Fogli e Parole d'Arte

Rivista d'arte on line, ha ricevuto il codice ISSN (International Standard Serial Number)
1973-2635
il 23 ottobre 2007.

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La natura morta: le origini, il Seicento

 

I vari studi sulla “natura morta” sostanzialmente concordano su genesi, storia, significati del genere artistico e permettono di tracciare una sintesi degli aspetti e delle caratteristiche relativi.
Si tratta della rappresentazione di oggetti naturali o costruiti dall'uomo: fiori, frutti da un lato e suppellettili, utensili da cucina libri, vivande, strumenti musicali dall'altro. Poi non mancano opere con animali: insetti (vivi ma di contorno), cacciagione, pescato.
Gli esseri viventi che talora appaiono nelle nature morte sono appunto animaletti di piccole dimensioni che svolazzano intorno agli oggetti o su questi si posano: mosche, libellule, farfalle, ecc..

Le nature morte sono affidate alla pittura, com'è ovvio, o a tecniche a essa assimilabili: mosaico, tarsie lignee, ecc… Esse compaiono da sempre come elementi di contorno, e dunque secondari, in opere con protagonisti gli uomini e le vicende umane e solo in casi particolari sono a sé stanti, di solito con funzione decorativa. Tali soggetti autonomi sono, ad esempio, nell'arte romana, il cesto di fichi, dono augurale di ospitalità, o il pavimento non spazzato, cosparso di offerte ai defunti; o sono pareti dipinte a “trompe l'oeil”, che fingono finestre o porte sul giardino, con siepi arboree che annunciano il viridario coi suoi fiori e uccellini.

Dall'antico a Giotto, giotteschi e oltre si sono finti angoli di muro, mensole, nicchie con disegni anticipatori della prospettiva; per continuare nel Rinascimento e nel Cinquecento, dove, nella pittura di storia, religiosa o mitologica, l'elemento vegetale o animale è quasi sempre simbolico.
Ritroviamo la natura morta nel retro di alcuni ritratti, negli stemmi personali o di famiglia con lo stesso intento simbolico-allegorico.

Tra Cinquecento e Seicento, Caravaggio rompe gli indugi. Non è il primo ma forse la sua è l'opera più memorabile. Insieme alla scelta di accompagnare personaggi con nature morte dipinge la famosa canestra di frutti di fine estate-inizio autunno, la “Fiscella” dell'Ambrosiana. Il punto di vista, che coincide col piano d'appoggio, rende il cesto monumentale; lo sfondo è neutro e chiaro da parte del “maestro” delle ambientazioni tenebrose che saranno più spesso impiegate dagli specialisti del genere nel secolo a venire. La sua opera ribadisce la “classicità” della pittura italiana che non subordina la composizione al sovraffollarsi di elementi indagati con analitica attenzione rivolta al dettaglio.

Nel Seicento nasce il genere. Sono i fiamminghi a detenere il primato per scuole e specializzazione, ma ci sono artisti in tutti i paesi europei che gli si dedicano.
Tavole imbandite, fiori preziosi (è il caso dei tulipani), sono espressione di lusso e rispondono a una nuova committenza borghese.

Ben presto però finisce per prevalere la valenza simbolica e l'esibita floridezza si trasforma nel suo contrario: la “vanitas”. Le cose allora rivelano la caducità della vita e la fugacità della bellezza. Gli oggetti scelti diventano anche espliciti emblemi del tema, se non vero e proprio “memento mori”: teschi, candele, fiori recisi.

Se già in Caravaggio la foglia vizza e rinsecchita, la buccia grinzosa e bacata mostravano il deperimento del frutto e alludevano al tramontare della vita, la metafora del perire e della fuga inesorabile del tempo trovano raffigurazione diretta nella clessidra, nelle mosche e altri insetti (l'insidia del peccato e del pericolo), nella polvere sul violino rovesciato, nelle bolle di sapone (che cosa scovare di più effimero?).

Non mancherà (oggi come allora) l’”ingenua” ammirazione per la resa naturalistica alla quale corrisponde l'orgoglio altrettanto “ingenuo” dell'artista per lo stesso proprio virtuosismo che indugia sulla brillantezza degli acini d'uva riflettenti la luce, sul velluto di certe superfici, sulle trasparenze dei vetri... ma di sicuro qualcosa oltre si presagisce, di superiore armonia, di sublime perfezione...

Nell'aneddotica ricorrono esempi. Da Zeusi e Apelle in poi. L'insetto dipinto inscena una doppia significanza connotativa dell'abilità del pittore. Inganna noi, è stato ingannato dalla frutta che lo ha attratto.
Il frutto rimanda alla delizia dolce del cibarsene ma non suscita tale desiderio. In atto è sempre una sublimazione, così come la figura del corpo più sensuale ed erotico non suscita il desiderio di una fotografia e a nulla vale la luce calda o la morbidezza dell'incarnato e anche la peggior foto in bianco e nero risulta più provocante.
I fiori creano un incontro di colori e di forme senza evocarne il profumo.
Sono accomunati, frutti e fiori senza preferenze, nella dimenticanza di come il cibo sia la schiavitù dei mortali e il profumo il privilegio degli dei. Il frutto raccolto per essere mangiato e il fiore per abbellire la dimora si ritrovano insieme... in una specie di sacrificio.

Natura morta di Abraham Mignon

I frutti dipinti s'innalzano alla sostanza di offerta, non inducono alla voglia di gustarli ma, come un vaso di fiori, con la medesima funzione, abbelliscono uno spazio della casa. Si potrebbe dire che sottratti al mondo divengono sacri per essere offerti alla Natura (o alla divinità) in cambio di quella parte che invece si è costretti a consumare per vivere, per mantenersi in vita.

Mentre nella pittura di paesaggio, coeva per nascita, spesso l'uomo compare immerso e disperso nella natura che lo comprende e nasconde, qui egli è assente. Ma c'è la sua ombra, il suo passaggio, la sua volontà. Una mano umana ha raccolto e disposto, o anche abbandonato, quegli oggetti ed è da uno sguardo dall'alto, dall’altezza degli occhi, che poi essi si vedono.
Il nome del genere è successivo; i contemporanei usavano i termini “stilleven”, “Stilleben” o “still life”, vita immobile, vita silente, con più poesia.

Natura morta” però è locuzione efficace e con un fondamento. Essa esprime un ossimoro, nelle parole e nel senso. Il fiore, il frutto, che ancora vivevano nel campo e sul ramo, una volta staccati, separati dalla terra e dalla pianta, sono destinati a morire rapidamente.
Nello stesso tempo il pittore li fissa per sempre, li eterna, seppure nell’immobilità della morte, di ciò che è morto.
Alcune opere sono un racconto per simboli che va dalla nascita, alla vita, fino alla morte, che ci parla anche della lotta dell’esistenza. È il caso di due quadri splendidi, accostabili e confrontabili per varie somiglianze e diversità: sono le nature morte con nido di Jan Davidsz de Heem e Abraham Mignon ambientate in una grotta, nelle viscere della natura, all’interno delle rocce, con un piccolo squarcio di cielo in alto, lontano.

L’ambientazione in una caverna è ricca di significati sfumati e non facili da decifrare se non per intuizioni o inconsce deduzioni. La caverna è l’interno di una montagna, un luogo oscuro, protettivo o minaccioso, nel cuore della terra. Un luogo mistico o iniziatico, che può contenere “tesori” secondo un’idea che ha affascinato un’artista del calibro di Leonardo.
Il pittore che ricostruisce un fiore, una foglia, una pietra, ama la vita e ammira la bellezza della Natura; ne è talmente affascinato da studiare nei particolari quelle forme e quei colori.

Natura morta di Jan Davidz de Heem

La bellezza salverà il mondo”: in forma di aforisma sono riportate le parole di un personaggio di Dostevskij, che le attribuisce al protagonista dell'”Idiota”. La sentenza, fin troppo famosa rispetto alla sua comprensione, è oggi abusata e si è immiserita, anche con fraintendimenti persino paradossali di certuni che nell'arte vedono un “business”.

Quale Bellezza? La bellezza dell’arte? Quella della natura? E in che modo salverà il mondo?

Con piena consapevolezza di un ardire spropositato, provo ad azzardare una limitata e semplice, forse ovvia, lettura tra le tante possibili di questa formula di sconfinata profondità, che nella sua “apertura” si offre alle interpretazioni più complesse quanto personali.

La bellezza è un tramite dell'amore. L'amore protegge e si prende cura di ciò che ama.
La natura non si può salvaguardare solo per continuare a poterla sfruttare, per utilità o interesse.
La bellezza della natura, e quella dell'arte che la rivela, dovrà suscitare quell'amore che contribuirà a preservarla, a salvarla.
La natura è di una bellezza inarrivabile per qualsiasi opera umana, che può solo “imitarla”. Non è solo la casa dell’uomo, come gli stessi termini ambiente, ecologia sembrano indicare, è anche il suo corpo. 

Gli uomini delle metropoli sentiranno la perdita del contatto con la natura? O solo chi l'ha conosciuto e vissuto potrà sentirne la nostalgia?

La Bellezza salverà il mondo, se gli uomini sapranno riconoscerla là dove si trova.

 

Testi consultati

AA.VV., “Natura morta: la storia, gli sviluppi internazionali, i capolavori” 
D. Ekserdjian, “Alle origini della natura morta”
A. Veca, “la natura morta”

Letture ispiratrici

G. Groddeck, “Il linguaggio dell’es”
J. Hillman, “Figure del mito”
H. de Balzac, “Il giglio nella valle”.

 

 

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