Fogli e Parole d'Arte

Rivista d'arte on line, ha ricevuto il codice ISSN (International Standard Serial Number)
1973-2635
il 23 ottobre 2007.

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Spettacoli sulle scene e sugli schermi

La Vita ferma, di Lucia Calamaro

 

"Che tipo di essere è un essere morto?" è la domanda chiave che apre il nuovo eccellente lavoro di Lucia Calamaro, La vita ferma. Sguardi sul dolore del ricordo. Nel sottotitolo viene definito "dramma di pensiero in tre atti "per sottolineare che lo spazio dove si svolge la storia è uno spazio prevalentemente mentale. Con precisione microchirurgica, l'autrice disseziona tutti gli aspetti del lutto e del complesso rapporto che lega il mondo dei vivi e quello dei morti. Un legame fatto di dolore per l'assenza fisica che si cerca di colmare attraverso il ricordo, un ricordo che è spesso frammentario e non fa giustizia all'integrità di chi non c'è più. Un legame che è anche speculare, perché la morte di chi amiamo prefigura inevitabilmente la nostra e spesso porta con sé parte della nostra vita. Il dolore è straziante ma con il tempo può trasformarsi in dimenticanza.

Chi ci rimette, in tutto questo, sono soprattutto i morti e il racconto introduce il loro punto di vista in modo ironico e spiazzante, veicolando il tragico attraverso il grottesco.


 

La pièce è un meccanismo drammaturgico perfetto, caratterizzato da una scrittura densa, compulsiva e agile allo stesso tempo, con indubbi pregi letterari, ma anche gravida di azione e movimento scenico.

I personaggi hanno gli stessi nomi degli attori che li interpretano. Simona (Senzacqua) è la madre bizzarra che coltiva il culto del suo corpo attraverso la danza, le interminabili esposizioni al sole e la meticolosa scelta di abiti a fiori dai colori sgargianti.

Anche prima di morire la fa lunga sul vestito da indossare nella bara e alla fine opta per quello "da fanatica".Riccardo (Goretti) che lei si ostina a chiamare Richie, è il goffo padre che fa lo storico di mestiere senza grande successo. Alice (Redini) è la loro figlia unica di cui seguiamo l'evoluzione dalla pubertà all'età adulta. I piani temporali della storia non seguono un ordine cronologico e il tempo nel racconto è prevalentemente un tempo interiore.

Il primo atto (il più lungo e anche il più intenso dei tre) si svolge in un ampio spazio rigorosamente bianco, illuminato da una gelida luce. Le pareti sono occupate da scatoloni bianchi per il trasloco deciso da Riccardo dopo la morte della moglie. Ma Simona è lì , nella stanza della memoria del marito, invadente e capricciosa più che mai. Vuole portarsi dietro alcuni oggetti e lamenta di non essere veramente se stessa nei ricordi degli altri. Vuole essere ricordata per come è, ma sa anche che ci vuole una buona memoria per poter ricordare un'intera persona. L'incontro è estremamente movimentato con la sua buffa alternanza di litigi e riappacificazioni. Il dialogo tamburellante raggiunge picchi di comicità pura, come nella reiterata preoccupazione di lei di essere " freddina ". Lo scroscio rumoroso di una gran quantità di biglie scaraventate sul pavimento da Simona dà l'avvio alla scena del loro primo incontro al Planetario che, nella sua arguta comicità, mette a fuoco la personalità dei due e l'improbabilità della loro unione. Questo primo atto che, a mio avviso, è pienamente compiuto in se stesso, termina con Riccardo che si fuma in solitudine una sigaretta sul balcone, un luogo che non è dentro e non è del tutto fuori, una zona di confine dove l'uomo attende il buio. Finale perfetto che crea una continuità metaforica con il secondo atto incentrato sulla grave malattia di Simona che la sospende lungo la sottile linea d'ombra che separa la vita dalla morte. La donna sa di essere malata ma rifiuta le cure (efficace l'immagine in cui butta a terra tutti i medicinali) e scappa via ogni volta che Riccardo l'accompagna dal dottore. Avvolta in un'ampia mantella arancione, Simona rifugge dall'orrore della morte lanciandosi in una danza rotante che ricorda quella dei Dervisci.

Gli episodi si assottigliano molto gradualmente mantenendo sempre un indubbio tenore comico. L'immagine della coppia seduta nell'anticamera del medico occupata da una teoria di sedie vuote colorate, l'incontro in sala d'attesa di una conoscente di cui lei non ricorda il nome, il vizio di lei di guardare serial strappalacrime in TV e la fuga della figlia che disegna mostri sui quaderni, raccontano il rapporto tra i personaggi e ne delineano le rispettive nevrosi. Ci sono momenti in cui i personaggi coinvolgono il pubblico nella storia senza ottenere un gran riscontro, forse perché le scene inducono tutte allo straniamento.

La morte di Simona non provoca reazioni scomposte. Marito e figlia vorrebbero soltanto che la vita si fermasse per assicurarle l'eternità. Alice è impaurita e si chiede se " uno si accorge che muore quando muore ", poi fa le prove assumendo la stessa posizione di un cadavere.

All'inizio del terzo atto,Simona chiede agli spettatori se la sua morte non li abbia impietositi e non ricevendo conforti, commenta che oggi è diventato molto difficile commuoversi. In questo si fa portavoce della sua autrice secondo la quale pietà e compassione sono parole fuori uso, " come se il patetico fosse diventato l'osceno " si legge nelle note allo spettacolo.

Il dramma, lo si è visto, è tutt'altro che lacrimevole e denuncia il dictat della rimozione e della dimenticanza. Nella sua brevità, l'atto conclusivo inscena l'oblio che a poco a poco avvolge la defunta. Le lancette del tempo fanno un lungo balzo in avanti. Alice aspetta un figlio e si prepara ad andare al cimitero dove incontra il vecchio padre che non vede da anni. La scena si affolla di sagome di morti in cartone che pendono dall'alto. Padre e figlia non riescono a trovare la tomba della madre e undici anni più tardi, nonno Riccardo porta in dono alla figlia un vecchio alligatore di gesso che Simona teneva nel suo terrazzo. Lo fa perché " è stanco di ricordare ". La donna è destinata a essere inghiottita nel nulla ed è in questo che si annida lo sconcio.

Nonostante la complessità testuale, la regia della Calamaro fluisce rapida e senza incertezze. Ritmo e tempi sono calibrati e misurati con la stessa minuzia con la quale sono state scelte le parole. Gli attori sono tutti di altissimo livello. Simona Senzacqua, in particolare, è vera e credibile sia da viva che da morta e delinea tutte le fissazioni del personaggio con assoluta precisione. Grande teatro di parola, grande teatro di attori.

 

Scheda tecnica

LA VITA FERMA. SGUARDI SUL DOLORE DEL RICORDO. Di Lucia Calamaro. Disegno luci: Loic Hamelin. Scene e costumi: Lucia Calamaro. Contributi pitturali: Marina Haas. Con Riccardo Goretti, Alice Redini, Simona Senzacqua. Regia di Lucia Calamaro.  
Accompagnamento e distribuzione internazionale: Francesco Corona.
Una produzione Sardegna Teatro, Teatro Stabile dell'Umbria, in collaborazione con Teatro di Roma.Odéon – Théâtrede l'Europe, La Chartreuse- Centre national des écritures du spectacle e il sostegno di Angelo mai e PAV.
In scena al Teatro India di Roma fino al 14 maggio 2017.

 

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