Fogli e Parole d'Arte

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Gerhard Richter: A Life in Painting, di Dietmar Elger

 

Sono davvero poco chiari i motivi per cui il nome di Gerhard Richter in Italia non è popolare; di fatto è così, e ovviamente anche la letteratura sul pittore tedesco in italiano è scarsa. Allora, per leggere qualcosa su Richter, che ha compiuto 80 anni nel febbraio del 2012 ed è tuttora festeggiato da una grande mostra che si è spostata da Londra a Berlino e giungerà a Parigi, ci si potrebbe affidare a due libri, “La pratica quotidiana della pittura”, con il pittore intervistato dal giornalista inglese Hans Ulrich Obrist, e “Il bordo del mondo. La forma della sguardo nella pittura di Gerhard Richter”, un saggio di Emanuele Garbin; tuttavia, entrambi i testi sono di contenuto parziale, e per conoscere l'opera di Richter la soluzione migliore è di visitare il suo sito web, molto ben fatto, oppure affrontare l'acquisto e la lettura di uno dei tantissimi libri pubblicati su di lui all'estero.

Gerhard Richter. A life in painting”, traduzione inglese dell'originale tedesco “Gerhard Richter. Maler”, è un volume perfetto per cominciare a capire cosa ci sia di grande in questo personaggio che ha saputo trasformare la professione di pittore in una sorta di straordinaria avventura concettuale. Scritto nel 2002, il libro, tradotto in inglese anche a seguito del grande successo ottenuto da Richter in America proprio in quegli anni, è stato aggiornato ad ogni edizione. L'autore, Dietmar Elger, è stato segretario di Richter e ne cura attualmente l'archivio personale, e in questo volume rilegato ed elegante, oltre che ricco di immagini, racconta la vita del maestro e ne segue gli spostamenti, le trasformazioni e la produzione pittorica con il metodo narrativo del biografo più che del critico.

Certo, appare subito curioso che un uomo relativamente schivo come Richter abbia attraversato così tante epoche e situazioni diverse sempre in un ruolo di rilievo, se non da protagonista. Ma se ne potrebbe dedurre che siano state le cose e i fatti ad andare incontro, ad esempio, al giovane di 13 anni che visse da vicino lo spaventoso bombardamento di Dresda, al pittore realista della DDR che a 29 anni fuggì con la moglie nella Germania Federale chiedendo asilo politico a Berlino Ovest ancora non divisa dal muro (lo sarebbe stata di lì a pochi mesi), e anche al professore di Accademia che nel 1988 sceglie clamorosamente di tornare a parlare dei misteriosi suicidi della Baader-Meinhof accaduti undici anni prima.

Anche la vita privata di Richter non è banale, con tre matrimoni e diversi figli, di cui l'ultima avuta a più di sessant'anni, e non deve sembrare solo gossip l'occuparsene, perchè alla famiglia Richter è legatissimo e ad essa ha dedicato molto della sua opera soprattutto negli ultimi vent'anni.

Tuttavia, ciò che ci interessa leggere è naturalmente lo sviluppo dell'artista e le sue esperienze, e il libro non delude affatto le aspettative. Elger racconta con misura, sa farci entrare in tanti dettagli di una vita lunga e prolifica, e soprattutto sa collegare la vita con la professione. Il titolo originale tedesco diceva soltanto del mestiere, “Maler” (pittore), quello inglese aggiunge la nota biografica, “A life in painting” (una vita in pittura), e il senso resta quello di uno scambio continuo, o meglio di una fusione, tra vivere e dipingere. E' interessante seguire la giovinezza nell'Est del giovane talento, bambino nella Germania nazista e poi aspirante artista in quella comunista, costretto a 20 anni a trovarsi un lavoro per poter accedere all'Accademia di Belle Arti di Dresda; scopriamo le sue prime opere (in gran parte scomparse), legate al realismo comunista ma anche alla conoscenza della pittura europea di Picasso, Morandi, Guttuso.
Richter in effetti ebbe modo di conoscere i “moderni” facendo dei viaggi in Occidente e visitando Parigi, ed è illuminante leggere e capire come egli decise di fuggire dall'Est quando incontrò a documenta 2 a Kassel le opere di Pollock, che evidentemente lo costrinsero a rivedere daccapo tutto, dalla pittura alla vita. Si seguono bene allora i successivi viaggi di Richter e i suoi frequenti spostamenti, dopo Dresda, dalla Oldenburg dei genitori della prima moglie, poi ad Amburgo, a Duesseldorf, e infine a Colonia, uniti al continuo variare della sua ricerca, che dal realismo socialista lo videro passare vicino alla pop-art, all'espressionismo astratto, al neo-dadaismo, al fotorealismo, all'astrattismo geometrico. Ebbe vari compagni di avventura, in particolare il grande Sigmar Polke, e altri meno famosi come Blinky Palermo e Konrad Lueg, ma se il lavoro in collaborazione è sicuramente importante nella sua carriera, alla fine la sua ricerca va vista come una sintesi decisamente personale ed autonoma.

Elger spiega con particolare attenzione ed efficacia il rapporto tra il pittore e la fotografia, chiave di volta della sua carriera; così scrive ad esempio, parafrasando direttamente le parole del protagonista, nel secondo capitolo: “Lavorare partendo da una foto elimina gli artifici di forma, colore e composizione. La foto definisce questi elementi, che devono essere solo tradotti in pittura. L'intenzione è di dare ai quadri un carattere il più possibile non-artistico, impersonale e distante” (“Working from a photo eliminates the artifice of form, color, composition. The photo defines these elements, which have only to be translated into paint. The intention is to give paintings the most unartistic, impersonal, and distanced charachter possible”).

L'origine dell'Atlas (Atlante), il monumentale archivio fotografico che Richter ha costruitto giorno dopo giorno, è raccontata nel settimo capitolo: “L'Atlas nacque dalla necessità. Dalla fine degli anni Sessanta Richter sentiva il bisogno di analizzare e organizzare la massa di materiale visivo che aveva accumulato, e di renderla presentabile. <Da principio, cercai di metterci dentro qualunque cosa, dall'arte alla spazzatura, che in qualche modo apparisse di rilievo, e che sarebbe stato un peccato buttare via>”. (The Atlas was born of necessity. Since the late 1960s Richter had felt the need to vet and organize the mass of visual material he had accumulated and to make it presentable. <At first, I tried to put in everything that fell between art and trash, that somehow appeared to be important, and that would have been a shame to throw away>”).

In effetti, Richter ha buttato via e distrutto molte opere di cui non era più soddisfatto, o in qualche caso le ha ridipinte, e si disinteressa totalmente della propria opera giovanile, mentre molti oggi cercano di recuperarla.

La rassegna delle principali mostre, soprattutto a partire dagli anni Ottanta, riempie il libro di Elger di notizie e di molte immagini. Un'ampia sezione è dedicata ai quadri sui suicidi della Baader-Meinhof, e anche qui le spiegazioni sulle scelte di Richter sono notevoli, come pure la meticolosa descrizione della genesi dei quadri, e delle mostre in cui furono esposti. Dal 1988 a oggi la carriera di Richter ha conosciuto un continuo crescendo, culminato forse con le celebrazioni in America nel 2002, al Museum of Modern Art di New York, ma oggi, nel 2012, confermata dalla grande retrospettiva “Panorama” organizzata a Londra, a Berlino e a Parigi, di cui questo volume può rappresentare, in fondo, l'introduzione.

 

Scheda tecnica

Dietmar Elger, Gerhard Richter: A Life in Painting, tradotto dal tedesco in inglese da Elisabeth M. Solaro, 389 pagine, University of Chicago Press, nuova ediz. del febbraio 2010, ISBN-10: 0226203239, ISBN-13: 978-0226203232, in vendita presso Amazon a 28, 41 Euro.

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