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Fogli e Parole d'Arte

Rivista d'arte on line, ha ricevuto il codice ISSN (International Standard Serial Number)
1973-2635
il 23 ottobre 2007.

Fogli e Parole d'Arte è diretta da
Andrea Bonavoglia (Vitorchiano)
e distribuita on line dalla società Ergonet di Viterbo.

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Spettacoli sulle scene e sugli schermi

Anche in casa si possono provare emozioni forti, scritto, diretto e interpretato da Caterina Filograno

 



In scena al Teatro India di Roma, Anche in casa si possono provare emozioni forti di Caterina Filograno introduce lo spettatore in uno spazio sospeso nel nulla. Il palcoscenico si offre allo sguardo attraverso l’universo visivo interamente concepito dallo stilista Giuseppe di Morabito, che firma sia le scene che i costumi.
Ci si trova davanti a un giardino che non assomiglia a un giardino, ma a un luogo essenziale e fortemente simbolico: sullo sfondo una stoffa leggerissima azzurro-verdognola ondeggia come il mare, mentre lunghi teli rosso fuoco rimandano all’inconscio e alle pareti sanguinolente dell’utero materno. L’opera si configura come un rito psicoanalitico atto a scoperchiare un’eredità femminile resistente e consapevole. Il luogo delle origini viene così trasfigurato e tutto ciò che era reale si fa simbolo; il quotidiano evapora in una radicale metamorfosi del microcosmo domestico, dettata da una sintassi scenica dove la vita aspira costantemente a farsi archetipo.

Al centro di questa architettura della memoria c’è l’origine stessa della casa, il fulcro geometrico e sentimentale del dramma: si tratta del Villino Tajani, un castelletto sul mare costruito nel lontano 1904 dal capostipite Gabriele. Proprio qui le donne della stirpe si riuniscono a trascorrere le estati, ed è qui che si consuma il paradosso fondativo del testo. Sebbene la dimora nasca da un uomo, essa è diventata il feudo di un matriarcato assoluto, un sistema autosufficiente in cui le figure maschili sono espulse dall’orizzonte visivo, evocate ma ridotte a meri strumenti biologici di procreazione. Gli uomini non appaiono, eppure non sono esiliati per rabbia ideologica o militanza di maniera; il femminismo dell’opera rimane rigorosamente “sottopelle”, non dichiarato, preferendo indagare il paradosso di questo microcosmo domestico e isolato.



In questa dimensione onirica, accentuata da costumi da notte e da abiti da camera che fanno sembrare lo spettacolo un lungo e sospeso loop notturno, si muovono cinque generazioni a confronto. Gli abiti, concepiti come corazze tessili, svelano l’habitus delle protagoniste oscillando tra protezione e soffocamento vitale. Emblematico in questo senso è il costume di zia Simonetta, che si fa vera e propria prigione visiva, simbolo di un’individualità schiacciata dalle regole non scritte del gineceo: prime tra tutte, il dovere totalizzante della cura familiare, l’eterna subordinazione alla gerarchia della matriarca e quell’isolamento protettivo dal mondo esterno che finisce per trasformare la casa in una gabbia dorata. Accanto a lei si muovono la sorella Maria e le due nipoti Rebecca e Caterina (quest’ultima incarnazione della stessa regista, persa a lottare nel campo minato dell’arte, contrapposta a una sorella psicologa che aspira alla normalità).

Al vertice di questa piramide relazionale siede la novantenne Nonna Maddalena Casto, interpretata da una carismatica Maria Grazia Sughi. Maddalena è, senza dubbio, il personaggio più vivace, fecondo e autentico dell’intera pièce. Custode della gabbia ma dotata di un cuore tempestoso, la matriarca catalizza l’attenzione con fulminanti paradossi esistenziali: memorabile il suo appunto sul desiderio di morire prima di diventare vecchia. In questa battuta si concentra il nucleo più luminoso della scrittura della Filograno: il rifiuto della decadenza biologica e la strenua difesa di una vitalità anarchica che non vuole farsi istituzionalizzare dal tempo

Tuttavia, è proprio nel passaggio dalla suggestione letteraria alla realtà del palcoscenico che lo spettacolo mostra il suo limite principale, scivolando in momenti di noia. Si percepisce, nella scrittura della Filograno, l’influsso della sua maestra Lucia Calamaro: ne ritroviamo la medesima predilezione per una drammaturgia dell’interno borghese, analitica e celebrale, che scarnifica l’azione a favore del flusso verbale e della nevrosi quotidiana. Ma dove la Calamaro riesce a rendere ipnotico il vuoto attraverso un’ironia tagliente e una precisione millimetrica della parola, l’allieva finisce per disperdersi in una scrittura rigorosamente paratattica, costruita su frasi brevi e frequenti ripetizioni che possono annoiare il pubblico che, per sua natura, vuole avvenimenti, anche minimi, per mantenere un’attenzione costante.


L’intera storia familiare non è una vera e propria storia; è un’immagine, una fotografia. Questa cifra più narrativa che teatrale lascia troppi spazi insoluti. Anche la recitazione per niente realistica deriva dal paradosso stesso di questo gineceo bloccato: le brave attrici si muovono secondo una recitazione antinaturalistica proprio perché i personaggi sono costretti a irrigidirsi in concetti astratti, prigionieri della loro stessa immobilità.

Eppure tra le pieghe di queste interruzioni del tempo teatrale, il talento di Caterina Filograno come autrice emerge con nitidezza nella capacità di distillare immagini poetiche e profondi paradossi esistenziali. La sensazione è che la regista possieda una cassetta degli attrezzi ricca e personale, che qui rimane però legata all’autobiografismo e al privato. La scommessa per il futuro sarà vedere se questo talento saprà staccarsi dallo specchio della memoria personale per aprirsi verso l’esterno, misurandosi con drammi di natura politica e sociale. Solo allora la sua peculiare sintassi scenica potrà finalmente trovare, oltre al fascino del paradosso, quel movimento e quel respiro collettivo che lo spettatore continua legittimamente a cercare.

 

 

Scheda tecnica

Anche in casa si possono provare emozioni forti; regia e drammaturgia di Caterina Filograno.
Con: Gloria Busti, Caterina Filograno, Francesca Porrini, Simona Senzacqua, Maria Grazia Sughi.
Scene e costumi Giuseppe di Morabito; sound design Gerets; light design Stefano Bardelli; movement coach Ester Guntin. Produzione Sardegna Teatro/ Teatro Stabile di Torino- Teatro Nazionale / Teatri di Bari.

Foto di scena di Valentina Masu.

Visto al Teatro India di Roma il 10 ottobre 2026.

 

 

 

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