Fogli e Parole d'Arte

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il 23 ottobre 2007.

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Spettacoli sulle scene e sugli schermi

Faust. Una ricerca sull'Opera di Pechino


Dopo il Woyzeck di Georg Büchner, realizzato nel 2012 con gli attori della China National Peking Company, la regista tedesca Anna Peschke ha realizzato la messinscena del Faust di Goethe con l'intento di approfondire i suoi studi sulle potenzialità espressive del linguaggio dell'Opera di Pechino. Impresa ardita e in un certo senso pericolosa perché le distanze siderali tra il teatro orientale e quello occidentale rischiano spesso di produrre quei "malintesi tra le due culture " di cui parla Grotowski.

Le avanguardie del Novecento europeo si sono nutrite dell'essenzialità e della centralità dell'attore tipiche del teatro d'Oriente per creare nuove poetiche. Basti pensare a Gordon Craig e Sada Yacco, ad Artaud e i danzatori balinesi, Brecht e Mei Lan-Fang, Copeau e il teatro Nô, Ariane Mnouchkine e il Teatro Kabuki. Numerosi sono stati anche i tentativi di presentare opere drammatiche orientali sul palcoscenico occidentale, da Yellow Jacket (1913) di Hazelton e Benrino alla versione tedesca di Fifteen Strings of Cash allestita in Cecoslovacchia tra il 1959 e il 1975.

L'operazione della Peschke si inserisce pertanto in una lunga tradizione di scambi, innesti, e ibridazioni, sperimentando la possibilità di rappresentare capolavori europei attraverso il linguaggio dell'Opera di Pechino. Del Faust viene rappresentata solo la prima parte, adattata in mandarino poetico dalla drammaturga Li Meini.

La preziosa pièce offre momenti di estrema fascinazione visiva e musicale, riesce a scalfire alcune rigide convenzioni del teatro cinese per avvicinarsi a un pubblico europeo contemporaneo, ma riduce il capolavoro goethiano ad uno sterile canovaccio che disperde nella fissità dei ruoli i suoi complessi significati. In realtà il testo di partenza sembra essere un semplice spunto per mettere in moto un congegno performativo estetizzante che rimane comunque estraneo alla sensibilità del pubblico europeo.

La scena semivuota accoglie un gruppo misto di musicisti italiani e cinesi che eseguono dal vivo musiche originali composte da Luigi Ceccarelli, Alessandro Cipriani e Chen Xiaoman. I riflettori sono puntati su quattro attori di altissimo livello con indosso elaborati costumi e bizzarre acconciature. Sono Liu Dake (nel ruolo di Faust), Xu Mengke (Mefistolele), Zhao Huihui (Valentino) e Zhang Jiachun (Margherita). Sono tutti artisti completi, dotati di un assoluto controllo del corpo e capaci di misurare ogni singolo gesto con una precisione che rasenta la perfezione. La recitazione è stereotipata e i personaggi sono maschere fisse, prive di individualità. Corrispondono più o meno alle quattro tipologie del canone Jīngjù: Shēng (il ruolo maschile), Dàn (il ruolo femminile), Jìng(ruolo maschile con il viso dipinto) e Chŏu (il clown), ma la regia mette in atto alcune trasformazioni. All'inizio Faust è un nobile Shēng, ma nel corso dell'azione diventa un selvaggio Jìng che persegue i suoi piaceri personali anche a costo della vita degli altri. Per possedere Margherita, induce la fanciulla a somministrare un sonnifero letale alla madre di lei e quando la coppia viene colta in flagrante dal fratello Valentino, Faust non esita ad ucciderlo. Margherita viene abbandonata con un neonato in braccio che lei stessa affogherà in un eccesso di follia.

Mefistofele, interpretato da un attore davvero straordinario, oltrepassa largamente i confini della figura del Jìng. E' un demone ironico e imbroglione che manovra l'azione a suo capriccio ed è caratterizzato da una personalità multiforme.

Del poema drammatico, la Peschke privilegia ed espande gli aspetti più melodrammatici e sviluppa notevolmente il ruolo di Margherita. Il patto con il diavolo assume a tratti dei toni comici con un Mefistofele molto ironico e malizioso che sfida il padreterno più per sfizio o per dispetto che per altro. La ύβρις del vecchio studioso intento a penetrare i segreti della natura viene posta in secondo piano ed è minimizzata visivamente da una scrivania con sedia rossa che appare minuscola in confronto ai voluminosi costumi indossati dagli attori.

Nel finale Faust non si redime e rimane da solo in scena costernato dal dolore. Se ne sta immobile con il volto contratto dalla sofferenza e quando rimuove il trucco dal suo volto si trasforma in un personaggio che va oltre la maschera. Margherita accetta la sua condanna a morte nella prigione evocata da tante sedie rosse appese a delle funi che piombano dall'alto per circondare la reietta. Un sorprendente effetto scenico all'europea di immediato impatto visivo. Per il resto l'elemento scenografico è dato dalla gestualità degli attori che parlano cantando e si muovono danzando nel rispetto della tradizione Jīngjù.

La musica è un elemento fondante dello spettacolo capace di evocare atmosfere e stati d'animo. Di tutte le arti che lo compongono (canto, danza, pantomima, arti marziali), la musica è quella che riesce meglio nell'intento di creare un efficace contaminazione tra Oriente e Occidente. Le modalità melodiche tradizionali (per quattro voci, jinghu, yueqin e percussioni cinesi) e la musica composta da autori italiani (per contrabbasso, percussioni, chitarra elettrica) si amalgamano in modo organico grazie all'elettronica che rielabora i suoni provenienti dagli strumenti cinesi ed europei. L'ipnotica musica pentatonica rivela risvolti di complessità e l'espansione timbrica di strumenti così diversi ne evidenzia elementi comuni. L'equilibrio contrappuntistico tra melodie e azioni è incondizionato.

Nel suo complesso il Faust è uno spettacolo ben fatto, ma non riesce ad accorciare più di tanto le distanze culturali che separano il pubblico dal palcoscenico. Sorprende e incuriosisce, ammalia lo sguardo ma non coinvolge più di tanto perché, fondamentalmente, non appartiene al retaggio culturale degli spettatori.

 

 

Scheda tecnica

FAUST di Li Meini. Basato sull'opera di Johann Wolfgang Goethe. Traduzione: Fabio Massini. Musiche originali composte da Luigi Ceccarelli, Alessandro Cipriani e Chen Xiaoman. Luci: Tommaso Checchucci. Costumi: Akuan. Materiali scenici: Li Jiyong. Trucco e acconciature:Ai Shyun, Li Meng. Coreografie: Zhou Liya, Han Zhen. Con: Liu Dake, Xu Mengke, Zhao Huinui, Zang Jiachun. Musicisti: Wang Jihui (jinghu), Li Lijing (yuequin), Niu LuLu (gong), Laura Mancini (percussioni), Giacomo Piermatti (contrabbasso), Wang Xi (bangu). Ideazione e regia: Anna Peschke. Produzione: Emilia Romagna Fondazione / China National Peking Opera Company.

Spettacolo in cinese con sopratitoli in italiano.

Visto al Teatro Argentina di Roma nel marzo 2017.

 

 

 

 

 

 

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