Fogli e Parole d'Arte

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il 23 ottobre 2007.

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Spettacoli sulle scene e sugli schermi

Acqua di Colonia, di Elvira Frosini e Daniele Timpano

 

Un vero ordigno esplosivo, lo spettacolo Acqua dicolonia, presentato al Teatro India in occasione della retrospettiva dedicata a Frosini/Timpano. Come sempre, i due performer romani sono politicamente scorretti, cinici, sarcastici e agguerriti contro il potere costituito e contro i miti intoccabili della pseudocultura di oggi.

Questa volta l'argomento dello spettacolo si incentra sul colonialismo italiano di cui si sa e si parla troppo poco, come se quei sessanta anni di eccidi e di razzie fossero poca cosa rispetto ai cinquecento anni di imperialismo francese o inglese. La conoscenza di quel passato rimosso può aiutare a spiegare l'intolleranza diffusa degli italiani nei confronti degli extracomunitari che invadono strade, bar e ristoranti per chiedere soldi. Un fenomeno macroscopico che innervosisce anche i finti proletari radical chic. La pièce si apre con una sparata di Elvira contro se stessa e contro tutti coloro che si illudono di non essere razzisti. Senza peli sulla lingua, l'attrice racconta le sue reazioni quando un vu cumprà le vuole appioppare un accendino o un carica batterie "mi viene voglia di dargli tante botte, e poi ecco poi mi sento una merda....Dico, dove sta scritto che dovrei sentirmi male?" Per Daniele è tutta colpa del colonialismo, "quando eravamo noi a rompergli il cazzo..".

Lo spettacolo, che non si avvale del ben che minimo elemento scenografico, si divide in due parti nettamente separate e distinte nei toni e negli intenti.

La prima, Zibaldino africano, è metateatro puro in cui gli attori ipotizzano strampalate soluzioni registiche, elencano possibili fonti da citare ed evocano improbabili personaggi, come Bob Marley che si scaglia contro Audrey Hepburn, ambasciatrice Unicef.

La seconda, Acqua di colonia, è la fase dello spettacolo in cui focalizzano direttamente l'attenzione sulle ambizioni imperialiste del nostro paese. Gli attori indossano costumi vagamente coloniali e assemblano scenette e siparietti da vecchio avanspettacolo, brani di romanzi o di libri di storia, riferimenti a film d'epoca, regi decreti, canzonette melense e arie d'opera. Un guazzabuglio di riferimenti piuttosto kitsch, indubbiamente ben articolato e pieno di trovate intelligenti, ma chepuò disorientare il pubblico per l'eccessiva quantità di informazioni e per una certa tendenza alla ripetizione di temi e motivi. Il testo è a dir poco bulimico e regge sulla scena in virtù delle straordinarie capacità performative dei due attori. Hanno l'argento vivo addosso, cambiano ruolo in un batter baleno, recitano monologhi lunghissimi mandati a memoria senza mai riprendere fiato, e nei dialoghi a botta e risposta sfoggiano un tempismo collaudato da anni di lavoro insieme.

Nello Zibaldino africano sono talmente presi dal loro progetto da non accorgersi della inquietante presenza in scena di una persona di colore seduta su una seggiolina da scuola elementare, che rimane immobile e con lo sguardo perso nel vuoto per l'intera prima parte. La persona cambia ad ogni rappresentazione. Il suo silenzio suggerisce che gli attori, invece di far sfoggio della loro cultura, farebbero meglio a sentire il suo parere sul colonialismo. Ma loro non la prendono affatto in considerazione come, del resto, l'Occidente imperialista ha sempre fatto con le culture subalterne.

Il mutismo dei vinti, oltre ad aprire la piaga dell'assenza, a tutt'oggi, di un vero dialogo interculturale, mette in ridicolo la logorrea fanfarona dei vincitori, impersonati da due attori frenetici che non conoscono pause e silenzi. La varietà dei materiali è vertiginosa. Si va da La guida dell'Africa Orientale Italiana del 1938 a citazioni di Cultura e Imperialismo di Edward Said; dalle pagine de La mia Africa di Karen Blixen all'omonimo film con Meryl Streep. Si racconta la guerra d'Etiopia e si elencano le varie tappe del colonialismo italiano che molti associano erroneamente al Fascismo, ma che in realtà ha mosso i suoi primi passi pochi anni dopo l'Unità d'Italia.

I pezzi informativi si alternano a vecchi sketch, primo tra tutti quella di Agus e Tognazzi su Angelo negro cantata da Fausto Leali.

A un certo punto gli attori provano a far cantare Faccetta Nera al pubblico che ovviamente si rifiuta, e poi passano a Topolino in Abissinia, a Tripoli bel suol d'amor, Addio sogni di gloria cantata da Giuseppe Di Stefano e, inevitabilmente, Aida e I Watussi.

Il ritmo dello spettacolo è abbastanza sostenuto anche se a volte le ripetizioni ne rallentano il passo. I vari episodi sono tutti graffianti, ma alcuni si distinguono per la loro forza corrosiva.

Quando Elvira si traveste da Pasolini è assolutamente irresistibile. L'intellettuale, santificato dalla sinistra, diviene il bersaglio di una feroce parodia. Tutto pieno di sé, con il suo impermeabile bianco e gli occhiali da sole in faccia, si compiace di aver previsto anche la fine " dell'Africa arcaica....del suo candore barbaro". La sua predica è costantemente interrotta da Ninetto Davoli, interpretato da Timpano con un enorme parrucca da negro in testa, che insiste per avere una parte "nello spettacoletto". Altrettanto esilarante è il ritratto di Indro Montanelli, tratteggiato senza pietà da Timpano. Il giornalista si vanta di aver comprato una moglie dodicenne e parla della sua militanza come un lunga vacanza all'aria aperta, durante la quale credeva di essere "un personaggio di Kipling".

Lo spettacolo ha il grande merito di puntare il dito sul passato coloniale e sul presente xenofobo del nostro paese senza essere mai didascalico. Gli elenchi di dati e di fatti rinfrescano la memoria storica, ma non sanno mai di lezioncina, anche perché si amalgamano con citazioni culturali molto eterogenee e dissacranti. Lo spettacolo è un'accusa e un monito al contempo ma è anche fortemente ironico e autoironico. Solleva domande ma non pretende di dare risposte. Siamo tutti ignoranti e colpevoli e "non sappiamo niente di come si sta al posto loro". Peccato quelle lungaggini che reclamano un taglio qua e là.

 

 

Scheda tecnica

ACQUA DI COLONIA, di e con Elvira Frosini e Daniele Timpano.

Consulenza e collaborazione: Igiaba Sceco. Voce del bambino Unicef: Sandro Lombardi. Aiuto regia e drammaturgia: Francesca Biancato. Costumi: Alessandra Muschella e Daniela De Blasio. Disegno Luci: Omar Scala. Produzione / Romaeuropa Festival, Teatro Della Tosse, Accademia degli Artefatti. Con il sostegno di Armunia Festival Inequilibrio.

Visto al Teatro India di Roma il 3 marzo 2017.

Prima nazionale: Romaeuropa Festival, Teatro Biblioteca Quarticciolo, 18 novembre 2016.

 

 

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