Fogli e Parole d'Arte

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1973-2635
il 23 ottobre 2007.

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Spettacoli sulle scene e sugli schermi

Tonya

 

 

Tonya
(titolo originale I, Tonya)

Regia di Craig Gillespie 

 

 

Con Margot Robbie,
Sebastian Stan, Allison Janey, Paul Walter Hauser, Julianne Nicholson, Bobby Cannavale

 

Distribuzione: Lucky Red

 

Gli anni Novanta ci appaiono alquanto distanti, e non solo cronologicamente, nella memoria. Se si pensa agli Stati Uniti d'America e all'ingresso alla Casa Bianca di Bill Clinton (novembre 1992) si può ben affermare che egli abbia contribuito a scrivere, anche grazie alla favorevole convergenza economica, l'ennesimo capitolo del sogno americano. Insomma, mentre il resto del mondo si arrovellava in una gravissima crisi sociopolitica (la sofferta riunificazione tedesca; la controversa affermazione di Eltsin in Russia ai danni di Gorbaciov; la feroce guerra nell'ex Jugoslavia; il genocidio in Ruanda; lo scandalo di Mani Pulite e l'assassinio dei giudici Falcone e Borsellino in Italia...), il Presidente USA inanellava solo successi, caso Lewinski eccettuato.

Nella prima parte di quel decennio si andava pure dipanando il caso controverso di Tonya Harding (n. 1970), giovane campionessa di pattinaggio su ghiaccio al centro di uno scandalo che scosse l'intera nazione a stelle e strisce, e che in tempi recenti ha catturato il fervido interesse di Craig Gillespie, autore già celebrato per Lars e una donna tutta sua, con Ryan Gosling nei panni di uno straniato protagonista. Il regista australiano, stavolta, ha elaborato, sulla traccia dello splendido copione di Steven Rogers, un biopic piacevolmente originale, confondendo dramma e commedia, reportage e satira, verità e ironia, in una narrazione emotivamente coinvolgente, e al tempo stesso equilibrata, in cui la stupidità della violenza si afferma come un elemento costante della realtà - e della cinematografia - americana. 

La vicenda percorre la vita di Tonya Harding (Margot Robbie), dai 4 ai 44 anni, dagli inizi sulle arene ghiacciate di Portland, Oregon, efficacemente "stimolata" dalla madre, LaVona (una straordinaria Allison Janney, premiata pochi giorni fa con l'Oscar per la migliore attrice non protagonista) e proficuamente allenata da Diane Rawlinson (Julianne Nicholson). La giovanissima pattinatrice dimostra un carattere anticonformista e una prestanza fisica che la porteranno a eccellere fin da subito tra le atlete americane, per potenza e tecnica più che per grazia interpretativa, e per questo invisa alle giurie. Bisogna ricordare che la Harding fu la prima in America a eseguire, in una competizione ufficiale, un triplo axel, salto piuttosto raro, e ancor oggi assai complicato da effettuare.

Nonostante un'asma fastidiosa amplificata dal vizio del fumo, il successo della ragazza proseguiva spedito tra vittorie e piazzamenti nei campionati americani, ai mondiali e nelle Olimpiadi invernali di Albertville (1992), nelle quali ottenne il quarto posto, appena fuori dalle medaglie. Non si poteva dire altrettanto bene, però, della sua vita privata. Da qualche anno il padre aveva abbandonato la famiglia, e la madre, cinica, calcolatrice e anaffettiva, non perdeva occasione per spronarla con metodi vessatori; nel frattempo, Tonya si era legata a Jeff Gillooly (Sebastian Stan), in un matrimonio che spesso la vedeva vittima dei maltrattamenti del coniuge, dal quale comunque divorziò nel 1993. Tuttavia questo non bastò a scrollarle di dosso i guai che di lì a poco le avrebbero stroncato la carriera.

Il 6 gennaio 1994 Nancy Kerrigan, prima rivale della Harding al titolo nazionale, venne assalita da uno sconosciuto che la colpì con una spranga al ginocchio destro, causandole un serio infortunio che la escluse dalle gare, e mettendo pure in pericolo la sua partecipazione ai Giochi Olimpici di Lillehammer, indetti eccezionalmente a due anni dai precedenti per evitare la concomitanza con quelli estivi. La Kerrigan recuperò miracolosamente dall'incidente e disputò comunque il torneo olimpico vincendo una preziosissima medaglia d'argento, mentre le indagini dell'FBI accertarono rapidamente le responsabilità di Jeff Gillooly, il quale, con la complicità di Shawn Eckhardt (Paul Walter Hauser), suo amico e sodale, aveva organizzato la vile aggressione al fine di favorire la ex moglie.

Tonya Harding, tirata in ballo da Jeff, non riuscì a dimostrare la sua completa estraneità nell'organizzazione dell'agguato, e pur partecipando alle Olimpiadi norvegesi (ottava classificata) venne presto bandita per sempre dalla federazione di pattinaggio e costretta a pagare un'ingentissima multa per evitare il processo penale. Ma l'opinione pubblica e i media l'avevano già condannata senza appello. A soli 23 anni si era conclusa l'ascesa di una tra le più forti e coraggiose pattinatrici del mondo. Dopo la squalifica le rimasero soltanto piccoli e sparuti episodi di cronaca nera prima di essere definitivamente consegnata all'oblio.

In uscita dal 29 marzo sugli schermi italiani, dopo esser stato ospite graditissimo del Festival di Roma, Tonya si appresta a catturare il grande pubblico non solo per l'attualità della vicenda, ma specialmente per i continui passaggi dal registro realistico a quello umoristico. L'idea di alternare la narrazione filmica alle finte interviste, cioè degli stessi attori protagonisti, è la carta vincente di quest'opera che proprio dalla diversità dei punti di vista ottiene credibilità, e nel contempo esilarante comicità. Sorvolando sulla dinamica dell'aggressione, perpetrata in modalità criminali a dir poco dilettantesche da un gruppetto di "inutili imbecilli ", l'apice del ridicolo e della stupidità è raggiunto dal personaggio di Shawn, che si spaccia per la guardia del corpo della Harding, ma anche per un importante addetto dei servizi segreti, figura di spicco di talune imprecisate azioni antiterroristiche.

Risulta allora evidente che le interpretazioni dei singoli attori contribuiscono all'ottima riuscita della messinscena. Dettodel grassoccio Paul Walter Hauser e della magnifica Allison Janey, non rimane che tessere le lodi dell'intensa Margot Robbie, nel ruolo della sfortunata pattinatrice di Portland, vittima designata dei modelli imperanti e della propria ansia autodistruttiva, e di Sebastian Stan che sfoggia una recitazione di grande livello disegnando un personaggio in bilico tra inespressa maturità e innocente ambiguità. Una menzione merita pure Bobby Cannavale nel ruolo di Martin Maddox, un giornalista che non risparmia giudizi "al vetriolo" sui fatti accaduti alla Harding e sugli idioti che ne hanno causato la rovina.

Un altro punto a favore va segnato, infine, per il commento sonoro pop degli anni Ottanta e Novanta (da Romeo & Juliet dei Dire Starits a Can't you see della Marshall Tucker Band, da How Can You Mend a Broken Heart di Robin Gibb a The Chain dei Fleetwood Mac, dalla cover di Gloria di Umberto Tozzi cantata da Laura Branigan, a quella di The Passenger eseguita da Siouxsie & the Banshees, dalle hit dei Chicago, dei Supertramp, di Doris Day, Dr. Feelgood...). Tale soundtrack attraversa felicemente tutto il film e fornisce, insieme alla precisione dei costumi e dell'estetica nineties, le coordinate storiche di un'epoca che se da un lato salutava il ritorno trionfale dei supereroi in celluloide, dall'altro eleggeva a supereroi i fragili miti sportivi in carne e ossa, da esaltare repentinamente e smisuratamente, e da annichilire spietatamente alla prima occasione...

 

 

 

 

 

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