat Vagni). Walter è orgoglioso della sua famiglia modello e ci tiene a mostrare alla donna i successi raggiunti dopo un 'infanzia e un' adolescenza a dir poco difficili. Ma la sua famiglia è malata fino al midollo e la nuova casa più grande è talmente oberata di oggetti accatastati alla rinfusa, da impedire ai suoi inquilini di trovare un bicchiere d'acqua per l'anziana ospite.

Le situazioni sono estreme e i piani della realtà, del ricordo e del sogno si accavallano e si confondono. Lo si nota in particolare quando i personaggi interagiscono tra di loro, mentre Emilia racconta in prossimità del pubblico la storia del suo Walter. Da piccolo soffriva di balbuzie e ha bagnato il letto fino all'età di tredici anni. La madre non si è mai curata di lui perché afflitta da continui mal di testa. Tolcachir esaspera i sintomi dei disagi di ognuno facendo il verso agli psicologismi d'accatto, e li moltiplica creando dei doppi tra i personaggi. La madre di Walter trova un corrispettivo nella moglie Carolina, una donna catatonica, forse impasticcata e disabitata dal desiderio che si trascina da un lato all'altro della scena come fosse un automa. Leo, il figlio di primo letto di lei, è il doppio del patrigno Walter, con il quale condivide una certa tendenza alla compulsione e all'isolamento. E' un erotomane onanista che si diverte soltanto a suonare lo xilofono e che non riesce a controllare gli istinti (importuna persino la povera Emilia). Walter lo soffoca di attenzioni per dimostrare a se stesso essere un bravo padre. Ma nulla è come appare. L'incomunicabilità tra i componenti della famiglia è assoluta e molti comportamenti rasentano l'autismo e l'autodistruzione. Emilia è costretta a rimanere per assicurare un minimo di equilibrio al gruppo familiare. Ma l'arrivo di Gabriel (Paolo Mazzarelli), il primo marito di Carolina, oltre a risvegliare di botto i sensi della donna che si trasforma in una virago, affonda la vicenda nel tragico. Una trama da telenovela che potrebbe anche essere il frutto delle fantasie distorte di un' anziana signora che, tra le altre cose, racconta di aver vissuto sotto i portici con un cane.

Il ritmo dell'azione è ben cadenzato nei suoi passaggi tra passato e presente ma gli attori più giovani, sebbene coesi e talentuosi, spingono spesso la recitazione verso un realismo che a volte stona con la sospensione spazio temporale di una pièce che straborda nell'assurdo.

Lo spettacolo è comunque da non mancare sia per l'alto spessore e l'intelligenza della drammaturgia, sia per la suprema prova della Lazzarini che con i suoi gesti minimi e i suoi sguardi persi nel nulla, sa entrare in perfetta sintonia con la sensibilità di Tolcachir.

 

Scheda tecnica
EMILIA, scritto da Claudio Tolcachir. Traduzione di Cecilia Ligorio. Scene: Paola Castrignanò. Costumi: Gianluca Sbicca. Luci: Luigi Biondi. 

Con: Giulia Lazzarini, Sergio Romano, Pia Lanciotti, Josafat Vagni, Paolo Mazzarelli. 
Regia di Claudio Tolcachir. Foto di scena: Achille Le Pera.
Produzione Teatro di Roma – Teatro Nazionale.
Prima nazionale: 25 marzo 2017.

 

 

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