Fogli e Parole d'Arte

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il 23 ottobre 2007.

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2.22 Il destino è già scritto

 


Il paradosso di “2.22 Il destino è già scritto”, sta nel fatto che si tratta in massima parte di un film bocciato dalle recensioni e che tuttavia, con debiti distinguo e mediazioni, è in grado di offrire motivi di indubbio interesse, anzi tali da sollecitare spunti di riflessione che si intrecciano con tematiche scientifiche e cosmologiche oggi al centro di teorie di tutto rispetto. Come si è già scritto altrove, il regista Paul Currie non riesce a far convergere i fili intricati della trama in un discorso unitario e tale da enuclearne i punti essenziali. Da qui un effetto complessivo di dispersione dei significati e di superficialità, accentuato dall’insistenza sul clichè romantico dei due amanti divisi dal destino e sulla vicenda scontata del triangolo formato dalla coppia Dylan Boyd (un ottimo Michiel Huisman) e Sarah (una appannata Teresa Palmer), insidiata dalla gelosia del rivale in amore Jonas (il glaciale Sam Reid). Tuttavia alcune recensioni hanno colto il paradosso insito nel film, segnalando per un verso la superficialità del prodotto e per l’altro l’indubbia esistenza di “temi forti” e importanti alla base del progetto poi vanificato. Così, un film che ha collezionato un record di giustificate stroncature, finisce col rivelarsi interessante, al punto da costituire l’oggetto di una lettura critica incentrata su quei motivi d’interesse, pur rintracciabili “a monte”, che la trasposizione cinematografica ha lasciati irrisolti e vanificati.

E’ evidente che Currie sia conscio della rilevanza culturale di quei “temi forti” a cui fa pur dispersivi richiami nel film, ma che rimangono sostanzialmente estranei all’opera. Tali richiami si concretizzano nei riferimenti e nelle immagini ricorrenti prescelti per raffigurare il processo complesso in cui gli eventi si intrecciano nel tempo: tra questi in particolare va citato l’uso simbolico di alcune figure ricorrenti, come ad esempio l’orologio della Grand Central Station di New York quale emblematica rappresentazione del “tempo”, e inoltre il ricorso alle simulazioni di circuiti digitali complessi, alle visualizzazioni di forze e grandezze vettoriali... Si capisce da qui come il concetto classico di destino e quello tragico di fato siano interamente calati in una dimensione fisica. Il film non è risultato poi in grado di armonizzare e fondere nell’opera queste tematiche davvero ostiche, che tuttavia aspirava a inglobare traendone sostanza culturale.

 

L’ambivalenza tra la superficialità del prodotto di intrattenimento e la proposta implicita di temi forti di cui il film si fa comunque portatore, costituisce un paradosso che induce a privilegiare quei “temi forti” che rappresentano le potenzialità mancate di “2.22”. In questa ottica il vero protagonista del film non è Dylan – il carismatico Michiel Huisman, che brilla per prestanza fisica - bensì gli intrecci del destino che deve sciogliere per evitare l’accadimento della tragedia, da lui ossessivamente percepita come incombente. “Destino” e “tragedia” sono parole antiche, e al tempo stesso motivi ispiratori del plot: per un verso sono in grado di suscitare nello spettatore interrogativi sull’ archetipo antico, e per altro verso sono suscettibili di una ridefinizione che nell’attualità possa stimolarlo alle più innovative riletture della sorte individuale entro la trama quantistica della realtà e della struttura dell’universo teorizzate dai fisici teorici e dai cosmologi contemporanei.In tale contesto la suggestione arcana di termini quali “destino” e “fato”, suscitatrice del senso del tragico e misura dell’impotenza dell’umano, si converte nella visione perturbante ed enigmatica di una sorta di invisibile macchina, generatrice di realtà e di trame virtuali nel vivo delle esistenze. Una macchina che – pur consciamente percepita quale presenza perturbante dal protagonista, teso ossessivamente a tradurne in equazioni e calcoli gli schemi di funzionamento – permane di per sé inesplicabile e incontrollabile, come se il soprannaturale fosse del tutto calato nella dimensione fisica e chiuso ermeticamente in un algoritmo.

 

Dylan è un addetto al controllo dei voli in un aereoporto di NewYork. Il suo quoziente intellettuale è nettamente superiore alla media e dispone di conoscenze matematiche e informatiche di alto livello. Il suo lavoro si assimila alla sua personalità e intelligenza, poiché l’attenzione ai minimi dettagli e la precisione e prontezza nell’esecuzione è indispensabile per il controllo dei voli. Tuttavia un inceppo inspiegabile nell’esecuzione della sua mansione fa sì che un aereo (che nessuno sapeva essere incorso in un vuoto d’aria in atterraggio) rischi un crash sulla pista. Un inspiegabile ritardo nel dare un comando – in realtà provvidenziale in quanto occorso sulla frazione di secondo a evitare un disastro – è visto come un errore e viene sospeso dal servizio. Tra i viaggiatori dell’aereo, salvati dal suo “apparente errore”, viaggiava la donna di cui a breve, in un incontro “casuale”, si innamorerà. Al di là della trama è soprattutto la precisione temporale con cui determinati eventi si ripetono puntuali, o accadono repentini e apparentemente accidentali, entro un quadro ipercomplesso di variabili interferenti, a costituire un interessante punto di vista del regista, teso a cogliere come fatti apparentemente casuali siano determinati da una sotterranea trama computazionale, che, nell’analisi del protagonista è intesa come portatrice di presagi e finalizzata a determinare la sua esistenza. 

 

La vita di Dylan all’inizio è scandita da una rigida routine, che si proietta nelle ripetitive sequenze di itinerari e incontri seriali della quotidianità: una vita da single, percorsi sull’itinerario casa-lavoro inframmezzati da rare frequentazioni e scarse esperienze nel tempo libero. La costante ossessivamente ripetuta del film tuttavia coincide col percorso che il protagonista fa in bicicletta per prendere il treno nella Grand Central Station: questo punto della città è per lui carico di vibrazioni e presagi e ogni volta vi accadono episodi inesplicabili (vetri che vanno in frantumi o altri incidenti perturbanti). In particolare ogni giorno nella grande hall vede in rigida sequenza sempre le stesse persone che ripetono lo stesso gesto o movimento…. A questa ossessione si lega uno dei pochi momenti veramente riusciti del film: si tratta della proiezione durante una mostra di una sequenza olografica in formato reale in cui il geloso artista Jonas rivale in amore di Dylan ricostruisce proprio la Grand Central Station, riproducendo in ogni dettaglio l’incubo del protagonista, inclusi i personaggi che vi appaiono, e mettendo in scena per il pubblico il vissuto e le allucinazioni dell’uomo. Ne consegue una crisi nervosa del protagonista, il quale poi si sentirà in bilico sul baratro della follia.

A partire da questo episodio viene in luce la “sottotrama”, riguardante una strage avvenuta 30 anni prima proprio alla Grand Central Station:la rappresentazione dell’ omicidio e tutti gli eventi che Dylan vede ripetersi sono l'esatta riproduzione di ciò che vedrà il giorno della sua morte, già avvenuta in quel luogo… E l’incontro con con la gallerista Sarah (Teresa Palmer) sarà decisivo per instaurare un rapporto tra le sue ossessioni e l’assassinio di una coppia di fidanzati avvenuta alla Grand Central alle 2,22 del 18 aprile di trent’anni prima. Quando riesce a collegare i suoi incubi alla strage del triangolo amoroso avvenuta in quel luogo, Dylan intraprende una sfida per dominare lo scorrere implacabile del tempo che – come ormai prevede- condurrà lui e Sarah allo stesso epilogo tragico.

La serie di ingenuità, anche grossolane, di cui il film si sostanzia si appalesa ad esempio nel far nascere i protagonisti del trangolo amoroso Dylan/Sarah/Jonas alla stesse data, coincidente con la strage della Grand Central Station, e nell’indulgere su dialoghi banali, fino alla sequenza del lieto fine stucchevole…La finalità degna di interesse, ma appunto mancata, era probabilmente quella di porre in relazione idee antiche e numinose quali quelle di karma, reincarnazione, predestinazione, con una visione in grado di ridefinirne senso e significato alla luce delle nuove acquisizioni scientifiche e culturali contemporanee. Mentre il bipolare conflitto tra predestinazione e libertà resta alquanto in ombra, laddove avrebbe dovuto essere posto “al cuore” del film. Più risolta appare invece la parte in cui il protagonista mette in scena la sua assillante ricerca razionale della verità, che ipotizza essere dietro la realtà da lui oscuramente percepita in schemi ripetitivi e premonitori. La computabilità quantistica della trama di realtà è il filo sotterraneo del film e rimanda al fondamentale ”The Fabric of Reality” di David Deutsch, teorico del “multiverso”, che di tale trama mira a descrivere elementi strutturali e modelli virtuali. Il film ne riprende sottotraccia alcuni concetti: ad esempio le idee degli universi paralleli e delle copie replicanti, e più sfocatamente dei paradossi temporali. Questi concetti vengono riciclati nella narrazione in modo maldestro, ottenendo un esito confuso.

Infine, l’interesse di questo irrisolto “2.22” sta tutto nella sottesa costruzione virtuale di cui è (pur inefficace) portatore. Infatti, anche se indirettamente e con molti limiti, attraverso i suoi più o meno scoperti rimandi a elaborazioni scientifiche e cosmologiche che teorizzano nuovi modelli esplicativi della realtà, è potenzialmente in grado di relazionarsi con idee portanti della cultura e della tradizione (quali appunto destino, inconscio collettivo, sogno antropologico) . Emerge il dubbio di una realtà ipercomplessa che ci avvolge come una rete e in cui la macchina – entità invisible e di natura metafisica - assurge a detentrice enigmatica di poteri e conoscenze inibite agli uomini, pur sempre impotenti a disporre delle proprie vite, ma di una impotenza di diverso segno rispetto a quella antica, subordinata al volere del Fato.

Il finale semplicistico, anziché prefigurare un superamento dell’ossessione, culmina in una rimozione dell’idea di destino, che era posta all’inizio quale elemento fondante e nucleo enigmatico. Dopo aver superato la prova fatale – ovvero il ripetersi della propria morte e di quella contemporanea di Sarah prefissate alla stessa data e ora nel luogo predestinato – Dylan è libero dalloschema in cui era imprigionata la sua vita: gli eventi che lo ossessionavano intrappolandolo al centro di una invisibile ragnatela geometrica disegnata “altrove” ora non si ripetono più. L’idea di destino con quanto comporta è esorcizzata.

La banalità del finale condanna definitivamente il film, vanificando le potenzialità implicate dai “temi forti” che in più momenti traspaiono. Una inconsistente libertà espressa nel “lieto fine della favola” dissolve sia l’idea antica di destino (legata all’oracolo e all’ineluttabilità) sia quella contemporanea in cui – fuori dal mito borghese del self made man – gli umani si trovano ad essere attori in bilico tra l’illusione di poter dominare il divenire col calcolo e la volontà di potenza, e per altro verso pedine coscienti della propria nullità di fronte all’ignoto e della sorte comune legata alla mortalità. Nella postmodernità il senso del precario e dell’ impotenza è acuito a fronte di una trama di poteri non controllabile, e di apparati di controllo e logiche di dominio potenziati dalle tecnologie, mentrela percezione dell’intreccio invisibile che intrappola la realtà e ci avvolge e determina - e che il film (scisso tra l’antico e il moderno) in qualche modo confuso tenta di rappresentare - si è fatta più soffocante… Un intreccio inestricabile con mondi e memorie artificiali, una rete sottile su cui si cammina presaghi dello strappo senza scampo che può avvenire “da un momento all’altro”, di lacerazioni e rotture, che non si sa quanto fatali o casuali, incombenti nella frazione di un secondo. Si può teorizzare che un dio giochi a dadi entro un universo dominato dalla casualità (e quindi “destinato” all’entropia) o che una mente imperscrutabile tenga e muova il filo della totalità. Tuttavia, a una lettura contemporanea il destino può definirsi la risultante di un campo di forze a più dimensioni, ove l’”accadere” – e il “non accadere” – coincidono con qualcosa di decisivo, e noi possiamo (e a volte dobbiamo) sfidarlo nel mondo fisico e sul tempo, ma non verremo mai a capo dei calcoli che lo determinano e del perché.

 

 



SCHEDA DEL FILM

Regia di Paul Currie. Un film con Teresa PalmerMichiel HuismanSam ReidMaeve DermodyRemy HiiSimone Kessell. Titolo originale: 2:22. Genere Thriller - USAAustralia, 2017, distribuito da Notorious Pictures.

Bibliografia minima di riferimento della recensione critica

Deutsch D., La trama della realtà, Einaudi, Torino, 1997
Horkheimer M. e Adorno T.W., Dialettica dell’illuminismo, Einaudi, Torino, 2010
Marcuse H., L’uomo a una dimensione, Einaudi, Torino, 1967

 

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