Fogli e Parole d'Arte

Rivista d'arte on line, ha ricevuto il codice ISSN (International Standard Serial Number)
1973-2635
il 23 ottobre 2007.

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Persona e Architettura

 Le visioni di Walter Kohler e di Adriano Olivetti

Che cosa accomuna le cittadine di Kohler, ameno villaggio della Contea di Sheboygan nel Wisconsin e Ivrea, capoluogo dalle rosse torri del Canavese? Entrambe, a circa 50 anni di distanza, hanno visto svilupparsi riuscite città-fabbrica ad opera di due illuminati industriali. La prima, agli inizi del Novecento, da parte di Walter Jodok Kohler Sr.; la seconda, nell’ultimo dopoguerra, da parte di Adriano Olivetti. Nel mese in cui scriviamo, ricorrono l’anniversario della morte di Kohler (21 aprile 1940) e l’anniversario della nascita di Olivetti (11 aprile 1901). 

Walter J. Kohler Sr. Adriano Olivetti


Quali sono i diversi contesti storico-culturali in cui queste città si sono sviluppate e quali sono i caratteri che le accomunano?

Nel XIX secolo negli USA sorgevano comunità pianificate ̶ a volte caratterizzate come utopiche isolate dalle grandi città. Quelle degli Shaker e degli Amish erano interamente basate su religione e filosofia; altre venivano fondate su una riforma scientifica e sociale, come Boatload of Knowledge a New Harmony, in Indiana. Ispirato forse da questo clima, a partire dal 1905, Walter J. Kohler Sr., succeduto al padre, l’immigrato austriaco John Michael Kohler, alla presidenza Kohler Company, cerca di massimizzare l'efficienza e ridurre i costi della fonderia (che produceva vasche da bagno in ghisa, attrezzi agricoli e in seguito altri prodotti, da lavelli e rubinetteria a motori e generatori).

Nasce, cosi, una vera e propria città, il Villaggio Kohler (istituito ufficialmente nel 1912), sull'idea del fondatore di far vivere i suoi operai a breve distanza dallo stabilimento, situato su 28 acri di terreno agricolo (viene in mente l’infranta utopia di Zingonia, oltre 50 anni dopo nella bassa bergamasca). Furono formulati standard estetici per le case e fu istituito un comitato di revisione residenziale col compito di supervisionare ogni ulteriore sviluppo. I fratelli Olmsted, il cui capolavoro di architettura paesaggistica era stato il Central Park di New York, vengono chiamati a creare un piano generale di 50 anni che avrebbe valorizzato appieno la bellezza naturale e la quiete dei boschi e delle terre lacustri del nord-est del Wisconsin. Non propriamente utopistica, Kohler era davvero una città di società; famose le parole del suo fondatore: "Un lavoratore merita non solo il salario, ma anche le rose". Anche se non è sempre stato un letto di rose (gli operai aderirono a quattro scioperi dal 1934), i lavoratori, per lo più immigrati austriaci, olandesi, tedeschi e russi, pagavano solo $ 27,50 al mese per vitto e alloggio in una meraviglia dell'architettura Tudor chiamata The American Club, inaugurata nel 1918, che comprendeva un pub, una pista da bowling e un barbiere. La direzione forniva anche lezioni in lingua inglese e assistenza per ottenere la cittadinanza americana.

Gli anni passano e ormai la maggior parte dei lavoratori vive, con le proprie famiglie, in case unifamiliari costruite dall’azienda, che gliele ha vendute al costo di costruzione; l'American Club viene così riconfigurato come una locanda, e sarà inserito nel Registro Nazionale dei luoghi storici nel 1978. Nel 1981 diventa un resort di lusso e dal 1985 l'edificio in mattoni di 36.000 metri quadrati ospita il Kohler Design Center, museo del patrimonio di Kohler, vero e proprio testamento dell’ingegnosità e del design originale americano: vi sono esposti gli aratri che hanno lavorato la terra, le prime vasche e stufe, i grandi generatori e motori diesel utilizzati durante la guerra, ma anche grafica industriale e arte moderna che rende omaggio a temi industriali.

Questa storia di successo a noi Italiani ne ricorda un’altra, quella di Adriano Olivetti (1901 – 1960) e della sua eporediese “città-fabbrica”, felice integrazione di architettura, economia e territorio (il pensiero corre alle utopie di Fourier e al Familisterio di Godin del 1848, nonché al personalismo del complesso Mounier, scomparso nel 1950).

In Italia, nella seconda metà dell’Ottocento, non assistiamo alla nascita di comunità isolate, ma vediamo piuttosto le metropoli subire l’evoluzione, peggiorata, di tipi edilizi settecenteschi: si pensi alla casa a ballatoio per gli operai. Non c’è alcuna cultura della civiltà industriale. Una significativa manifestazione di questa cultura, chi voglia rintracciarla, si trova nel secondo dopoguerra, quando Adriano Olivetti progetta una fabbrica “a misura d’uomo”, con appartamenti e luoghi di svago per le famiglie operaie, attento a dotare questa comunità di spazi non solo funzionali ma anche belli (si pensi, per esempio, all’importanza da lui attribuita al design – che qui sostituisce le rose di Kohler). Esemplari queste parole di Adriano Olivetti: “Abbiamo voluto che la natura e la luce accompagnassero la vita della fabbrica per non trasformare nessuno in un essere troppo diverso da quello che vi era entrato”. Tali strutture si devono però inserire in un territorio sapientemente organizzato: e così, anche Olivetti, come Kohler con i fratelli Olmsted, si occupa pure di pianificazione urbanistica. Per questo coinvolge architetti, pittori, disegnatori industriali, letterati. Il suo è un piano che si spinge oltre la soddisfazione dei bisogni immediati di una comunità e che, con carica utopica (utopia ragionevole, non della società perfetta, insegna Salvatore Veca), punta a rendere più giusta la società. Tutelate nei diritti sociali dell’uomo aggregato, le masse potranno offrire una partecipazione consapevole e allora si parlerà davvero di democrazia: “Ci rifiutiamo” scrisse Mounier “di scegliere tra il materialismo dei barbari e lo spiritualismo dei salotti”. Il perseguimento di tale obiettivo, a cui sicuramente mirava anche Kohler, che, come abbiamo detto, offriva assistenza ai suoi operai per imparare la lingua e ottenere la cittadinanza del Paese ospitante, rimanda a principi fondamentali della Costituzione italiana. In particolare, richiama all’operosità e alla responsabilità civile il 2° co. dell’art. 4: “Ogni cittadino ha il dovere di svolgere [...] un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società”.

Questa chiave di lettura costituzionale di ogni attività lavorativa (e, quindi, anche di quella del progettista) ci suggerisce un’osservazione finale. Qualche anno fa è scomparso il filosofo John Silber, di cui si ricorda la difesa, non priva di accenti polemici, dell’architettura considerata come “arte al servizio della comunità”. Ebbene, nella misura in cui i progettisti riescono a dimostrare il pieno rispetto “per le persone che vivono e lavorano all'interno delle loro creazioni”, come scrisse lo stesso Silber, essi non solo soddisfano bisogni primari fornendo qualcosa di “perfetto”, ma contribuiscono anche a un progresso, importante quanto poco considerato: quelle persone, infatti, uscendo dai luoghi pensati proprio per loro, sentiranno, ha scritto di recente Vargas Llosa riferendosi ai lettori dei grandi romanzi, “un disagio che alla fine si trasforma in una critica al mondo in cui viviamo”. E che cosa, se non il pensiero critico può permettere di chiarire il senso delle parole “sviluppo” e “progresso” e il loro rapporto e di “capirci in una discussione che riguarda la nostra vita anche quotidiana e fisica”? Lo raccomandava Pier Paolo Pasolini, i cui Scritti corsari si dovrebbero leggere più dei suoi romanzi e delle sue poesie.

 

 

 

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