Fogli e Parole d'Arte

Rivista d'arte on line, ha ricevuto il codice ISSN (International Standard Serial Number)
1973-2635
il 23 ottobre 2007.

Fogli e Parole d'Arte è diretta da
Andrea Bonavoglia (Roma)
e distribuita on line dalla società Ergonet di Montefiascone (Vt).

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I tesori dell'incredibile

 

Il primo impatto è la statua nera (The Fate of a Banished Man) davanti a Palazzo Grassi, visibile dal Canale, dal vaporetto, e pensi a un misto tra grandioso e presa per i fondelli perché quando la guardi da vicino è esagerata, è televisiva, un uomo schiacciato insieme al suo cavallo da un serpente gigantesco che è fermo nel momento prima di azzannare la sua testa: lui chiude gli occhi per non vedere l'imminente pericolo ed emette un grido muto di dolore. (Fig. 1)

Fig. 1

Dentro Palazzo Grassi vedi per prima cosa, nell'atrio, un gigante, Demon With Bowl, con unghie dei piedi e delle mani ad artigli, non ha testa, ma due braccia e due mani di cui la sinistra tiene una ciotola e la destra, insieme al braccio attaccato, è tirata indietro come in un uomo che marcia, indice e pollice si toccano, e questo gigante sembra venirti incontro e volerti offrire la sua ciotola. Se stai al gioco della mostra e ti immedesimi nella sua favola, puoi vedere in un filmato al mezzanino il ritrovamento di una statua meno gigante sul fondo del mare, dove sembra passeggiare su un prato verde. Ovviamente le due statue sono distinte, quella in acqua è “non restaurata”, quella nell'atrio è una “copia” con alcune “incrostazioni” subacquee dello stesso materiale. (Fig. 2)

Fig. 2

La molteplicità vale per tutti gli esposti, vedi un esemplare com'è stato ritrovato e uno com'è stato ripulito e, tranne per il demone in questione delle misure 1822 x 189 x 1144 cm, esiste anche “una copia moderna” di colori più o meno kitsch, più o meno cosiddetti postmoderni.

Magari ti colpisce che quel che vedi ed intuisci essere un materiale pesante o meno, non corrisponde alle tue aspettative perché è il contrario: la statua del Destino Dell'Uomo Esiliato è di bronzo mentre il Demone Con Ciotola è fatto di resina dipinta. Continuamente la mostra, la favola, gioca con te e con ciò che vuoi vedere o credi di vedere.

La favola “Treasures from the Wreck of the Unbelievable” è raccontata su una paginetta nel piccolo quaderno a disposizione all'ingresso della mostra, in quattro lingue diverse (il catalogo mastodontico consiste quasi esclusivamente di fotografie delle opere): si sarebbe ritrovato nel 2008 e a largo della costa est dell'Africa il relitto di una nave di nome Apistos (Greco antico per “incredibile”) che avrebbe confermato la legenda di Cif Amotan II, uno schiavo liberato che avrebbe raggiunto immensa ricchezza. Avrebbe voluto ricostruire gli artefatti di tempi antichi e li avrebbe trasportati su questa nave verso un tempio costruito per accogliere tutti questi tesori. Ma la nave sarebbe affondata e l'Oceano Indiano l'avrebbe custodita per più di 2000 anni.

Nella sala accanto all'atrio ti fa la lingua l’Head of a Demon con canini da cinghiale o leone e incisivi a forma di molari, con orecchie doppie, o forse uno dei due è un'escrescenza particolare da demone o una conchiglia entrata nel cervello. Non ti sembra la testa del Demon with Bowl, ma mai dire mai, soprattutto perché la “lightbox” alla parete della sala ti vuole far credere che questa testona è stata scavata nel 1932 dall'archeologo nella foto con un'espressione dubbiosa sulla sua appartenenza. (Fig. 3)

Fig. 3

Le opere che vedi sono grandi o gigantesche, intere o rudimentali, le più piccole sono raccolte e visibili in teche vecchio stile come nei musei, soprattutto di archeologia, che conosciamo da quando esistono i musei, e riconosci o credi di riconoscere un pezzo di una certa epoca, qualcosa di egiziano o sumero o babilonico o azteco, i nomi ti sembrano già sentiti, ma c'è sempre un qualcosa che non torna, il materiale stona con l'immagine oppure è troppo liscio o troppo rugoso rispetto alla tua originale idea dell'idolo che hai davanti. A volte non vedi nemmeno un idolo, ma una curiosità della natura, come furono esposte per via della moda dell'epoca (nel Settecento e nell'Ottocento) nei Wunderkammer, per esempio la Giant Nautilus Shell, anzi la vedi in due esemplari esposti simmetricamente a destra e a sinistra di una sala, e un esemplare espone l'interno, e -guarda caso- sono di bronzo dipinto. (Fig. 4)

Fig. 4

Vedi una statua nera, una bella forma femminile perfetta, ma è un ermafrodito, ripetuto poi altre due volte senza braccia e senza polpacci e piedi sulla parete, descritte come “copia museale” l'una e “versione precedente al restauro” l'altra e anche qui resti in dubbio su quale pezzo sia fatto di quale materiale, ma il quaderno ti illumina.

Prosegui in un modo o nell'altro, ci sono continuamente cartelli che ti incitano a seguire un tuo percorso personale sottolineando che non c'è un ordine e infatti ti attira ora questa ora quell'altra forma, definita poi con un nome o una descrizione generica. La sala 4 al primo piano contiene esclusivamente pezzi d'argento, di cui vedrai poi parte in versione immensa alla Punta della Dogana, tra cui un Transformer ad escrescenze marine di vari colori (Fig. 5). Magari passi veloce perché questo luccichìo non è quello che hai in mente quando pensi a un ritrovamento sott'acqua, nonostante i restauri applicati, magari ti sembrano un po' ammassati come da un gioelliere che deve far vedere il più possibile nel minore spazio da occupare. Intanto ti trovi davanti a Mickey Mouse incrostato, coloratissimo, e Goofy (Pippo) pieno di conchiglie o anemoni bianchi, buffo nella sua posa tipica (Fig. 6), ti viene da ridere, soprattutto se ti giri e vedi la statua sdraiata Best Friends e riconosci l'Orso Balù e Mowgli (Fig. 7). Andando avanti o indietro incontri dèi ed animali abbinati a loro, in lotta con loro, hai già visto immagini, disegni o fotografie di un qualche faraone egiziano, hai sentito nominare dèi di vari epoche, e qui li ritrovi in pose riconoscibili nonché con espressioni impassabili, ma i loro volti sono adattati al ventunesimo secolo, corrispondono all'ideale di bellezza dei tempi odierni (Fig. 8).

Fig. 5

Fig. 6

Fig. 7

Fig. 8

 

Ripassi davanti allo Skull Of A Unicorn, il cranio dell'unicorno o monoceronte, e non credi ai tuoi occhi quando leggi che è fatto di “cristallo di roccia” perché da lontano ti era sembrato resina. Guardi la testa e il suo lunghissimo corno leggermente a spirale e appeso in due punti dentro la sua vetrina come se fosse troppo fragile per reggersi da solo. E pensi agli unicorni del Medioevo, sugli arazzi di manifattura francese, pensi alle legende create intorno alla loro “esistenza” e le vergini incontaminate, le uniche a poter toccare l'animale, il più schivo tra tutti gli animali. Magari pensi anche a Voldemort che si nutre del sangue di questi esseri completamente innocenti. Nella stessa sala (6) trovi Cerberus (Temple Ornament), il cane a tre teste di cui una manca (e di nuovo ti viene in mente il povero piccolo Harry Potter che ha dovuto affrontarne uno nelle sue avventure) sui cui fianchi sono impresse tre tipi di iscrizioni, geroglifici egiziani, copto formale e graffito copto (così ti dice il quaderno). Il cane è di marmo di Carrara, ma sembra coperto da uno strato di anni di dimenticanza in un magazzino o di contatto a mani unte (Fig. 9). Pensi alla Rosetta Stone e a Indiana Jones.

 Fig. 9

All'improvviso ti trovi nella sala 23 dove con una certosina precisione è stata ricostruita la nave in scala 1:32 (Fig. 10). Da un lato puoi muovere uno schermo che ti mostra il contenuto come a raggi x, dall'altro il modello è aperto e vedi ipotizzato come avrebbero potuto essere allocati e trasportati i pezzi, anche loro in miniatura, nella stiva; sulle pareti intorno sono appesi disegni di vari tipi, rappresentano i vari contenuti dell'Apistos e risalgono apparentemente a un manoscritto di un certo Lucius Longinus, marinaio. Sulla nave sarebbe stato trasportato addirittura un obelisco di 26 metri collocato sul ponte. Tu credi nella favola e vedi queste pergamene come un resoconto figurativo, ammiri le linee, le tecniche usate, matita, carboncino, grafite, foglie d'oro. Fai a gara con i bambini che occupano lo schermo mobile e cercano soprattutto Mickey Mouse o il Transformer per collegare se stessi a ciò che vedono.

 Fig. 10

Vai a Punta della Dogana, il vaporetto 2 ti porta all'Accademia e da lì segui o incroci a zigzag orde di turisti e cerchi di non farti distrarre da tutte le vetrine addobbate a destra o a sinistra nelle calli così strette di questa città costruita sull'acqua, cerchi di non urtare nessuno e di parare i salti da puledri dei bambini lasciati fare, finché non arrivi a destinazione. Anche qui ti accoglie una statua esterna, bianca questa volta, di marmo di Carrara, dallo stesso titolo di quella nera, ma a specchio e in un diverso momento dell'agonia dell'uomo esiliato (Fig. 11). Entrando nel palazzo restaurato nel 2009 da Tadao Ando, architetto giapponese minimalista, come un immenso magazzino con travi di legno antiche e pareti di cemento neutro (Fig. 12), vedi le versioni giganti soprattutto di ciò che ti è stato anticipato a Palazzo Grassi, versioni colorate, cioè più colorate delle versioni di Palazzo Grassi che già in parte erano incrostate di finti rimasugli di conchiglie o piante sottomarine in tonalità addirittura un po' kitsch, ma qui trovano l'apice di tale corrente. Le opere stragrandi che dominano la grande sala d'ingresso, cioè il primo impatto con le opere esposte a Punta della Dogana il “Calendar Stone” e “The Warrior and the Bear” potrebbero anche non attirarti tanto perché ormai non hai più possibilità visiva di assimilare tali incombenze. Forse ti colpisce la “Lion Women of Asit Mayor” (Fig. 13) al primo piano che, camminando, porta un leone ruggente a una pesante catena standogli vicinissima, oppure ti fermi davanti a vetrine che mostrano infinite pietre preziose o “natural gold nuggets” o “native gold nuggets” o elmi e spade o piccole ciotole di uso quotidiano (Fig. 14).

Fig. 11

Fig. 12

Fig. 13

Fig. 14

Vedi “The Minotaur” nell'atto di violentare una delle sue vittime, una donna (Fig. 15), nella stessa sala dove “Bacchus” dalle forme rotonde si sta ubriacando con l'aiuto di due satiri o fauni. Vedi Lizard Man e Four Lizards, e vedi la Wolf Mask. Evochi magari il ricordo di miti grechi e la serie televisiva “Dark Angel” di James Cameron, dove esperimenti genetici hanno creato una specie di uomo-geco capace di sopravvivere in ambienti aridi o pensi a Wolverine, una creazione geneticamente modificata con artigli d'acciaio, uscito da laboratori militari, prima fumetto della Marvel, poi una serie di film. Ti colpisce il colore blu scuro della Mermaid, esposta all'esterno del museo o il rosso bordeaux della Female Archer (Fig. 16) e ti saltano in mente alcune colorazioni dei film d'animazione della Disney, avendo già incontrato Mickey Mouse e vedendo pure qui la statua di The Collector with Friend, Topolino appunto, mentre il collezionista è riconoscibile come Damien Hirst (Fig. 17).

 Fig. 15

Fig. 16

Fig. 17

Questa mostra è un'impresa degna del Ventunesimo Secolo in cui l'arte deve essere sempre PIU': più grande, più preziosa, più nuova o innovativa, più ricca o più povera, più complessa o più riduttiva. Questa mostra invia questo “più” verso una nuova ricchezza e certamente non verso un' arte povera : Il “Less is more” di Mies van der Rohe è doppiamente barrato, dando spazio ad uno sfarzo e -perché no- ad un'esagerazione degna della Repubblica di Weimar.

In ogni caso, la scoperta della città di Thonis-Heracleion davanti ad Alessandria d'Egitto nel 2000, da cui sembra aver preso spunto Hirst, ci mostra questa esagerazione nel mondo reale. I “lightbox” della mostra raccontano come dei sommozzatori apparentemente recuperano dal fondo del mare tesori perduti per secoli e sembrano vere come le foto fatte sott'acqua del gruppo intorno all'archeologo Franck Goddio, mentre il gruppo di palombari moderni “scava” dal fondo del mare tesori di inestimabile valore.

Damien Hirst può piacere o no, ma aver riprodotto una tale impresa in forma artistica merita rispetto e ammirazione, nonostante l'arte sia diventata un'impresa come una fabbrica di automobili con a carico così tanti collaboratori che è difficile dire chi sia l'artefice e quali mani abbiano effettivamente contribuito al risultato. Ma se è ormai l'idea che conta e se l'idea era di Hirst, allora tanto di cappello!

Fig. 18

 

Scheda tecnica

Treasures from the Wreck of the Unbelievable. Damien Hirst, Palazzo Grassi e Punta della Dogana, Venezia, aperta dal 9/04 al 3/12/2017, dalle 10 alle 19. 
Chiusa il martedì. Biglietto unico 18 euro, ridotto 15 euro. 

 

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