La mente inquieta, di Massimo Cacciari
- Categoria: Leonardo & Co.
- Pubblicato 03 Giugno 2019
- di Georgia Schiavon
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«Quis tu es, homo?», chiede Mercurio ad Anfitrione nell'omonima commedia di Plauto. Il riecheggiare di questa questione nell'Umanesimo significa non solo l'elezione della classicità a modello per l'indagine e la costruzione del presente, ma la comprensione dei dubbi che essa insinua, delle contraddizioni che essa intravede, tali da porre un veto a qualsiasi risposta univoca. Ne «La mente inquieta» dell'Umanesimo si addentra Massimo Cacciari nel suo ultimo saggio, in un percorso che, appropriandosi della lezione del pensiero umanistico, accoglie e rimanda l'eco dell'enigma insondabile: «In quale spaventosa notte si penetra – incalza Cacciari – quando si fissa negli occhi un uomo?».
Contro la visione pacificata della classicità propria dell'Humanismus tedesco, la cui troppo superficiale identificazione con l'Umanesimo ha posto un'ipoteca sulla considerazione di quest'ultimo, tanto da sancirne la relegazione a mero movimento filologico ed artistico, privo di valore filosofico autonomo, Cacciari – che dichiara il suo debito nei confronti di una lettura già indicata da due tra i suoi maggiori studiosi, Eugenio Garin e Cesare Vasoli – ribadisce la natura tragica dell'Umanesimo, che coincide con la sua capacità di interpretare con acribia – filologicamente – il messaggio dell'antichità. Una profondità ignorata persino da Friedrich Nietzsche, che pure critica la concezione armonica del mondo antico imperante nella filologia contemporanea, smascherandone il volto tragico.
In risposta al disconoscimento della valenza filosofica dell'Umanesimo, Cacciari individua nella filologia la sua filosofia: e l'oggetto finale della filologia umanistica, il testo che essa vuole decifrare, è, appunto, l'uomo. Ma ogni interpretazione di esso è semplicistica se non penetra nella sua essenza infermissima. Essere supremamente instabile l'uomo, non soltanto perché sottoposto ai continui mutamenti della fortuna, ma perché l'assoluta indeterminatezza della sua natura, che – come sostiene Pico della Mirandola nell'Oratio de hominis dignitate – è la radice della sua libertà, che ne costituisce la dignitas, segna anche la sua condanna a un'insoddisfazione insanabile: è tale apertura alla possibilità che fa dell'uomo il più infelice degli enti, il più scontento della sua situazione. Una dignità ambigua, dunque, come spiega in un suo recente contributo Tullio Gregory.
Cacciari vede proprio nella parabola dell'opera di Pico – dall'Oratio alle Disputationes adversus astrologiam divinatricem – il segno della crisi, ma nello stesso tempo la sintesi delle istanze della riflessione umanistica: se la prima condivide con Marsilio Ficino la visione neoplatonica dell'uomo taumaturgo – dominatore di tutte le cose dell'universo, «artefice» di se stesso – fondata sulla libertà dell'arbitrio, la drammatica aporeticità delle seconde sembra quasi precorrere gli esiti fatalistici della filosofia di Pietro Pomponazzi. A rimanere travolto è il progetto della pace, attuabile sul presupposto dell'esistenza di una filosofia universale, di una concordia tra le diverse tradizioni culturali e religiose dell'umanità, la cui ricerca è sottesa all'istituzione dell'Accademia platonica affidata a Ficino.
La tragedia dell'Umanesimo, infatti, è la consapevolezza – che intride le opere di Leon Battista Alberti e Niccolò Machiavelli – dello scollamento tra la virtù e la fortuna; ma anche della labilità della virtù, dell'impotenza, cioè, dell'uomo nei confronti della sua stessa natura: «Perché la mente nostra, sempre intesa / dietro al suo natural, non ci consente / contr’abito o natura sua difesa», verseggia il secondo ne L’Asino. Una natura scissa a causa del conflitto tra le sue opposte tensioni, ferine e divine, che costituisce la stessa condizione della libertà dell'uomo di realizzare le potenzialità in essa contenute. Pace impossibile – così si intitola appunto il capitolo conclusivo del libro – quindi: non solo quella interiore, ma anche quella sociale. La scissione dell'anima si rivolge inevitabilmente all'esterno: homo homini lupus, rammenta Alberti nel Theogenius, riprendendo un'espressione di plautina reminiscenza. L'instabilità dell'uomo sfocia nella guerra, inesorabile manifestazione, secondo Machiavelli, del rivolgimento al quale sono soggette tutte le cose: «così nulla in terra / vien ne lo stato suo perseverando. / Di quivi nasce la pace e la guerra…».
La debolezza dell'arbitrio, il paolino dissidio tra velle e posse, tuttavia, non esime l'uomo dalla pratica della virtù, che, è, da ultimo, conoscenza della realtà, ovvero conoscenza di sé, massimo adempimento all'invito del pensiero classico. Necessariamente, il sapere mostra il dolore, il suo carattere costitutivo, non accidentale, nella vita umana. Un nesso – quello tra conoscenza e sofferenza – che informa la cultura occidentale fin dalle sue fondamenta: qui auget scientiam auget et dolorem, avverte Qoelet nell'Ecclesiaste. Nemmeno la sapienza fornisce un rimedio. Il pensiero e l'inquietudine, nota Cacciari, sono intrinseci: cogitare e agitarsi hanno una radice comune.
A soccorrere l'uomo, allora, è lo sguardo comico sul reale: l'antico, veicolo di conoscenza, offre anche gli strumenti per la consolazione, il lenimento del dolore dell'anima. Non per caso i modelli letterari di Alberti e Machiavelli sono i commediografi e i poeti satirici. Come il primo fa dire al vecchio saggio Genipatro nel Theogenius: «Sempre meco stanno uomini periti, eloquentissimi, apresso di quali io posso tradurmi a sera e occuparmi a molta notte ragionando; ché se forse mi dilettano e' iocosi e festivi, tutti e' comici, Plauto, Terrenzio, e gli altri ridicoli, Apulegio, Luciano, Marziale e simili facetissimi eccitano in me quanto io voglio riso». Il riso ha per Alberti una funzione terapeutica: «con questi miei scritti – afferma nella lettera dedicatoria delle Intercenales – procuro il modo per curare le malattie dell'animo, ma le curo con lo strumento del riso e dell'ilarità». Un'eredità, quella dell'ironia letteraria, che arriverà fino a Leopardi, di cui il pensiero umanistico, dimostrando una sensibilità contemporanea, sembra peraltro anticipare alcune pagine. Nel Theogenius la stessa sentenza del Sileno, che vede nella morte la liberazione dall'infelicità della vita, è mediata dai versi satirici di Giovenale.
Il riso è la prospettiva dello spettatore, di chi – secondo l'immagine del filosofo tratteggiata da Pitagora – contempla dall'esterno il teatro del mondo. Solo lo straniamento dalla vita lo consente: il riso, quindi, è lo sguardo della morte. Per Alberti essa è la liberazione dall'inganno, l'uscita dalla finzione che è la vita, poiché toglie le maschere che ogni uomo è costretto, da sé o dagli altri, ad indossare. Solo assistendo allo spettacolo da fuori, ci si può guardare dentro. Solo conoscendo l'altro si può conoscere se stessi. Solo la morte mostra la verità dell'esistenza, rivela il vero volto di quel «camaleonte» che, per gli umanisti, è l'uomo.
Scheda tecnica
Massimo Cacciari, La mente inquieta. Saggio sull'Umanesimo, Piccola Biblioteca Einaudi. Nuova serie, Torino 2019, pp. 128, ISBN 9788806240851, 18 €
