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Rivista d'arte on line, ha ricevuto il codice ISSN (International Standard Serial Number)
1973-2635
il 23 ottobre 2007.
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Da una ventina d'anni ormai si parla comunemente di Archistar, ovvero di architetti talmente bravi e abili nelle pubbliche relazioni da aver superato il confine tra fama professionale e fama tout court, diventando perciò delle star nel mondo della cultura e insieme dello spettacolo.
Nata nel 1950 e prematuramente scomparsa nel 2016, Zaha Hadid, irachena naturalizzata britannica, è stata l'archistar per eccellenza, vuoi per essere una delle poche donne, vuoi per gli atteggiamenti spesso divistici, ma soprattutto per la straordinaria creatività stilistica. Un'architettura di Hadid è sorprendente, spesso grandiosa, e ben riconoscibile grazie a una certa uniformità nelle scelte formali, tra cui con evidenza l'assenza di angoli, il colore bianco e la sovrabbondanza di elementi curvi. Si potrebbero certamente trovare affinità con qualche personaggio del passato, come Borromini, Gaudì e Le Corbusier, nonché lo scultore Henry Moore, perché le scelte di Hadid sono state spesso guidate dal desiderio di spingere all'estremo le tecniche costruttive; ma il risultato della sua architettura non somiglia in realtà a nessun architetto precedente.
Molte volte, peraltro, questi progetti hanno superato un limite, tanto per le spese eccessive quanto per le esagerazioni formali, e a mio parere Hadid ha giocato molto sulla fama raggiunta, spettacolarizzando le scelte, proponendo soluzioni già viste laddove i progetti lo consentivano e, insomma, vendendo la propria creatività con molta abilità e disinvoltura.
La lettura e soprattutto la visione del bel volume pubblicato da Thames & Hudson nel 2016 e poi ripetutamente aggiornato, a firma di Aaron Betsky ma per buona parte curato anche dai membri dello studio Zaha Hadid Architects, è comunque coinvolgente e a volte stupefacente. Disegni e fotografie mostrano una sistematica e impressionante capacità di progettare forme inconsuete, giocate su curve e controcurve che imprimono dinamicità e scioltezza a un'arte di per sé statica e solida come l'architettura.


Si è detto che i decostruttivisti siano più scultori che architetti, soprattutto nel senso che in loro prevale la forma contro la funzione. Le coperture di Frank Gehry ne sono un esempio lampante, basate su impulsi del tutto estranei al concetto stesso di “coprire”, mentre in Hadid più che le coperture sono strettamente formaliste e inconsuete le pareti, i muri, le partizioni. In Hadid peraltro è possibile trovare schemi e moduli urbani che risentono, nonostante tutto, di scelte razionali. Quando disegna le case per il quartiere City Life, nato sui terreni della ex-fiera di Milano, Hadid curva le piante, scompone e ricompone moduli abitativi, ma in definitiva ragiona come un normale urbanista.
Scorrendo il volume di Thames & Hudson, che rivela in Hadid, sin dal tempo degli studi, un interesse preciso per la scioltezza barocca, alcune immagini fotografiche appaiono realmente potenti ed espressive, al punto da spingere il lettore ad approfondire la conoscenza dell'opera ritratta. Sono quasi sempre presenti, fortunatamente, anche le piante degli edifici, mentre disegni e schizzi preparatori, che dovrebbero rivelare il metodo creativo, sono spesso meno comprensibili e utili.
Mi è capitato di criticare, in passato, l'architettura di Hadid per la scarsa funzionalità e per la ripetitività di alcuni motivi, sottolineando anche lo spreco di spazio o l'avventatezza di alcune sue proposte; il pavimento in salita del MAXXI di Roma poi gridava effettivamente vendetta. Tuttavia, con uno sguardo più oggettivo, non c'è dubbio che l'audacia delle scelte di Hadid abbia trovato la giusta eco nel mondo dell'arte.
Il libro documenta bene anche i lavori italiani, come il MAXXI, la torre e le case di City Life, la fermata della metropolitana di Napoli e anche vari progetti non realizzati. Del resto, è notevole come l'archistar Hadid abbia lavorato in tutti gli angoli del mondo (portando con sé le proprie idee, da sovrapporre alle realtà locali).
Certamente non mi sembra inutile sottolineare come gli strumenti attuali di conoscenza, in primo luogo le Maps di Google, consentano una visione ravvicinata di tutti i luoghi del mondo e quindi delle architetture di Hadid come di qualunque Archistar. E sul web sono sempre presenti siti personali quasi sempre ben fatti, in grado di riassumerne opere e stile.
Un libro di ottima stampa e di contenuti completi, come questo su Zaha Hadid, resta comunque nella mia visione ancora novecentesca lo strumento migliore per conoscere un protagonista.
[le immagini del libro provengono dal sito di Thames & Hudson]
Scheda tecnica
Aaron Betsky, The Complete Zaha Hadid: Expanded and Updated, Thames & Hudson (Fourth edition 2018), 320 pagine, ISBN-10 0500343357, ISBN-13 9780500343357, £ 30